Le civiltà perdute

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Estratto del capitolo 2 del libro “La molteplicità dell’uno” scritto da Alessandro Marcon.

Atlantide

Molte sono le leggende che riallacciano le origini di molte civiltà ad un passato leggendario, che ci parla di mitiche terre ormai perdute e sepolte sotto le sabbie dei deserti o sommerse dalle acque degli oceani.
Molto al riguardo è stato scritto dagli autori moderni o del passato.
La storia cui più spesso si fa riferimento è quella accennata da Platone nel Timeo e approfondita nel Crizia che, come molti ben sanno, narra della scomparsa del mitico continente d’Atlantide.
Atlantide! Un nome che ci richiama alla mente mitiche e favolose terre, popolate da una civiltà presentataci dalla prolifica narrativa letteraria e cinematografia come appartenente al modello classico greco-romano. Questa è però una libera interpretazione d’alcuni autori e tale civiltà, come avremo modo d’appurare, non era basata su quel modello ma, probabilmente, era una civiltà tecnologica avanzata, anche se di un tipo a noi del tutto sconosciuto.
Ma cosa è stato appurato a tutt’oggi dalla scienza e dalle ricerche effettuate al riguardo circa l’esistenza di questo mitico continente perduto?

Alcuni ricercatori hanno voluto individuare i resti delle antiche terre sommerse quando, a seguito d’analisi ecografiche e batimetriche del fondale atlantico, hanno rilevato la presenza di vasti pianori e catene montuose. Un conforto a quest’ipotesi sarebbe dato da ricerche effettuate dalla scienza ufficiale (ovvero proprio dai suoi detrattori). La teoria sopra menzionata della tettonica a zolle, sarebbe stata screditata da ricerche effettuate da un’équipe italo-russa, il cui risultato è stato pubblicato in Italia dalla rivista scientifica “le Scienze” (edizione italiana dello Scientific American) n° 305/94, dalla quale cito questa parte d’articolo:

Senz’altro da porre in evidenza i rilevamenti eseguiti dalla nave laboratorio Akademik Petrovsky la quale cominciò a prendere fotografie subacquee dell’arcipelago delle Horseshoe, 450 km ad ovest di Gibilterra, nel Gennaio del 1974.

E ancora la scienza ufficiale continua a negare. Questo perché, prendendo in esame solo un singolo reperto esso non si rivela significativo ma unendoli, come a voler comporre un gigantesco puzzle, l’evento acquisterebbe ben altra dimensione e significato.
Proviamo ora a fare questo lavoro, considerando qualcuno di questi casi.
La leggenda colloca la fine d’Atlantide in un periodo all’incirca fra i 9.500 ed i 10.500 anni a.C.; vediamo quali eventi risalenti a quell’epoca si sono verificati nella storia geologica della Terra:

Le prove scientifiche verrebbero da una teoria avanzata dal geologo Alexander Tollmann, dell’Università di Vienna geologo dell’Università di Vienna, avrebbe trovato tracce di un impatto cometario in strati geologici risalenti ad un periodo che potrebbe andare dal 9.500 al 10.500 a.C. (rif. FOCUS n. 67 del set. 1996 e “geologia del Diluvio Universale” del prof. Bruno d’Argenio). Egli afferma, in base al rinvenimento di tectiti (frammenti di roccia fusa da impatto meteorico) in strati geologici risalenti ad un periodo tra l’8.000 ed il 10.000 a.C., che un corpo di notevoli dimensioni, probabilmente costituito da frammenti di un nucleo cometario, abbia impattato la Terra (fig. a lato). Un episodio simile a quanto avvenne su Giove nel 1994, con la cometa Shoemaker-Levi. Tale evento avrebbe provocato una catastrofe a livello planetario, che avrebbe causata la scomparsa di quel continente.

Tratto da un papiro della XII Dinastia conservato all’Ermitage di San Pietroburgo:
“In tempi lontanissimi dai cieli cadde una stella e le fiamme consumarono tutto. Tutti furono bruciati ed io solo ebbi salva la vita. Ma quando vidi quell’enorme montagna di corpi ammassati, anch’io mi sentii quasi morire per la disperazione”.

Vediamo nella tabella (fonte “Geologia del Diluvio Universale” del prof. Bruno D’Argenio, dell’Università di Napoli), gli effetti di un impatto siderale.

Solo la pietra rimane, muta testimonianza delle grandi opere del passato. Con questo si può portare l’attenzione su alcune grandi opere che ancora testimoniano gli splendori raggiunti da un’antica e perduta civiltà e che solo impropriamente sono attribuite agli antichi Egizi: le Grandi Piramidi, in particolare quelle di Cheope e Chefren, e la Sfinge della piana di el-Gizeh.