Dall’America all’Australia nei misteriosi dipinti di Teglio

591

Una mappa affrescata in un palazzo di Teglio, in Valtellina, piena di enigmi e sconosciuta agli studiosi. Vi sono cartografati territori “impossibili” per quel tempo. La “Terra australis” fu toccata dai portoghesi molto prima della scoperta ufficiale?

di Ruggero Marino

La mappa di Palazzo Besta a Teglio
La mappa di Palazzo Besta a Teglio

Una mappa “impossibile”. In una località impossibile. Una delle tante carte del mondo carica di misteri. Un portale di pietra sbarrato. Una serie di segni scolpiti. Al centro in alto il trigramma di Cristo di San Bernardino da Siena, il francescano che infiammò questi luoghi lontani con le sue prediche. Ai due lati una fenice ed un pellicano, animali che rinviano a una sacralità perduta: la fenice che rinasce dalle ceneri, ovvero morte e resurrezione per il trionfo della vita eterna, il pellicano che nutre la prole con il proprio sangue. A ricordare il sacrificio per redimere l’uomo. Volti incisi in medaglioni e particolari, lungo i due stipiti, di cui si è perduto il senso. Una croce iscritta in un cerchio, attraversata a sua volta da un cerchio minore; al centro un forellino: una rotella celtica. Rose impresse ai due lati in basso. Nell’architrave una frase arcana, che suona come un monito per chi entra: “Novit paucos secura quies”. Un sorta di “summa” ideologica dei signori di questo misterico palazzo, sulla cui facciata una fascia decorativa fa da “liaison” tra l’ingresso e l’intero fronte dell’edificio. Un motivo fatto di riquadri, disposti a losanga, nell’alternarsi di chiari e di scuri, che più che a ad un finto bugnato (qualche quadrato rivela ancora un motivo floreale di fondo) rimanda agli scacchi, al gioco eterno fra il bianco e il nero, all’eterna lotta fra la luce e le tenebre. Siamo al cospetto di un “unicum” in un’enclave di montagna, apparentemente fuori dalle grandi vie di comunicazione. Su un balcone del versante retico delle Alpi, di fronte ai solchi contro il cielo delle Orobie.
Settecento metri sotto scorre la vallata dell’Adda. Terra di passaggio, terra di scontri religiosi, terra di incursioni dal nord, dalla Svizzera, dall’Austria, dalla Germania, vallata che fa da linea di congiunzione fra Venezia e Milano, ma anche non lontana da Como, Piacenza, Pavia, Ferrara, Padova. Uno snodo presidiato da militi, paladini e cavalieri cristiani (non lontano, a Grosio, c’è una chiesa dedicata a San Giorgio). Terra dai molti Graal incisi e dalle numerose croci rosse (!) nelle chiese. La tradizione orale racconta di neonati e di donne dagli occhi orientali per via di incroci con i saraceni, il cui grano si coltiva ancora, nel segno di una lontana trasversalità. Siamo in Valtellina e per l’esattezza a Teglio, dove un singolare castello propone una serie di affascinanti interrogativi in attesa ancora di risposta. Proponendosi come un “unicum”, che custodisce tanti “unicum”: come in una matriosca. Uno scrigno in attesa di una lettura più aderente alla verità di quanto non sia stato fatto sino ad ora. Una sorta di “Bignami” a fumetti, che condensa medioevo e rinascimento, presente e passato, scienza e fede, esoterismo e magia, ortodossia ed eresia. E un sottofondo da indagare, che sembra rinviare a cultori dell’alchimia. Chi erano i signori di questa piccola corte nascosta fra le nuvole? Fuori in qualche modo da ogni luogo e da ogni tempo? Chi erano i promotori e i custodi di questo cenacolo esclusivo ed accessibile ai pochi? Purtroppo non è facile ricostruirne la storia. Non si conoscono con certezza le date dei lavori di edificazione e soprattutto di realizzazione dei cicli pittorici che esamineremo, non si conosce con certezza il nome tanto degli esecutori quanto dei committenti. Aggiungendo interrogativi agli interrogativi.
“La tranquillità conosce pochi”: così è stato tradotto il motto posto all’entrata, a fare da benvenuto all’ingresso in un luogo che è la consacrazione di conoscenze arcane e profonde. Non a caso gli studi fatti in loco rimandano a confronti che, per la parte architettonica ed il rispetto delle proporzioni e delle armonie, rinviano ad una toscanità dichiarata, agli insegnamenti fiorentini di Leon Battista Alberti (le mogli di alcuni dei signori del palazzo portano come cognome Alberti), alle citazioni di Vitruvio, Filarete, Bramante, Giuliano di Sangallo. A cominciare dal cortile con l’uso ricorrente del numero 16, segno dell’interezza e della perfezione, che è dato dalla somma del 6 numero perfetto dei greci e del 10 numero perfetto per i romani. L’insieme fa pensare ad una ristrutturazione avvenuta a partire dal tardo Quattrocento, con una serie di successivi interventi. Il primo, decisamente il più importante, arriverebbe sino alla fine degli anni trenta del Cinquecento, il secondo successivo. Ma aldilà dei lavori riguardanti le strutture del palazzo è la parte affrescata quella più intrigante. In un “horror vacui”, che non lascia spazi liberi nelle pareti e nei soffitti, dove compaiano figure e scritte (quasi sempre queste ultime di carattere didascalico-etico, ma talvolta veri e propri indovinelli) in attesa di definitiva, anche se non facile interpretazione. La lettura d’altronde si presta a molteplici sfaccettature. Il periodo cruciale, dunque, va dalle fine del secolo ai primi tre decenni del Cinquecento. I signori sono i Besta, che si sono sviluppati dal primitivo ramo degli Azones. Cavalieri della fede cattolica, come puntualmente vengono ricordati. Ma anche aperti al nuovo con Azzo I Besta (morto nel 1508) e Azzo II Besta (morto nel 1562), ma soprattutto con Andrea Guicciardi (la leggenda parla di una possibile discendenza da Roberto il Guiscardo). E’ questi lo spirito dichiaratamente più umanistico che, entra a fare parte della famiglia, allorché sposa Ippolita degli Alberti, passata a seconde nozze dopo la morte di Azzo I. Fu lui l’istruttore del giovane figliastro, un istruttore non da poco, visto che oltre ad essere ricordato nel sepolcro come “artium et medicinae doctor”, fu anche rettore nel 1498 dell’Università di Pavia. Un particolare non trascurabile su cui dovremo tornare. Il suo sarcofago, posto in alto nell’antica chiesa di famiglia dedicata a San Lorenzo, è attorniato da due personaggi con barba che sembrano vegliare sulla sepoltura. Uno sovrastato dalla scritta “Spes mea dominus”, indica con un braccio verso l’alto, mentre con la mano sinistra regge la sfera armillare, l’altro ha la clessidra in mano ed è contrassegnato da un cartiglio con il motto “Domine usquequo”. Scienza, medicina e “arti” si coniugano in un personaggio tutto da scandagliare, visto che a quel tempo studi similari portavano spesso all’alchimia come alla magia bianca, quella che si opponeva per il trionfo della luce alla magia nera dei negromanti. E visto che siamo sul terreno di anomalie ricorrenti varrà la pena di rilevare che sull’originale volta a crociera della chiesa, come sottolinea un ricercatore, viene disegnata una <<“sui generis” ruota stellare con otto campiture e con al centro il sole, costituito dal volto di Cristo in rilievo, cui fanno corona altri quattro astri fiammeggianti.>> Una visione quasi copernicana, mentre sulla crocifissione dietro l’altare due angeli raccolgono il sangue di Cristo nelle coppe di un Graal.
Un percorso di fede nel quale si intrecciano varianti non proprio in linea con l’ortodossia.
Che è quanto ritroviamo moltiplicato una volta entrati nel palazzo, lungo le mura affrescate. A cominciare da quelle alte dell’ampio cortile, che offrono, in una sequenza monocroma (scelta singolare dati i tempi), il ciclo dell’Eneide ad iniziare dalla fuga di Enea. In una ricostruzione degli avvenimenti che non ha corrispettivi dal punto di vista stilistico e che omette le scene famose relative alla caduta di Troia e soprattutto quelle del cavallo. Il tema prescelto è incentrato sulle vicissitudini dell’eroe, nelle vesti dell’”homo viator” fino al suo approdo in Italia. A fargli da cornice, nei fregi sottostanti, una serie di cammei comprendenti tanti “uomini illustri” e anche qualche donna. Ognuno deve avere un nome e una ragione, ma nonostante le molte diciture, in parte illeggibili, e per via delle molte zone abrase la maggior parte dei “prescelti” continuano a restare, qui e altrove, nel mistero. In un tempo in cui nulla veniva lasciato al caso e molte opere d’arte erano un libro aperto. Solo per chi fosse in grado di leggerlo. Ed il senso recondito si infittisce nel ciclo cavalleresco ispirato dall’Orlando Furioso dell’Ariosto (la prima edizione del suo libro è del 1516). Dove finalmente si è tentato, in quello che per noi è il reale sottofondo ancora tutto da scandagliare del palazzo come delle sue molteplici “voci”, una interpretazione sul versante etico-moralistico-esoterico. Purtroppo l’interessante studio di Giuseppina Mazzoni Rajna si limita ad una lettura epidermica in questo senso, che individua tuttavia un Orlando “rivissuto attraverso incitamenti alla virtù, condanna del vizio, elevazione spirituale, rapporti magici tra i Cieli e la terra.” Laddove la complessità dei segni e delle citazioni, che compaiono nei motti che definiscono le 24 “scene”, come in un teatrino dei pupi, richiederebbe un approfondimento possibile solo ad un cultore della materia. In una vera e propria “grandinata” di simboli e di segni, che sfuggono ad una visione immediata.
Ne scaturisce comunque evidente un orizzonte culturale, che fa dei Besta, probabilmente soprattutto del Guicciardi, i depositari di conoscenze riservate ai pochi. Come detto esplicitamente sul portone del castello. In un crescendo cavalleresco che arriva alla “prepotenza e violenza dei governanti, alla discordia, all’avarizia e ingordigia della lupa ed alla sua uccisione per via di una giovane donna che uccide la “bestia” con la lancia, mentre con l’altra mano alza un compasso. Per finire con il trionfo dell’”uomo saggio o del mago bianco”, un gioviale signorotto che incede su una tartaruga portando nella mano una sfera armillare, simbolo di scienza e conoscenza. Ma sono numerosissimi, per cui non se ne può che fare un accenno, nei personaggi come negli sfondi, nella natura come negli animali e nei tanti curiosi particolari i segnali che fanno pensare ad un senso altro. Ad un significato completamente diverso da quello che appare alla vista. Peraltro male interpretato, poiché quanti, e sono pochissimi, hanno preso in considerazione la “biblioteca” sono ricercatori condizionati dalla storia locale, mentre Palazzo Besta rimanda ad una conoscenza più generale, ad una visione più universalista, coraggiosa e illuminata delle cose del mondo. Servendosi dell’allegoria anche attraverso un’arte non sempre eccelsa.
Non a caso la parte più affascinente (si potrebbe usare anche l’aggettivo sensazionale) del palazzo, quella che suscita i perché più importanti, più trascurati e meno risolti è quella che viene chiamata “La sala della creazione”. Un ulteriore ciclo che riempie tutti gli spazi di un grande salone. In una ricostruzione del libro della Genesi, che si sviluppa in una sorta di procedimento ellittico che va da Eden perduto ad Eden ritrovato. La creazione degli astri, degli animali, degli alberi, la nascita di Adamo ed Eva, il peccato e la loro cacciata, l’arca di Noé, il diluvio fino alla torre di Babele e alla dispersione delle genti posta sopra il camino, in una prosecuzione, che fa del tutto un grande athanor, uno sconfinato forno alchemico. Alla Babele e al caos si contrappone un bianco obelisco, simbolo esoterico che fa da trattino d’unione fra la terra e il cielo. Singolare inoltre il fatto che la presenza del creatore non sia mai antropomorfica, ma si presenti solo attraverso fasci di luce.
Per finire con quello che è stato il motivo della nostra andata a Teglio. Una mappa dipinta del Nuovo Mondo, che è l’ “unicum” più sorprendente, fra le pure svariate sorprese che il palazzo riserva. Difficile trovare un corrispettivo (solo Caprarola, per quanto ne sappiamo, lo supera in bellezza) ed i raffronti che vengono fatti non ci paiono calzanti. Difficile capire soprattutto perché a Teglio, perché in quel borgo sperduto vengano proposte e conservate (forse custodite?) conoscenze geografiche (la mappa è sconosciuta agli studiosi della materia) che sono a quel tempo esclusiva di pochi “addetti ai lavori” e quasi sempre segreto di stato. Riservate agli scienziati al servizio delle cerchie circoscritte del potere religioso o mondano.
Palazzo BestaIl mappamondo di Teglio, posto in alto sul soffitto, con difficoltà di visione per i dettagli, comprende tutte e due le Americhe. Presentate come la terra nuova rivelata dopo l’apocalisse-diluvio e dimostra una precisione geografica rara. Superiore a molte carte prese a modello dalla ricerca e rivela aspetti sconcertanti. Impossibile potere attribuire un’epoca esatta circa la sua esecuzione in mancanza di riferimenti archivistici. Poiché l’America raffigurata è quella rispondente a nozioni riferite alla seconda metà del Cinquecento si dovrebbe interpretare in questo senso la realizzazione del dipinto. Ma tutto lascia pensare, in linea con l’andamento del palazzo e con un graffito posto nella “Sala dalla volta ad ombrello”, che porta la data 21 settembre 1519 o 29, che possa essere stato eseguito nei primi trenta anni del 1500. Il che ne farebbe una carta “impossibile”. D’altronde abbiamo già visto che la mente scientifica ed umanistica della famiglia fu quella del Guicciardi, rettore dell’università di Pavia. Si può solo aggiungere che il figlio di Cristoforo Colombo, Fernando, scrive nelle sue storie che il padre studiò proprio presso quella università. I tempi e gli studi dei due personaggi sono tutto sommato coincidenti. Ma del fatto che Colombo sia stato effettivamente in quell’Ateneo non rimangono prove. Resta il fatto che la mappa di Teglio propone rebus irrisolti e riafferma l’appartenenza dei Besta a qualche clan di “illuminati”, se non proprio di iniziati, cultori del tempo aureo degli antichi (c’è anche una stanza con la storia di Roma). Personaggi non inconsueti a quei tempi, certo insoliti in una piccolo centro ed in una posizione isolata come quella della Valtellina. Dove si coltivava in segreto evidentemente il sogno riformista e mondialista di una comunione delle genti (in un’altra stanza, sia pure posteriore, c’è un affresco con l’incontro di re Salomone con la regina di Saba), di un ritorno al tempo primigenio dell’oro e dell’innocenza, che va dalla nudità di Adamo ed Eva al ritrovamento di un Mondo Nuovo. Posto a contraltare del primo paradiso come un paradiso ritrovato. Non a caso Colombo, di fronte al continente, in linea con le credenze del tempo scrisse di avere finalmente raggiunto il paradiso terrestre, che tutti gli studiosi ponevano ad Oriente. Là dove nasceva la luce. Ma i rebus si infittiscono, poiché alla base del mappamondo compare una data variamente interpretata: 1459, 1559, 1469, 1469, 1569, 1499. E’ quest’ultima la data esatta che fa parte di una scritta posta in basso e che recita: “TERRA AUSTRALIS ANNO 1499 SED NONDUM PLENE COGNITA”. A quale spedizione ci si riferisce? Il bel14.06 07/07/2008lo è che (come in svariate altre carte del tempo, sulle quali l’ortodossia preferisce sorvolare con argomenti di una banalità disarmante e che più di un ricercatore “eretico” sta, come noi, valutando) nella mappa di Teglio un’immensa terra australe compare all’estremo sud in senso rettilineo. La terra è dipinta in un verde lussureggiante, come per quelle perfettamente abitabili. L’Atlantide perduta sulla scia delle ipotesi dell’ammiraglio Barbiero? Un’Antartide che le ultime ricerche suggeriscono avere avuto un tempo un clima ben diverso?
14.06 07/07/2008 Un paragone è stato fatto fra il mappamondo di Teglio (un altro studioso lo avvicina a quello di Enrico Martello del 1490!) e quello dello spagnolo Girava. Per la verità la conformazione dei continenti è differente. Resta la dicitura che nel Girava suona: “Tierra meridional descubierta el ano 1499 pero non se sabe ahun porentero lo que sea”. La carta del Girava fa parte di una pubblicazione stampata a Milano nel 1556. A quale spedizione anche in questo caso ci si sta riferendo? A quella alla quale partecipò anche Amerigo Vespucci e che si limitò ad una perlustrazione di parte del Brasile? Strano, a questo punto, che non compaia il nome del navigatore fiorentino, pure abilmente utilizzato per cancellare Colombo. Di fronte a molte carte, che nel corso delle ricerche che ci portano a ricostruire una storia diversa concernente la “scoperta” delle Americhe e i personaggi di Colombo e del suo papa dimenticato, Innocenzo VIII Cybo, ci siamo imbattuti più volte in “anomalie” di non semplice soluzione. Tuttavia ci pare che la ricostruzione cartografica più vicina a quella di Teglio sia quella cordiforme di Oronzio Fineo (1536). Anche in questo caso una terra australe sterminata porta sovrimpressa la didascalia: “TERRA AUSTRALIS NUPER INVENTA SED NONDUM PLENE EXAMINATA”. Poiché l’America in queste carte è un mondo a sé stante raffigurato integralmente fino all’estremo sud e con un suo nome ormai preciso è evidente che qui si sta parlando non del nuovo mondo ma di un’altra terra. L’Australia come l’Antartide, nella cronologia, più politica che storica, delle scoperte “ufficiali”, sono di là da venire. Potrebbe essere l’ennesimo “incidente di percorso” di una geografia che ha fatto del “dogma” la sua strenua difesa. Di una “scienza” fondata sul luogo comune e ancora tutta da riscrivere. Alla quale Teglio sembra fare l’ennesimo colorato sgambetto. Con la sua terra verde australe, che sembrerebbe non avere nulla a che vedere con la zona “frigida” dell’Antartico (e su questo si potrebbe tornare con altri mappamondi). E questa sarebbe l’ulteriore incredibile novità. Alla quale si aggancia una notizia circolata su Internet sul sito della Cnn. Con l’annuncio del ritrovamento in mare nell’Australia, ad opera dello studioso Greg Jefferys, di una nave da guerra, palle di cannone, manufatti, ossa di uomini bianchi mischiate ad altre di aborigeni. Una nave portoghese, che anticiperebbe di 200 anni l’arrivo di James Cook in quelle zone. In una storia che, nel caso specifico, è stata scritta dai “vincitori” anglosassoni. Fin dai tempi di Colombo i portoghesi erano convinti che all’austro ci fossero terre sconfinate e per questo fecero di tutto per fare spostare, come in effetti avvenne, la “raya” tracciata da Alessandro VI Borgia a favore degli spagnoli, “recuperando”, fra l’altro, il Brasile.
Lo studioso australiano aveva pensato in un primo momento ad un’imbarcazione cinese. Quando le navigazioni dei Cinesi verranno reinserite nella storia della navigazione, come ha già cercato di fare, con un libro difficilmente confutabile Gavin Menzies, con il suo “1421 i Cinesi in America” molte, se non tutte le scoperte inerenti al Pacifico dovranno essere riconsiderate. I “gialli” si lanciarono nell’oceano con navi-transatlantico al confronto delle quali le caravelle erano veri “gusci di noce”. Poi si richiusero in se stessi cancellando tutte le carte. Il professore Jefferys è convinto che un approdo cinese sarebbe stato possibile nel secolo XV. Ma il legname rinvenuto sott’acqua, che è di quercia, è inequivocabilmente europeo. Il guaio è che la storia australiana non fa naturalmente minimamente menzione delle esplorazioni portoghesi. Il guaio è che molte carte lusitane sono andate perdute in un devastante terremoto. Da Teglio agli antipodi tuttavia, dalle montagne al mare, il filo si riallaccia. Come se, oltre alla storia della “scoperta” dell’America da riscrivere, anche il “Tempo del sogno” si stesse risvegliando. Per riportare a galla, con i tanti naufragi, il secolare naufragio della verità.