Editoriale n.9 – Aprile 2008

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di Alessandro Moriccioni

Alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino, e alla vista dello sfacelo che del Tibet sta facendo il governo cinese, è giusto scendere in campo per manifestare tutto il dissenso nei confronti di un’amministrazione che come negli anni ’50, sta cancellando il popolo tibetano nella sua cultura e nella sua identità sociale. Un popolo che vive, per diritto, il suo essere tibetano, un popolo appartenente al Tibet, che nulla ha in comune con la realtà cinese, né con la Cina stessa. Il Tibet non è, e non sarà mai, parte della grandiosa Cina. Primo perché si tratta di due etnie dalla radice culturale diversissima. Secondo perché il processo di livellamento che la Cina sta realizzando da decenni, matrice di quello adottato ora dalla Comunità Europea e chiamato globalizzazione, sarà sempre una prigione per un popolo che ha vissuto isolato dal mondo per centinaia d’anni e che se potesse, non a torto, tornerebbe a farlo eclissandosi dai libri di storia come la mitica Agarthy. Il Tibet non è mai stato parte della Cina come essa pretende che sia per quale diritto di prelazione non si sa. Questo piccolo stato, cosa che ancora è bene considerare, ha avuto leggi e legislatori. Addirittura un proprio esercito. Non è mai stato, come crede l’occidente ignorante, un popolo di saggi monaci e basta. Non tutti i Dalai Lama sono stati illuminati, non tutte le loro anime furono grandi come quella di Sua Santità il 14mo Dalai Lama che ora, ad un’età pensionistica, si batte con il dialogo contro il governo oppressore della Cina (non contro i cinesi che rispetta ed ama).
Intanto si vede Gorge Bush Jr. fare l’occhiolino a Pechino pregando la comunità cinese tutta di “avere pazienza”.
Ma, carissimo presidente, non crede che sia il Tibet ad aver avuto fin troppa pazienza? E’ dal 1950 che aspettano un trattamento umano. Lo sa che nemmeno i soldati cinesi occupanti ebbero il coraggio di distruggere il Potala di Lhasa, il palazzo dalle mille stanze che fu residenza di tutti i Dalai Lama, tanta era la sua aria di opera divina?
Se, come si preannuncia, la fiamma olimpica brucerà l’ultima speranza di un popolo, piegato dal genocidio, di essere ascoltato dalla comunità internazionale, avremo perso tutti una battaglia per il raggiungimento di una giustizia che disattendere provocherà danni gravi nel prossimo futuro. Quando l’armata rossa cinese si fermerà; quale ricordo resterà del Paese sul tetto del mondo?
Noi in Italia, invece, abbiamo fallito il dialogo e deluso Sua Santità qualche mese fa. Per le nostre relazioni commerciali con la Cina egli è un imbarazzo. Durante il suo ultimo viaggio in Italia, nessuna carica importante lo ha accolto. Ma il Dalai Lama è un Capo di Stato, seppure in esilio.
Che vergogna! Poi ci si indigna se al Papa viene impedito di pronunciare due parole all’Università “La Sapienza” di Roma!
Quando il popolo tibetano sparirà e sarà ucciso l’ultimo monaco dissidente, anche noi saremo tra i responsabili del nuovo olocausto perpetrato dai comunisti. Ma prima o poi, è vero, la storia dimenticherà nomi e cognomi che diverranno Top Secret. E’ successo nell’ex Abissinia (dove gli italiani massacrarono e stuprarono), in Bosnia, in Rwanda, in Argentina, in Iraq e ultimamente è successo anche in Birmania.
Tiziano Terzani avrebbe saputo bene come bacchettarci e farci giustamente vergognare.

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