Gli anni d’oro di “Galaxy” – seconda parte

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Continuano i ricordi di Riccardo Valente, il dirigente milanese che cinquant’anni fa ha creato in Italia la rivista “Galaxy”…

di Luigi Cozzi

Galaxy1In Italia dal 1958 al 1964 è uscita la rivista mensile di racconti di fantascienza Galaxy, edizione nostrana della celebre testata omonima americana diretta prima da H. L. Gold e poi da Frederik Pohl. Nel 1981 io sono riuscito a rintracciare a Milano Riccardo Valente, l’uomo che ha creato l’edizione italiana di questa rivista e che ne ha diretto i primi 26 numeri, certamente quelli oggi più ricordati con rimpianto dagli appassionati del genere.
Sono andato a intervistare Riccardo Valente nel1981 e questa è la continuazione del nostro colloquio, la cui prima parte e stata riportata precedentemente.

COZZI: Allora, signor Valente, mi tolga adesso una curiosità: come mai la casa editrice che lei ha fondato per lanciare Galaxy si chiamava Editrice dei Due Mondi?
VALENTE: “Oh, era un nome inventato, di fantasia. La casa editrice era una società che io avevo formato con questi due miei amici appassionati di fantascienza, i quali poi si ritirarono, lasciandomi solo.”

Come si chiamavano?
“Uno oggi e morto, poveretto! Era l’avvocato Sandro Ancona. L’altro invece… l’altro e quello che era abbonato ad Astounding e che me la passava, lui è fortunatamente ancora vivo ed è l’avvocato Leoniro Galleani, che lavora a Roma e a Milano. Quando fondammo la società, eravamo già tutti affermati nei nostri rispettivi campi di lavoro: Galaxy era una sorta di hobby, con il quale contavamo di guadagnare divertendoci. Invece… “

Io le ho chiesto una spiegazione del nome dato alla sua casa editrice perché è simile a quello della società che lanciò nel 1950 la Galaxy americana: la Edizioni Due Mondi, che in realtà era una società di Roma che aveva aperto una succursale negli Stati Uniti… una casa editrice di fumetti che varò Galaxy dopo aver clamorosamente fallito nel tentativo di imporre i fotoromanzi anche sul mercato nordamericano.
“Davvero? Questo non lo sapevo. Beh, direi che si tratta solo di una coincidenza, la somiglianza tra i nomi delle due case editrici… anche se una coincidenza abbastanza straordinaria, non lo nego.”

Parliamo della sua Galaxy: quando avete cominciato a pubblicarla, il primo numero del giugno del 1958 quante copie ebbe di tiratura?
“Ne stampammo 15.000 copie, che si sono rivelate immediatamente in grave eccesso rispetto alle vendite, nel senso che il primo numero ha avuto un certo successo e se ne è venduto circa la metà… diciamo tra le sette e le ottomila copie vendute… mentre dal secondo numero in poi le vendite sono scese e si sono stabilizzate intorno alle seimila copie vendute, a volte anche meno, per cui abbiamo quasi subito ridotto la tiratura a diecimila copie stampate… però non è che la cosa ci sia giovata molto dal punto di vista economico.”

Poi, dopo dieci numeri, con il fascicolo dell’aprile 1959 la rivista e stata edita da un’altra casa editrice, la CELT, ovvero dalla Casa Editrice La Tribuna di Piacenza, diretta da  Mario Vitali. Come mai vendette la sua rivista a un altro editore?
“Perché i miei soci mi avevano abbandonato e la rivista era in crescente passivo. Si, ogni numero che passava, io perdevo dei quattrini, e così, anche se non mi ricordo esattamente come, sono entrato in contatto con il signor Vitali per cedergli la testata… “

Vitali e stato sempre un affermato editore di testi legali: può darsi che il contatto con lui sia scaturito da un’iniziativa dei suoi due amici avvocati?
“Onestamente non me lo ricordo. Non so più come, ma sono entrato in contatto con Vitali e mi sono messo d’accordo che lui avrebbe rilevato la testata, senza pagare niente per acquistarla, impegnandosi pero a tenere me come direttore versandomi una piccola… “

Una piccola percentuale sugli utili?
“No, versandomi una piccola somma mensile quale compenso per le mie prestazioni di selezionatore dei testi.”

Quanto le dava?
“Settantamila lire al mese.”

Galaxy2Beh, non e molto, ma nemmeno poco: lei prendeva da Vitali 70.000 lire nel 1959 per curare Galaxy, mentre lo stesso editore dava soltanto 20.000 lire al mese a Roberta Rambelli nel 1964 per curare Galassia … “
“Si, io non mi posso lamentare di quanto prendevo, ma calcoli che comunque io gli ho praticamente ceduto gratis una testata, bene 0 male, già avviata… “

Certo. E lei lo ha frequentato malto, il dottor Vitali?
“Beh, l’ho conosciuto, ma non ho avuto molti rapporti con lui, perché io mi limitavo a inviargli i testi tradotti e selezionati, senza andare a Piacenza. Glieli spedivo. E sono andato avanti così fino all’ultimo numero che ho diretto, quello doppio del luglio-agosto 1960.”

Come mai ha abbandonato la cura della rivista?
“Perché era un lavoro che ormai svolgevo senza più il minimo entusiasmo… non mi interessava, non mi piaceva più. Questo e il solo motivo per cui ho abbandonato.”

Faceva anche le traduzioni, in quel periodo?
“In pratica, la cosa funzionava in questi termini: all’inizio, io avevo cercato di affidare la traduzione dei racconti a dei collaboratori esterni, ma avevo smesso… avevo smesso per due motivi: il primo e che la rivista era in passivo, e quindi non era davvero il caso di accrescere quel passivo assumendo anche dei collaboratori; anzi, per limitare le perdite, dovevamo fare un po’ tutto in casa, io e mia moglie, e quindi, necessariamente, era imperativo che realizzassimo da noi anche le traduzioni. Il secondo motivo e che, quando all’inizio avevo comunque affidato dei racconti ad alcuni traduttori esterni, non ero rimasto per niente soddisfatto di come me li avevano resi in italiano: non avevo trovato nessuno che traducesse quei testi come io pensavo che dovessero essere tradotti… cioè, magari rispettavano la grammatica, ma non rendevano lo spirito, e così ho convinto mia moglie Marina a mettersi lei a tradurre i testi, sotto la mia supervisione. E’ stato così che lei ha iniziato la carriera di traduttrice: oggi e molto affermata nel settore, lavora per Mondadori e Rizzoli traducendo i libri dei maggiori scrittori americani… ma ai tempi di Galaxy non aveva ancora fatto una sola traduzione in vita sua.”

A sua moglie piacevano i racconti di fantascienza che traduce va?
“No, li detestava. Li malediceva, mentre li traduceva, perché per lei la fantascienza era solo un insieme di grosse scemate… oppure restava terrorizzata dalle storie che traduceva, veniva presa da una paura folle che un qualche mostro con la mano verde uscisse per davvero dal nostro bidone della spazzatura… “

Era totalmente contraria alla fantascienza, allora?
“Direi! E, in particolare, non le piaceva la lingua, lo stile in cui erano scritti quei racconti… mentre a me la loro correttezza linguistica importava solo fino a un certo punto, perché io non sono un purista, in fatto di letteratura, e quindi badavo più al contenuto che allo stile. Comunque, sostanzialmente, tutti i primi venti fascicoli di Galaxy, io e Marina li abbiamo curati insieme, finché non ci siamo stancati e, appunto, abbiamo detto ‘Basta!'”

Ma anche lei traduceva, oppure… ?
“Si, qualche racconto l’ho tradotto anch’io, però oggi non le so più dire chi sia stato di noi due a rendere un racconto o chi un altro. Spesso, poi, lavoravamo in coppia: cioè, lei traduceva in prima stesura e poi io riscrivevo il testo dandogli lo stile che mi sembrava ideale per rendere lo ‘spirito’ dell’autore.”

Mi spieghi una cosa: lei dice che Galaxy, quando la pubblicava lei, era in perdita netta. Eppure quando Vitali della CELT la rilevò, la rivista cominciava a rendere, perché continuo le pubblicazioni per anni e smise solo quando la gemella americana rifiuto di rinnovare la cessione dei diritti…
“E’ vero, ma io le assicuro che con me la testata era in perdita crescente, mentre con Vitali … beh, lì il discorso e molto diverso: le vendite non aumentarono, anzi, forse diminuirono persino di un po’, però il fatto e che Vitali faceva l’editore di professione, e quindi lui sapeva come fare per risparmiare, per ridurre i costi della pubblicazione al minimo, e in questa maniera, di conseguenza, era possibile che lui ne ricavasse un utile… minimo, magari, ma sempre un utile. Inoltre, Vitali aveva un grosso vantaggio: possedeva una tipografia tutta sua e quindi stampava la rivista in proprio, nei momenti liberi, per cui in pratica le spese tipografiche per lui erano inesistenti, e questo riduceva i costi generali in maniera enorme, e chiaro. In più… in più, lui era inserito nel giro editoriale, poteva certamente mercanteggiare meglio di me le condizioni di vendita con i distributori, perché aveva anche altre testate, altre pubblicazioni, mentre io ero inesperto, solo e molto sprovveduto in quel paese di squali e di lupi che è l’editoria. Per esempio, io, per consegnare ogni numero al distributore affinché lo mettesse in vendita, ero obbligato a staccare una fattura con l’IGE, e di conseguenza ogni volta dovevo versare a fondo perduto almeno un paio di milioni di lire in contanti allo Stato: Vitali, invece, aveva modo di recuperare quel denaro grazie al resto delle sue attività, e perciò quello che per me era un costo a perdere sempre più pesante da sostenere, per lui invece era una voce forse addirittura attiva… capisce? Vitali sapeva come muoversi e come comportarsi, io no.”

Quindi lei non pensa che Vitali l’ abbia preso per la gola facendosi cedere la testata di Galaxy gratis?
“No, no, nella maniera più assoluta. A Vitali io non posso rimproverare assolutamente niente: certo, lui ha fatto il suo affaruccio rilevandola, ma si e sempre mantenuto nel lecito e nel normale, mentre io, solo per via della mia inesperienza, sono andato incontro a una sostanziosa perdita economica, della quale non sono mai rientrato… tanto che posso affermare che l’unico risultato positivo dell’esperienza della Galaxy italiana è stato che mia moglie ha dovuto iniziare l’attività di traduttrice, un mestiere in cui poi ha avuto molta fortuna. Io non ho avuto neppure questo, invece… “

Lei però, dopo l’avventura dei ventisei fascicoli di Galaxy che ha curato, non si è più interessato attivamente alla fantascienza: questo è successo perché era rimasto troppo deluso dall’esito economicamente negativo di quell’esperienza, oppure perché… ?
No, no, non è stata la delusione ad allontanarmi dalla fantascienza. Non me ne sono più occupato per la semplice ragione che, più passavano gli anni, meno tempo libero avevo da dedicare alle letture: oggi sono arrivato al punto che non leggo quasi più nulla in assoluto, guardo solo la televisione. E comunque, a essere sincero, se adesso dovessi rimettermi a leggere un libro, di sicuro non ne comprerei uno di fantascienza… non perché oggi ritenga la fantascienza un genere deteriore o superato, ma soltanto perché nutro ormai diversi interessi e ci sono cose che mi attirano molto di più in altri settori. Ho cambiato gusti, in altre parole… “

Galaxy3Come nacquero le bellissime copertine del grande illustratore Guido Crepax per la Galaxy italiana? Erano molto insolite, molto spinte, stupendamente immaginifiche…
“Le copertine di Crepax nacquero semplicemente per una mia decisione, perché secondo me le copertine dell’edizione originale americana, esaurite quelle che avevo già selezionato, non erano più un granché. Inoltre, diventava sempre più difficile e complicato riuscire a farsele mandare… “

Le spedivano dall’America le tavole originali?
“No, no. Io scrivevo indicando quale copertina volevo usare per l’edizione italiana e allora loro mi inviavano le electros, specie di piastre zincate in quadricromia, una sorta di clichet… solo che importare quelle lastre costava una cifra non indifferente, in più a volte arrivavano in ritardo e io finivo per non rispettare le date fissate per la stampa; inoltre diverse volte, quando Galaxy era sotto la mia gestione, il tipografo ebbe grossi problemi con quelle lastre: non riusciva a riprodurle bene e doveva fare i salti mortali per stamparle decentemente: così, un bel giorno, stanco di tutti questi problemi e convinto anche che le copertine americane non fossero poi così eccezionali, parlai con Franco e Guido Crepax, che conoscevo bene e che facevano gli illustratori. Guido era allora alle sue prime armi, anche se aveva già realizzato un mucchio di lavori, ma non era ancora famoso come oggi, e quindi, offrendogli poche lire, lo convinsi a disegnare per me delle nuove copertine.”

Quanto gliele pagava?
“A volte 20.000 lire l’una, a volte 30.000… un prezzo molto basso, ed era chiaro che lui me le faceva soprattutto per farmi un piacere… ma era un lavoro che Guido faceva con slancio, e a me le copertine che realizzava piacevano in misura enorme, smodata: fortunatamente ho conservato ancora tutti quei disegni originali, e infatti li vede qui appesi alle pareti…”

Come reagì il pubblico alle copertine di Crepax, alcune delle quali erano assai insolite per l’epoca, così stilizzate, così grafiche, così all’avanguardia…?
“Non ci fu il minimo problema con il pubblico, nessuno scrisse per protestare… furono accettate e basta. Comunque tenga presente che certe, di quelle copertine, erano molto diverse dal Crepax che oggi conosciamo…”

Mentre curava Galaxy, lei non ha mai cercato di mettersi in contatto con Giorgio Monicelli, che dirigeva Urania e che era anche il primo curatore nonché il fondatore pure dei Romanzi del Cosmo?
“No, mai. Mai. Non ho mai avuto il minimo rapporto con lui… anche perché Monicelli lavorava soprattutto nel settore dei romanzi, mentre io puntavo tutto sui racconti: due cose ben distinte, a mio parere. Non ho mai avuto rapporti di nessun tipo nemmeno con la Mondadori, almeno fino al 1965 quando pubblicarono il volume All’ ombra del 2000 ristampandovi diverse delle traduzioni che io e mia moglie avevamo fatto per i primi numeri di Galaxy… senza citare la fonte o chiedercene i diritti, così, senza nemmeno avvisarci del fatto. Allora io contestai questo fatto alla Mondadori e loro mi dissero che era una coincidenza il fatto che le traduzioni fossero uguali… un evento chiaramente impossibile. A quel punto avrei voluto fargli causa, ma sarebbe durata anni e avrebbe reso ben poco… così alla fine ho chiuso la questione scrivendo un’ultima lettera alla Mondadori per dire che un’azione del genere me la potevo anche aspettare da un qualche piccolo editore pirata, ma non certo da un colosso internazionale come loro… capito?

Capisco. Ma, a proposito di compensi, mi può dire quanta pagava lei per i diritti di Galaxy alla testata americana?
“All’origine l’accordo fu che avrei versato 200 dollari per ogni fascicolo che pubblicavo in Italia. Ma successivamente questa cifra e stata ridotta, perché io ho spiegato agli americani che la Galaxy italiana stava andando male e loro hanno acconsentito a ridurre quella tariffa a soli 50 dollari a numero: un compenso che era chiaramente solo nominale. Devo dire, a questo proposito, che gli americani si sono dimostrati dei veri signori ad accettare quella riduzione, perché avrebbero potuto anche opporsi, e allora forse io avrei subito chiuso la testata. Ma loro credettero ai rendiconti che io gli inviai, dai quali era lampante il disavanzo tragico tra i costi e i ricavi: l’edizione italiana di Galaxy che io stampavo andava infatti sempre più in perdita numero dopo numero!”

A lei dovevano piacere molto autori come Simak, Sheckley, Tenn e Pohl, dato che li pubblicò spesso nelle prime annate: non è così?
“Sicuro, mi piacevano moltissimo, e Pohl forse più di tutti. Ma mi piaceva molto anche Philip K. Dick, che lei non ha citato.”

Nel dicembre del 1958 lei iniziò a pubblicare un romanzo a puntate, Ammazzare il tempo di Robert Sheckley. Come fu accolto dai lettori? Come reagirono all’innovazione dell’opera lunga suddivisa in varie parti, tanto che, nel caso di quel romanzo in quattro puntate, dovettero attendere ben quattro mesi prima di sapere come andava a finire?
“Non ci furono né proteste né critiche… praticamente nessuno scrisse lamentandosi o lodando l’iniziativa. Come già le ho detto, non e che i lettori si esprimessero mai molto su quanto andavamo facendo.”

Arrivava poca posta dai lettori, quindi?
“Erano pochissime le lettere dei lettori che giungevano in redazione: davvero pochissime, e quindi era impossibile usarle come parametro per determinare se un’iniziativa o una innovazione piacesse o no al pubblico. Di conseguenza, io curavo la rivista seguendo solo i miei gusti personali… non avevo modo di sapere che cosa pensassero in proposito quelle quattro o cinquemila persone che ci compravano, perché, appunto, non si facevano praticamente mai vive in nessun modo.”

E non riceveva nemmeno racconti di aspiranti autori italiani? Tutte le testate di fantascienza ne sono sempre state sommerse, mi pare… o no?
“No, nemmeno questo: mi ricordo di un solo lettore che ci inviò dei racconti in visione, e basta. Uno solo. Forse questo accadeva perche la mia Galaxy non aveva una grande diffusione: veniva comprata solo da pochi appassionati, probabilmente da quella frangia più fanatica dei lettori di Urania… “

Proprio a riguardo degli scrittori italiani di fantascienza, in un editoriale sui numero di maggio 1959 di Galaxy lei scriveva testualmente: “Noi non crediamo al monrovismo letterario. La frase ‘agli italiani piacciono i racconti all’italiana’ non è vera né da un punto di vista letterario generale, né tanto meno da un punto di vista strettamente fantascientifico, dato che la produzione fantascientifica italiana praticamente è inesistente, e non può quindi piacere ciò che non esiste. L’America, la Russia, l’Inghilterra, la Francia, perfino la Francia, possono permettersi di avere una letteratura fantascientifica: l’Italia no. Siamo un popolo di santi, di navigatori, di poeti, di precursori, se vuole, di geni incompresi, e certe volte anche troppo compresi, ma non, enfaticamente non, di scrittori di fantascienza.’ E’ ancora pronto a sottoscrivere quelle sue parole del 1959?”
“Beh, all’epoca gli scrittori italiani di fantascienza non esistevano davvero o, se ce n’erano, procedevano ancora per tentativi… infatti, come già le ho detto, ce ne fu soltanto uno che inviò dei racconti in visione a me… uno solo, un dilettante. In seguito… beh, io non seguo più la fantascienza, ma non mi pare che nemmeno ora (nel 1981, NdC) le librerie pullulino di libri di fantascienza scritti da italiani. L’unico nome abbastanza noto e quello di Roberto Vacca, mentre Italo Calvino… beh, Calvino merita tutta la stima, ma non scrive di sicuro fantascienza, almeno come la intendo io. Calvino scrive di fantasia, fantasy o science fantasy, che sono due generi ben diversi dalla fantascienza… “

In effetti, oggi sono molti gli scrittori italiani che stanno emergendo nel settore della fantasy: Giuseppe Pederiali e un altro, e ce ne sono diversi nel campo specializzato…
“E’ probabile che gli italiani siano in grado di spiccare nella fantasy: in un certo senso, l’abbiamo cominciato noi, questo genere, basta pensare a Dante o all’Ariosto, no? Ma la fantascienza, la fantascienza rigorosa, hard… beh, non mi pare nemmeno oggi che lì gli italiani possano primeggiare nel mondo… e quindi le confermo, pur sfumandolo, quel mio giudizio di tanti anni or sono.”

Galaxy4Lei non ha mai provato a scrivere opere di narrativa?
“No. Però non nego che la mia grande aspirazione è sempre stata quella di pubblicare prima o poi qualche novella di mio…”

Davvero? E come concilia questo desiderio con l’affermazione del 1959?
“Ma io non penso di scrivere storie di fantascienza… di fantascienza hard o rigorosa, almeno: non ne sarei assolutamente capace. Io vorrei invece pubblicare qualche storia fantastica, sì, satirica o fantasiosa, in maniera più libera.”

Ha in mente qualcosa in particolare?
“Si, proprio adesso sto scrivendo, sto buttando giù una sciocchezzuola, nei momenti di tempo libero… un’operina che comunque non credo riuscirà mai a vedere la luce.”

Un racconto?
“No, non è un racconto vero e proprio: è invece una raccolta di discorsi immaginari… i discorsi pronunciati da un dittatore, Valentino Primo, che nell’aprile del 1991 conquista l’Italia calando dalla Svizzera, valicando la frontiera al Bisbino seguito dai suoi mercenari belgi, che non sono molto numerosi ma, siccome sono seri e alquanto professionali, bastano a conquistare in fretta tutto il nostro paese… e ci riescono senza provocare il minimo spargimento di sangue. Così questo Valentino Primo si proclama immediatamente Re d’Italia e inizia a fare tutta una serie di discorsi ai suoi nuovi sudditi, discorsi in cui dice perché ha compiuto l’impresa e quali sono i suoi intendimenti futuri.”

E questa sua opera é costituita dall’insieme dei discorsi immaginari che lui pronuncia?
“Esatto. Ne ho già stesi diversi, e penso di arrivare fino a crearne una cinquantina… tra l’altro, ce ne saranno anche alcuni scritti in inglese, perché immagino che Valentino Primo li pronuncerà così davanti all’assemblea europea riunita a Bruxelles.”

E lei li ha scritti direttamente in inglese? Ma allora deve essere davvero molto bravo, in quella lingua… no?
“Certo… altrimenti come facevo a occuparmi di Galaxy? Vede, io per tanti anni ho lavorato con una ditta inglese, e quindi dovevo andare piuttosto spesso in Inghilterra, oltre che a dover parlare quasi sempre in quella lingua, che di conseguenza so benissimo. Fin dai primi anni Cinquanta io parlavo l’inglese bene quasi come l’italiano… “

Intende sottoporre questa sua opera narrativa, questa raccolta di immaginari discorsi, a un editore oppure… ?
“No, io sono ormai del tutto fuori dal giro editoriale. Quanto sto scrivendo, lo scrivo soprattutto per me, per un mio piacere professionale una sorta di hobby o di sfogo rilassante capisce? Al massimo, quando e se finirò il lavoro, me lo pubblicherò a mie spese, tanto per averlo in un’edizione stampata. Tutto qui.”

Insomma, lei e completamente perso per la fantascienza attiva… come lo e stato dal 1960 in poi, no?
“Si. Gliel’ho già spiegato, ormai la letteratura… qualsiasi tipo di letteratura… mi interessa molto poco, e non ho proprio il tempo di dedicarmici. Ho chiuso dopo l’ esperienza di Galaxy… che comunque era un hobby… un hobby che mi ha fatto perdere parecchi soldi, ma sempre un hobby.”

Perche un hobby? Vuole dire che…
“Che mentre la pubblicavo, io ho comunque continuato a fare il lavoro che avevo prima: nel tempo libero, mi dedicavo alla rivista. E devo ringraziare il cielo per non avere lasciato quel posto, perché, se non l’avessi più avuto, sarei davvero finito nei guai! Come avrei fatto a mangiare, a pagare l’affitto, a pagare i debiti fatti per mandare avanti Galaxy?”

Capisco. Un’ultima cosa: lei si é poi separato da sua moglie. Non siete più insieme, come invece eravate ai tempi di Galaxy, no?
“Ci siamo separati nel 1978… o nel 1977… non ricordo bene. Perche me lo chiede?”

Perche quando ho parlato con la sua ex-moglie Marina, spiegando che la volevo rintracciare per via di Galaxy, lei mi ha risposto fermamente: “Ah, allora si, parli con lui, io con quelle cose non c’entro per niente!” E ha usato un tono che sembrava quasi che l’avessi insultata, mettendola in relazione con Galaxy
“Non mi stupisce. Gliel’ho già spiegato, a mia moglie quei racconti non piacevano per niente, e in più oggi lei è un’affermata traduttrice di grande letteratura, e quindi, a metterla in relazione con quelle esperienze del suo passato… beh, non ne prova il minimo piacere: Galaxy fu un’iniziativa mia, che lei non condivideva… quindi, è naturale che la mia ex-moglie abbia reagito così, quando lei l’ha chiamata. Capisce?”