Editoriale n.8 – Marzo 2008

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di Alessandro Moriccioni

Il termine conclave deriva, come tutti immagineranno, dal latino, cum clave. Ma pochi sanno da cosa origina l’usanza degli alti prelati di chiudersi in assemblea per eleggere un papa. La curiosa scoperta del significato di questo termine, e della tradizione annessa, può essere favorita da una visita nella splendida roccaforte di Viterbo nel Lazio. Una cittadina medievale le cui mura tennero lontane le armate di Federico II costringendole a desistere dall’estenuante assedio postovi dal monarca.
Viterbo vanta quella che, con un leggero sorriso, potrebbe definirsi l’elezione papale più strana della storia. Per oltre 33 mesi, i cardinali, riuniti in consiglio bivaccarono e guerreggiarono per eleggere il capo supremo della Chiesa. In quel tempo essere papa voleva dire essere l’uomo più potente, almeno in Europa. Nel 1268 si doveva necessariamente nominare il successore dello scomparso Urbano IV, ma i cardinali, disposti come eserciti nemici, non riuscirono ad accordarsi. Scegliere un papa italiano o francese? Questo in sostanza era il dilemma. Alcuni mesi più tardi Corrado di Alviano, potestà di Viterbo, supplicò i porporati di fare la loro scelta, ma fu scomunicato. Oggi noi ce la ridiamo di fronte a questo evento, ma a quel tempo essere scomunicati equivaleva a contrarre la peste. Raniero Gatti, suo successore, non si fece attendere e passò direttamente ai fatti. Egli sbarrò le porte cittadine e rinchiuse i cardinali all’interno del Palazzo Papale. Questi vennero letteralmente chiusi a chiave, come suggerisce appunto la parola cum clave. Tuttavia, nonostante i provvedimenti adottati, quei poveri servitori di Madre Chiesa, proprio non riuscirono a decidersi. Poi ci fu la svolta.
I viterbesi scoperchiarono il tetto del palazzo dei Papi, razionarono cibo e bevande, e fecero manbassa dei vini e delle vivande conservate nelle cantine. Quindi bivaccarono a loro volta. La situazione si fece drammatica. Se si osserva il pavimento dell’edificio testimone di tanti guai, ci si accorge con stupore dei buchi realizzati dai vecchi cardinali per poter piantare le tende utilizzate come riparo di fortuna. Chissà se si trattò dei drappi posti poco prima davanti alle finestre…
Uno dei porporati stanco di tali incivili trattamenti della popolazione, che aveva osato chiedere un po’ di celerità visti i costi del protrarsi dell’indecisa assemblea, abbandonò indignato la sala del conclave.
Finalmente, neanche aspettassero la seconda venuta di Cristo, i cardinali scelsero il nuovo papa: Gregorio X. L’agonia sembrava quindi essere giunta al termine. I cardinali tirarono un sospiro di sollievo e sbadigliarono dalla fame. Poi la doccia fredda.
Gregorio decise che da quel momento in poi si sarebbe sempre seguito lo stesso iter: chiusi in una stanza a decidere in fretta. Ovviamente con almeno un tetto sulla testa. Il II Concilio di Lione trasformò poi questa pratica disperata in un atto formale e di piena ufficialità, allontanando, per modo di dire, anche le possibilità di intervento esterno. Tuttavia di corruzione, infine, se ne vide ancora molta nel corso della storia.