Il cuore della Strega

Un segreto celato in un antico dipinto del Museo degli Uffizi di Firenze

di Marco Mattia

1546

Il Museo degli Uffizi di Firenze è tra i più noti e ricchi musei del mondo, un forziere ricolmo di tesori di valore inestimabile composto da capolavori e oggetti d’arte di grande bellezza risalenti sin dal medioevo fino all’età moderna.
Originariamente destinato ad ospitare gli uffici amministrativi e giudiziari di Firenze, il palazzo fu voluto dal Granduca di Toscana Cosimo I de Medici che nel 1560 incaricò della costruzione l’architetto di corte Giorgio Vasari e per fare spazio alla nuova grande costruzione furono abbattute alcune case ed altre inglobate nelle stesse mura del nuovo edificio.
Gli Uffizi furono portati a termine da Bernardo Buontalenti, (Bernardo Timante Buonacorsi, Firenze, 1531 – Firenze, 6 giugno 1608) un altro grande architetto di quei tempi che venne incaricato alla morte del Vasari nel 1574 e dal successore di Cosimo I, il granduca Francesco I de Medici e proprio a questi si deve la creazione ed allestimento della Galleria nel 1581, al secondo piano dell’edificio.
Meravigliosa invenzione del Buontalenti e cuore pulsante del palazzo, la Tribuna degli Uffizi viene portata e termine nel 1584 ed è considerata il primo museo d’occidente, una sala progettata con criteri espositivi ben precisi, progettata per contenere e valorizzare i gioielli di famiglia, dipinti, statue, pietre preziose, antiche armi, vasi, camei, medaglie ed oreficerie, una sorta di tempio profano che celebrava la magnificenza della casata Medici.

Un dipinto proveniente proprio dalla Tribuna, attribuito oggi al pittore veneto Jacopo Ligozzi ( Verona 1547 – Firenze 1627 ) ed inventariato con il titolo “Maga che strangola un putto“, desta da tempo la curiosità dei curatori degli Uffizi e degli storici dell’arte tanto per la particolarità del soggetto rappresentato quanto per il fatto che, in mancanza di una firma, l’attribuzione dell’opera sia in verità tutt’altro che certa e una misteriosa iscrizione leggibile nel bordo della veste della donna rappresentata si pensa possa rimandare al vero autore del dipinto. Il dipinto è anche noto tra gli addetti ai lavori come “La strangolatrice” o “la Strega“ ed oggi è custodito e in buono stato di conservazione in un deposito della Galleria Palatina di Palazzo Pitti.
Portato a conoscenza dell’esistenza dell’iscrizione proprio dalla gentilissima Dottoressa Anna Bisceglia, Vice-Direttrice della Galleria Palatina di Firenze, chi scrive è arrivato ad una conclusione e cioè un nome ed un cognome, un pittore e uno dei maestri più grandi di ogni tempo.
E’certo il fatto che con i giochi di parole, gli anagrammi ed i rebus, ogni soluzione vada considerata con le dovute cautele perché spesso le soluzioni sono molteplici e spesso traggono in inganno ma in questo caso a rafforzare la plausibilità della soluzione sono anche alcune informazioni e documenti circa il passato del dipinto, informazioni giunte al sottoscritto a soluzione quasi ultimata.

La Maga che strangola un putto
Il dipinto misura 81 centimetri di altezza e 67 di larghezza e raffigura una giovane donna che sembra in procinto di strangolare un bambino ancora in fasce: la luce tenue della candela, la disperazione di quel bimbo che prega ed implora, lo sguardo e l’espressione della Strega che sembra ammonire chi guarda l’opera, quasi a sfidarlo a guardare ciò che di lì a poco lei commetterà, ovvero il crimine più atroce ed indicibile, l’omicidio di un bambino.
Nel colletto della veste della Strega è disegnato quello che sembra un logogrifo, due monogrammi di tre lettere ognuno e tra di essi il volto di un uomo barbuto e le vicende ed il ragionamento che hanno condotto il sottoscritto alla presunta soluzione del rebus sono davvero interessanti, una lunga decifrazione durata settimane con il contributo ed i suggerimenti di alcuni enigmisti, veri campioni della disciplina.

Il rebus
La scritta ed il disegno appaiono ben inseriti nel contesto e non sembrano apposti in seguito e non compaiono in altri dipinti noti ai curatori del Museo degli Uffizi, non sono censiti in alcun dizionario di monogrammi, di marchi e di firme di pittori e di altri artisti ed il sottoscritto ha subito considerato assolutamente plausibile l’ipotesi suggeritagli ossia che il logogrifo possa davvero trattarsi di una firma cifrata o comunque di un riferimento all’autore ed il fatto che una figura, il viso di un uomo barbuto, sia stata disegnata tra i due monogrammi lo ha fatto pensare ad un rebus anagrammato, quel genere di gioco enigmistico la cui soluzione si ottiene con la “fusione” delle lettere già scritte e date dall’autore dell’enigma con quelle ricavate dal ragionamento e dall’interpretazione dell’immagine attorno ad esse per poi essere anagrammate tutte insieme fino ad arrivare alla soluzione.
Con le sei lettere note, Z A F e A F R, sono possibili numerosi anagrammi, variando il loro ordine sequenziale si ottengono tante parole senza alcun apparente significato ma una soluzione è sembrata più interessante delle altre perché cinque delle sei lettere sembrano formare parte di un nome di persona, RAFFA Z, ed il sottoscritto ha ritenuto questo un indizio dell’autore dell’enigma, un suggerimento ben preciso che avrebbe indirizzato i futuri tentativi verso il nome di uno tra gli artisti più grandi, Raffaello Sanzio.
È noto che nei rebus parte della soluzione è data dall’interpretazione delle figure e delle immagini e quindi il successivo e problematico passo sarebbe stato quello di “collegare” il disegno tra i monogrammi alla parte mancante di quel nome e cognome, in sostanza quindi collegare le lettere “ELLO SANIO” ( R A F F A E L L O S A N Z I O ) al viso dell’uomo con la barba.
Nove lettere, cinque vocali e quattro consonanti, le combinazioni innumerevoli ed alcune soluzioni assai poco convincenti hanno condotto il sottoscritto ad un inevitabile impasse, cosa tutt’altro che rara per coloro che si dilettano tentando di risolvere questo genere di giochi di parole, pensando quindi di coinvolgere Federico Mussano, amico enigmista, giornalista e scrittore (Scientia in rebus est. Comunicare e conoscere per enigmi- 2013 – Universitalia Editrice). Federico, oltre a rilevare subito una forte somiglianza tra il viso barbuto disegnato sul colletto della Strega con il volto di Raffaello Sanzio nel dipinto “Autoritratto con Giulio Romano”, coinvolgeva nei ragionamenti uno dei più esperti e noti enigmisti, Tiberino, nome d’arte di Franco Diotallevi.
Anche la Dottoressa Anna Bisceglia, nel frattempo aggiornata da chi scrive in merito al nome sul quale si stavano indirizzando i tentativi, ha comunicato un’importante notizia e cioè che nell’inventario della Tribuna degli Uffizi del 1589 quel dipinto è attribuito proprio a Raffaello, attribuzione che non ebbe seguito però nell’inventario successivo, quello del 1635.
Dopo pochi giorni dal suo coinvolgimento Tiberino ha proposto una prima soluzione, “ELLO SAN IO “, “quel santo sono io”, soluzione interessante perché formulata con tre distinte parole ed importantissima perché il termine “ELLO” funge da pronome dimostrativo. Il sottoscritto, cogliendo al volo il suggerimento di Tiberino, è arrivato infine alla soluzione, uno scambio di vocali: “ELLA SON IO”, “quella figura sono io“, “quel volto con la barba è il mio“, “QUELLO SONO IO“.
La soluzione finale del logogrifo del dipinto della Strega, un anagramma, è quindi la seguente:

ZAF + ELLA SON IO + AFR = RAFFAELLO SANZIO.

Come a volte accade ad ogni enigmista, ai campioni ed ai fuoriclasse della disciplina come anche ai semplici appassionati, le soluzioni sembrano arrivare chissà da dove ed i ragionamenti fatti per arrivare a queste soluzioni spesso seguono percorsi tortuosi per giungere però nel posto più ovvio, nel luogo dove esse sono sempre state, sotto i nostri occhi.

Raffaello Sanzio e Jacopo Ligozzi
“E nel vero, poi che la maggior parte degl’artefici stati insino allora si avevano dalla natura recato un certo che di pazzia e di salvatichezza che, oltre all’avergli fatti astratti e fantastichi, era stata cagione che molte volte si era più dimostrato in loro l’ombra e lo scuro de’ vizii che la chiarezza e splendore di quelle virtù che fanno gli uomini imortali, fu ben ragione che, per contrario, in Raffaello facesse chiaramente risplendere tutte le più rare virtù dell’animo, accompagnate da tanta grazia, studio, bellezza, modestia et ottimi costumi quanti sarebbono bastati a ricoprire ogni vizio, quantunque brutto, et ogni macchia, ancorché grandissima “.
Bellezza, grazia e tutte le più rare virtù risplendono nell’arte di Raffaello come scrive Giorgio Vasari nelle Vite e “La maga che strangola un putto“, cupo e macabro, è davvero lontana da quelle virtù e da quella grazia ed il nome di Raffaello è inaccostabile a quel dipinto, quasi un’eresia.

Da quello che si comprende dalla lettura dei documenti e dalle schede museali riferite all’opera dei curatori del Museo degli Uffizi, essi ipotizzano che probabilmente furono gli abiti antiquati e tipici della prima metà del XVI secolo e l’acconciatura della Strega a suggerire al guardarobiere che compilò l’inventario “l’errata” attribuzione del dipinto a Raffaello, attribuzione che quasi gettò un’ombra sull’attendibilità dell’intero inventario della Tribuna del 1589, mentre l’accostamento a Jacopo Ligozzi, in quello più tardivo del 1635, è giustificato dalla presenza nei depositi del museo di un altro dipinto attribuito al pittore veneto che sembra “somigliare” allo stesso particolare e macabro soggetto della ”Maga che strangola un putto”, ritenute entrambe le opere riferimenti sia agli anni trascorsi dall’artista nella bottega del Casino di San Marco quanto alle inquietanti pratiche di occultismo del Granduca Francesco de Medici.
In verità le ipotesi formulate sin ora in merito a chi possa essere l’autore del dipinto appaiono deboli ed anzi l’unico dato certo è proprio quella prima attribuzione a Raffaello Sanzio frettolosamente liquidata come grave errore di un guardarobiere da quei critici e da quegli storici loro stessi però dimentichi di un’altra vicenda, un altro dipinto antico ed un altro monogramma.

I precedenti
Il libro “Sopra una Madonna di Raffaello d’Urbino a lui negata dal Passavant e da altri storici” scritto dallo storico dell’arte David Farabulini ( Roma, Tipografia della Pace, 1875 ), è una sorta di indagine con la quale l’autore tentò di smontare la più recente attribuzione ad Andrea di Aloigi d’Assisi detto l’Ingegno di un dipinto, una ”Madonna col bambino” , opera inizialmente per anni attribuita a Raffaello Sanzio.
La convinzione di Monsignor Farabulini è assolutamente giustificata in quanto nel bordo della veste della Madonna che regge Gesù bambino si legge un monogramma, la firma di Raffaello: ” …Certo non è agevole a prima vista, o con una sola letturina a corsa d’occhio, scernere nel monogramma tutte le lettere che sono più o men intere, e artificiosissimamente tra lor collegate e spesso confuse; ma chi vi badi con pazienza e discrezione, potrà a mano a mano distinguerle e ravvisarle, se ha alcuna conoscenza delle antiche forme dello scrivere, e sa in quanti strani e intricatissimi modi soleano sovente gli artefici porre, o piuttosto nascondere nelle parti più inimmaginabili del dipinto il lor monogramma… ”.
Il pittore di Urbino cifrò la propria firma in molte opere e secondo il Farabulini egli apprese quella pratica proprio ai tempi quando era a bottega dal Perugino (Pietro di Cristoforo Vannucci detto il Perugino, Città della Pieve, 1448 – Fontignano, febbraio 1523) nascondendo quelle strane firme sul bordo delle vesti dei soggetti ritratti; nel suo libro David Farabulini racconta anche di altri dipinti e di altre cifrature.
Più recentemente “Il matrimonio mistico di Santa Caterina“, opera scoperta in una collezione privata dallo studioso Carlo Pedretti è stata poi attribuita ad un giovanissimo Raffaello Sanzio a seguito del rinvenimento, tra i ricami della veste della Santa, proprio della firma del pittore urbinate : RAPHAEL SANT.
In tempi antichi come negli anni di Raffaello Sanzio ed a maggior ragione quando l’artista è uno dei nomi più grandi, le richieste dei servigi sono innumerevoli ed i committenti di ogni luogo, spesso di terre e di città all’epoca quasi irraggiungibili se non con lunghi viaggi e non di rado capitò che l’autore perdesse per sempre di vista il frutto del proprio lavoro e la pratica di occultare una firma, di renderla quasi invisibile perché confusa tra i dettagli del dipinto stesso è il metodo assolutamente infallibile per potersi attribuire l’opera in qualsiasi momento, anche anni dopo averla portata a termine e l’espediente di ricorrere a quello che sembra un gioco quasi irrisolvibile per enigmisti è certamente un’ulteriore sicurezza. D’altronde una firma leggibile e chiara posta ai margini di un’opera o magari nel retro della stessa sarebbero state assai facilmente occultabili dagli usurpatori e dai falsari.
A volte accade che ci si nasconda per vergogna e forse Raffaello si nascose in quella firma nel colletto della Strega perché assolutamente consapevole quanto quell’inquietante opera non fosse proprio da considerarsi alla stregua dei suoi soliti lavori, forse la richiesta di qualche committente a cui era difficile negarsi o forse solo un gioco od uno scherzo.

Io credo che i curatori ed i responsabili del Museo degli Uffizi di Firenze, proprio a seguito della decifrazione del logogrifo nel dipinto, debbano prendere in considerazione Raffaello Sanzio come autore della “Maga che strangola un putto” e debbano considerare quell’attribuzione nell’inventario della Tribuna del 1589 assolutamente corretta ed il lavoro del guardarobiere o di chi altro lo compose assolutamente in buona fede e che debbano tenere a mente che i misteri veri non sono solo quelli custoditi nel tratto di un pennello o nei colori di un dipinto ma anche e soprattutto nei sentimenti e nelle emozioni dell’artista.