“Cerca Trova” e la ricerca de La battaglia di Anghiari di Leonardo

Una nuova ipotesi legata al quadro di Leonardo da Vinci. Un lungo articolo da leggere tutto d'un fiato

di Marco Mattia

5635

La scritta “ CERCA TROVA “ dipinta su di uno stendardo verde nell’affresco di Giorgio Vasari ed aiuti “La battaglia di Marciano in Val di Chiana” , sito nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze è stata interpretata da alcuni ricercatori come un’esortazione a “cercare e trovare” proprio La battaglia di Anghiari, affresco murale di Leonardo da Vinci, opera commissionata a questi dal gonfaloniere della Repubblica fiorentina Pier Soderini nel 1503 per celebrare la vittoria riportata dalla coalizione guidata dalla Repubblica di Firenze contro le truppe milanesi nella battaglia della piana di Anghiari del 1440. Le fonti storiche sono concordi nel ritenere che Leonardo dipinse l’opera in una delle pareti della Sala del Consiglio (oggi Salone dei Cinquecento) ma nessuna certezza c’è in merito a quale sia stata la parete prescelta ed alle effettive dimensioni del dipinto. Rarissime le testimonianze dirette ed attendibili, molto importante però quella di Paolo Giovio (Como 21 aprile 1486 – Firenze 12 dicembre 1552) :
“ …Rimane inoltre nella sala consigliare di Firenze una rappresentazione oltremodo apprezzabile di una battaglia vinta contro i pisani. Purtroppo fu iniziata in modo infelice malgrado ci fosse un difetto di tenuta del colore sugli intonaci che non legavano con i colori miscelati con olio di noce. Il comprensibilissimo dolore per questo inaspettato avvenimento sembra aver aggiunto all’opera ulteriore bellezza…” (1).
Della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci si è perduta ogni traccia e nulla si sa in merito alla sua sorte.
Nel 2011, sostenuto dalla National Geographic e dal comune di Firenze, il professor Maurizio Seracini docente dell’Università di San Diego e fondatore del Center of Interdisciplinary Science for Art, Architecture and Archaeology della University of California, diede inizio ad una serie di indagini parietali proprio dietro l’affresco di Giorgio Vasari, indagini che purtroppo si sono rivelate infruttuose e che hanno destato polemiche e proteste nell’ambiente degli storici dell’arte e negli ambienti della cultura.
Nel marzo 2012 il sottoscritto si è imbattuto in quella vicenda in modo assolutamente casuale e notando in verità da subito che tanto dal punto di vista della forma, quello dal lessico e della grammatica, quanto quella scritta fosse stata un’evidente forzatura perchè Giorgio Vasari (Arezzo, 30 luglio 1511 – Firenze, 27 giugno 1574) o uno dei suoi aiuti, avrebbe dovuto e potuto scrivere “CHI CERCA TROVA” oppure “CERCA E TROVA”, ovvero le forme corrette di quel motto e riportate anche nelle edizioni del “Vocabolario degli Accademici della Crusca “ (2) del XVII secolo.
Soldati ed armature, lance e spade, cavalli e stendardi, la mente è confusa e l’occhio di chi guarda è distratto dai tanti particolari ritratti nell’affresco ma il significato di quella scritta non va cercato in ciò che è dipinto tutto attorno ad essa ma in ciò che manca: un pronome ed una congiunzione.
Da sempre interessato ai giochi di parole ed a quelli matematici, chi scrive ha interpretato quella incongruenza lessicale del messaggio come una sorta di licenza poetica atta a giustificare un anagramma, risolvendo subito l’enigma con le parole TORRE VACCA, l’antico nome della torre di Palazzo Vecchio, nome in uso proprio in quegli anni in cui Giorgio Vasari affrescava ed abbelliva il Salone dei cinquecento.

La Torre della Vacca

L’inizio dei lavori per la costruzione di Palazzo Vecchio di Firenze, nell’anno 1299, viene attribuita proprio da Giorgio Vasari all’architetto toscano Arnolfo di Cambio (Colle di Val d’Elsa, 1232 o 1240 circa – Firenze, 8 marzo 1302-1310 circa). Al tempo era chiamato Palazzo dei Priori e per l’edificazione furono acquistate sia la terra che alcuni edifici, alcuni dei quali vennero demoliti mentre altri utilizzati come la Torre della Vacca, già scapitozzata nel 1250 fino all’altezza di 50 braccia ed in seguito fasciata letteralmente con le mura del Palazzo.
Nel 1561 il Vasari ,al quale il Duca Cosimo I (Firenze, 11 giugno 1519 – Firenze, 21 aprile 1574) affidò oltre che i lavori di abbellimento anche il restauro del Palazzo, scopre le mura della Torre della Vacca:
“ Le vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori” , Giorgio Vasari, edizione Giuntina, biografia di Arnolfo di Cambio:

“ …Ma tornando ad Arnolfo, dico che essendo tenuto, come era,ecc[ellentissimo], s’era acquistato tanta fede che niuna cosa d’importanza senza il suo consiglio si deliberava; onde il medesimo anno, essendosi finito di fondar dal Comune di Firenze l’ultimo cerchio delle mura della città, come si disse di sopra essersi già cominciato, e così i torrioni delle porte e in gran parte tirati inanzi, diede al Palazzo de’Signori principio e disegno, a somiglianza di quello che in Casentino aveva fatto Lapo suo padre ai conti di Poppi. Ma non potette già, comeché magnifico e grande lo disegnasse, dargli quella perfezione che l’arte et il giudizio suo richiedevano, perciò che, essendo state
disfatte e mandate per terra le case degl’Uberti, rubelli del popolo fiorentino e ghibellini, e fattone piazza, potette tanto la sciocca caparbietà d’alcuni, che non ebbe forza Arnolfo, per molte ragioni che alegasse, di far sì che gli fusse conceduto almeno mettere il palazzo in isquadra, per non avere voluto chi governava che in modo nessuno il palazzo avesse i fondamenti in sul terreno degl’Uberti rebelli, epiù tosto comportarono che si gettasse per terra la navata di verso tramontana di S. Piero Scheraggio che lasciarlo fare in mezzo della piazza con le sue misure; oltreché volsono ancora che si unisse et accomodasse nel palazzo la torre de’ Foraboschi, chiamata la torre della Vacca, alta cinquanta braccia, per uso della campana grossa, et insieme con essa alcune case comperate dal Comune per cotale edifizio. Per le quali cagioni niuno maravigliare si dee se il fondamento del palazzo è bieco e fuor di squadra, essendo stato forza, per accommodar la torre nel mezzo e renderla più forte, fasciarla intorno colle mura del palazzo, le quali da Giorgio Vasari pittore e architettoessendo state scoperte l’anno 1561 per rassettare il detto palazzo al tempo del duca Cosimo, sono state trovate bonissime. Avendo dunque Arnolfo ripiena la detta torre di buona materia, ad altri maestri fu poi facile farvi sopra il campanile altissimo che oggi vi si vede, non avendo egli in termine di due anni finito se non il palazzo, il quale poi, di tempo in tempo, ha ricevuto que’ miglioramenti che lo fanno esser oggi di quella grandezza e maestà che si vede…”.
Di proprietà della nobile famiglia fiorentina dei Foraboschi, la Torre della Vacca è riconoscibile ancor oggi da un osservatore attento che guardi la facciata di Palazzo Vecchio da Piazza della Signoria, cioé quella fila di finestre chiuse proprio sotto la Torre di Arnolfo. In passato fu un simbolo per i fiorentini ed ogni volta che la sua grande campana suonava solevano dire “ la vacca mugghia” (3), la vacca muggisce e se il Palazzo era il cuore pulsante di Firenze la sua torre, senza alcun dubbio, ne era l’anima.

De compendis cyfris

La crittologia è la tecnica delle scritture segrete figlia del trattato “De componendis cyfris” di Leon Battista Alberti (Genova 1404 – Roma 1472) ed è la tecnica utilizzata affinché un messaggio sia comprensibile solo alla persona a cui esso è destinato. I motivi e le circostanze che indussero l’Alberti a comporlo sono raccontati nell’introduzione dell’opera: attorno al 1465, passeggiando nei giardini vaticani con il suo amico Leonardo Dati, segretario apostolico di Papa Paolo II, la conversazione ricadde sul problema della segretezza dei documenti e sulla necessità di trovare un metodo per la difesa degli scritti diplomatici che si volevano proteggere e malgrado l’Alberti non si fosse mai occupato di simili argomenti accolse la richiesta del Dati di cercare di risolvere il problema.
Il risultato fu appunto il trattato in latino “De componendis Cyfris“ (1466 – 1467) contenente nella prima parte molte osservazioni sulla lingua italiana dell’epoca ed in seguito il rivoluzionario metodo del disco cifrante, primo apparato meccanico per la decifrazione dei messaggi in codice.
Cento anni dopo, nel 1568, il manoscritto venne stampato di propria iniziativa e tradotto dal latino al toscano volgare di quegli anni da Cosimo Bartoli (Firenze, 20 dicembre 1503 – 25 ottobre 1572) con il titolo “La cifra”.
Gli anagrammi erano degli escamotages (4) conosciuti anche a Firenze tra gli artisti ed i letterati negli anni di Giorgio Vasari, molto famosi qualche anno più tardi quelli dell’astronomo Galileo Galilei del 1610 (5), veri e propri messaggi cifrati con cui comunicò al collega ed amico Keplero importanti scoperte astronomiche ma anche Cosimo Bartoli, amico intimo e consigliere del Vasari, si firmò con lo pseudonimo Neri Dortelata (6), anagramma conosciuto da anni di “ordina lettera” (7), “colui che mette in ordine le parole” , cosa davvero interessante considerato il ruolo del Bartoli nel progetto e nello studio proprio dell’ affresco “La Battaglia di Marciano in Val di Chiana”, il dipinto della scritta “CERCA TROVA”. Erudito ecclesiastico e letterato fiorentino, partigiano della famiglia Medici per conto dei quali svolse anche il ruolo di rappresentante diplomatico a Venezia Cosimo Bartoli è ricordato anche per il suo tentativo di “piegare la lingua volgare, divenuta ormai perfetto strumento nelle mani di poeti e prosatori d’arte, ad esprimere anche contenuti scientifici”, come scrive l’Enciclopedia Treccani,
In merito agli anagrammi il sottoscritto è assolutamente consapevole che spesso le soluzioni per la stessa parola o per la stessa frase sono molteplici ma una soluzione che poi si riveli un nome proprio di un luogo, non un nome generico come “torre alta” o “torre vecchia”, un luogo che sta a pochi metri dal messaggio stesso e nello stesso edificio lascia poco margine alla probabilità che si tratti di caso o di coincidenza.

La Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci

Tratto da “Le vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori” , Giorgio Vasari, edizione Giuntina, biografia di Leonardo da Vinci:
“…Per la eccellenzia dunque delle opere di questo divinissimo artefice, era tanto cresciuta la fama sua, che tutte le persone che si dilettavano de l’arte, anzi la stessa città intera disiderava ch’egli le lasciasse qualche memoria; e ragionavasi per tutto di fargli fare qualche opera notabile e grande, donde il pubblico fusse ornato et onorato di tanto ingegno, grazia e giudizio, quanto nelle cose di Lionardo si conosceva. E tra il gonfalonieri et i cittadini grandi si praticò che essendosi fatta di nuovo la gran sala del consiglio, l’architettura della quale fu ordinata col giudizio e consiglio suo, di Giuliano S. Gallo e di Simone Pollaiuoli detto Cronaca e di Michelagnolo Buonarroti e Baccio d’Agnolo (come a’ suoi luoghi più distintamente si raggionerà). La quale finita, con grande prestezza fu per decreto publico ordinato, che a Lionardo fussi dato a dipignere qualche opera bella; e così da Piero Soderini, gonfaloniere allora di giustizia, gli fu allogata la detta sala…”
Il Gonfaloniere della Repubblica fiorentina Pier Sederini (Firenze, 18 maggio 1450 – Roma, 13 giugno 1522) nel 1503 diede l’incarico a Leonardo da Vinci di dipingere in una parete della Sala del Consiglio, oggi Salone dei cinquecento, ma per motivi dovuti al metodo ad encausto forse inadatto per dipinti di grandi dimensioni, l’opera non venne mai portata a termine. Il dipinto fu fortemente voluto tanto dalla Signoria quanto dal popolo fiorentino ma nessuna fonte storica racconta quanto rimase dell’opera e per quanto tempo fosse stata visibile agli occhi del pubblico.
In verità già dal 1512 altre fonti (8) ci dicono che i mercenari spagnoli della Lega Santa,
capitanati dal Cardinale Giovanni de Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, giunti a Firenze per riaffermare la dinastia medicea sul trono non si fecero scrupolo di distruggere l’arredamento ligneo della Sala del Consiglio, loro acquartieramento ma le stesse fonti nulla riferiscono in merito al dipinto.
Molto importante altresì la testimonianza dello studioso tedesco Johannes Gaye (Tonning, 8 novembre 1804 – Firenze, 26 agosto 1840) che con il libro
“Carteggio inedito d’artisti dei secoli XIV. XV. XVI.“ (9) dell’anno 1840, “ essendo di somma importanza ogni minuta particolarità che riguardi tal opera e tal uomo” pubblica il risultato di una ricerca personale negli archivi storici dove sono conservati i manoscritti circa gli “stanziamenti agli operai del Palazzo e della Sala del Consiglio”, ossia una lista di voci che sono appunto alcune delle spese sostenute dalla Repubblica fiorentina, compensi e pagamenti per materiali di ogni sorta per consentire a Leonardo di affrescare la Battaglia di Anghiari:
quarantacinque fiorini d’oro vennero pagati a Leonardo da Vinci il 30 giugno 1504 come provvigione per tre mesi di lavoro, cinque al pittore suo aiuto Ferrando Spagnolo, sedici lire a Maestro Antonio di Giovanni, muratore e si continua fino all’ultima voce , quella del 30 aprile 1513 quando Francesco di Chappello, falegname, venne retribuito con 8 lire per costruire un’armatura di legno per proteggere “ le figure dipinte nella sala grande , per difenderle che non sieno guaste”. Il documento è stato sottostimato dai ricercatori e dagli studiosi perchè é forse il vero punto di partenza per ogni ricerca della Battaglia di Anghiari di Leonardo: la costruzione dell’armatura di legno palesa la volontà dei fiorentini di preservare e probabilmente nascondere l’opera, impedire che abbia la stessa sorte dell’arredamento ligneo della Sala del Consiglio Maggiore distrutto nel 1512 dalle truppe dei mercenari spagnoli che lì si erano acquartierate per insediare di nuovo i Medici al potere.

Il grande restauro del palazzo dell’architetto Giorgio Vasari

L’attività di mecenatismo del Duca Cosimo I e la grande attenzione per il valore simbolico e propagandistico delle immagini e degli edifici affiancato ad una vigorosa azione politica è l’efficace metodo per il consolidamento del potere. Molto significativo è il trasferimento della residenza della famiglia a Palazzo Vecchio, già sede del Comune e quindi della Repubblica che segna il definitivo tramonto di tutte le speranze d’indipendenza repubblicana, oramai irrealizzabile con l’Impero spagnolo che domina lo scacchiere politico internazionale. Giorgio Vasari è profondamente permeato dalla cultura cortigiana di quegli anni e asseconda ogni richiesta celebrativa ed encomiastica del Duca Cosimo e naturalmente ciò avviene anche per il restauro e l’abbellimento di Palazzo Vecchio. Sei grandi affreschi nel Salone dei Cinquecento raccontano sei episodi di due guerre combattute e vinte da Firenze, contro Pisa e contro Siena, una combattuta dal governo popolare ed una dal Duca Cosimo, una vinta in quattordici anni e l’altra in quattordici mesi e “La battaglia di Marciano in Val di Chiana “ è proprio uno di quei sei grandi affreschi. Per volontà insindacabile del Duca Cosimo due colti letterati ed ecclesiastici, Cosimo Bartoli e Vincenzo Borghini (Firenze, 29 ottobre 1515 – Firenze, 15 agosto 1580), suggerirono a Giorgio Vasari i soggetti, i metodi e la posizione di tutte le opere che il Vasari dipinse nel Salone dei Cinquecento ed a Palazzo Vecchio di Firenze ed i suggerimenti furono tramite fitta corrispondenza privata come nella lettera inviata dal Bartoli al Vasari il primo di gennaio del 1556 (10) e pubblicata in rete, assieme a l’intero Carteggio Vasariano, dalla Fondazione Memofonte:
“…Fateli una Virtù che avessi per mano la Fortuna, quasi che in lui fussi virtù e fortuna in questaritornata; e se qui avessino a mettersi lectere, ci metterei: dVCE VIRTUTE COMITE FORTVNA. Ne l’altro quadro farete le tante edificazioni de’ templi, le quali egli stia a vedere e a dar disegni; e la accompagnerei con la Diligenzia e la Religione: per l’una delle quali farei una donna con duoi pungoli, e per l’altra farei una donna, grave di età, vestita di un drappo d’oro, con un lembo di essa vesta intesta e con una benda che gli cingesse la testa, e se lettere vi vorrete, vi metterei: dILIGENS INRELIGIONEM PIETAS overo DILIGENS IN DEOS RELIGIO.Ne l’altro farei Cosimo a sedere, quando gli imbasciadori Bolognesi li vengon a chieder Santi, figliuolo di Ercole Bentivogli; e fareili Santi giovanetto, con cavalli, servitori e apparati, datigli da Cosimo, quando lo mandò al governo di Bologna. Aggiugnerevi la Astuzia overo Sagacità e la Animosità, percioché mediante la astuzia di Cosimo questo giovane prese animo e governò poi bene le cose di Bologna. Per l’Astuzia farei una donna, che [ha] una face di ciera nella mano stanca dietro e uno specchio inanzi nella destra. Per la Animosità farei una donna con un leone overo uno Ercole col leone, e se volete lettere: sAGACITATE ANIMVM FACIT overo SAGAX ANIMUM FACIT. Lo esilio lo farei, che si partissi da Firenze; e li farei la Forteza e la Prudenzia, perché fu tanto prudente e forte di animo, che gli non si sbigottendo punto, seppe tanto operare, che fu richiamato. E per la Forteza farei una donna, apoggiata alla colonna; e per la Prudenzia una donna, come altra volta vi ho detto, e se volete lettere: fORTES PRVDENTIA FATI NECESSITATEM SVPERANT.Ne l’altro lo farei con un monte di letterati atorno, che gli porgessino libri, e con statuarii, che gli porgessino statue e cavagli, e che egli donassi loro varie cose; e lo accompagnerei dalla Eternità edalla Fama: per la Eternità farei una donna che avessi l’un de’ piedi sopra un cumulo di libri, di statue e di armi; e per la Fama la sapete. Altri fanno una donna, che suona due tronbe a un fiato, e se volete lettere, vi farei: vBIQUE SEMPER.
Quanto al D. [Camera del Duca Cosimo] farei nel mezo, volendo serbar la guerra di Siena per la sala grande, la rotta di Monte Murlo, con molti prigioni che gli fussino condotti inanzi; e l’accompagnerei con la Presteza e con ` il Valore: per la Presteza farei una donna che caminasse e con due grandi ali alle spalle, per il Valore un giovane armato, con il capello di Mercurio in testa, con una palma in la mano stanca e una spada nella destra, e se volete lettere: cAELERI VIRTUTE.
Ne l’altro farei la edificazion della Elba, accompagnandola con la Sicurta e con uno…”

La “ sala grande “ citata è il Salone dei Cinquecento ed il Bartoli comunica al Vasari che è proprio in quel luogo che l’aretino dovrà affrescare i tre episodi bellici che raccontano la vittoria di Firenze contro Siena e quindi anche quello della Battaglia di Marciano in Val di Chiana e leggendo la lettera si comprende quanto fossero importanti le epigrafi ed ogni scritta, quanto studio fosse stato fatto affinché ogni vocabolo “dipinto“ nelle opere fosse davvero il termine più consono, come anche Vincenzo Borghini spiega a Giorgio Vasari con la lettera del 13 gennaio 1567(11) sempre proveniente dal Carteggio Vasariano:

“ Messer Giorgio mio.
Io son qui senza libri e per l’ordinario sono senza memoria e per lo strasordinario quasi senza
cervello per certe faccende fastidiose, che mi tengono occupato tutto l’animo.
Io ho veduto quella inscrizione; et in vero quello AVSPICIIS è cosa di maggior impresa che non è
questa, oltre che a parlar propriamente ha forse un altro senso che non cape qui. Potrebbesi dire
semplicemente: COSMUS MEDICES. FLOR. ET. SEN. DVX. AVXIT. MDLXVI, perché qui non è fatto l’edificio tutto di nuovo. Ma vi è aggiunta una parte per commodità, che non era rovinata, ma
mancava; onde non par che l’INSTAURAVIT propriamente vi abbi luogo. Questo AUXIT conosco che è detto seccamente. Ma datemi tempo, che io legga qualcosa, e forse troverrò qual cosa più
approposito, che queste simil cose l’ho oramai dimenticate. Se io avessi a fare a gusto mio, io non vi metterei il verbo, ma semplicemente COSMVS. MED. FLOR. ET. SEN. DVX. MDLXVI: che son
poche parole, vanno in tre versi, e ciascuno aggiugnessi con suo gusto et intelletto o AVXIT o altro
verbo, che alla grandezza di Sua Eccellenza Illustrissima questa è una cosa tanto piccola, che non vi bisogna troppa dimostrazione di parole. Se lo spazio fusse maggiore, si potrebbe toccar qualcosa
della COMMODITA, che farebbe il proprio punto di questa fabrica. Ma non si può variar concetto, che le parole non multiplichino più che non patisce lo spazio.
Non vorrei per cosa del mondo, che le parole fussino di messer Piero Vettori, ché vi so dire, non mi
mancherebbe altro che ritoccar le cose sue, che ancor si duole di me a cielo; e pur ieri intesi, che fino a Roma ha mandato il romore, che io l’ho assassinato nella cosa di quelle inscrizioni. E voi sapete, come la cosa andò per l’appunto, e quanto in questo egli abbia il torto. N’arete pazienza etc. Dio con voi.
Dagli Albori a 13 di gennaio 1566.
Don Vincenzo Borghini vostro.
Al Magnifico messer Giorgio Vasari.
Magnifico messer Giorgio. Ho di poi considerato meglio quella voce AUXIT, et non vi vuole essere
per nulla, che non sta bene, e non si truova usata da buono autore per acrescimento di cosa
materiale come questa; si che non la lasciate mettere in opera. E ci rivedremo.
Al Magnifico messer Giorgio Vasari, Pittore EX. O”

Davvero difficile immaginare che due eruditi letterati ed accademici quali sono considerati Cosimo Bartoli e Vincenzo Borghini abbiano mai potuto commettere un errore di grammatica e di lessico così banale come è anche difficile credere che la scritta “CERCA TROVA” sia un rimando, un riferimento o un’allusione al verso della Divina Commedia di Dante Alighieri “Libertà va cercando, ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”(12), come ritenuto da alcuni studiosi.

Damnatio Memoriae

L’arte è il mezzo che usa la politica per il confronto, la forza del Duca da un lato ed i tempi lunghi e la precarietà dall’altra, l’efficienza del Duca contro il caos della democrazia senza un vero condottiero. Quello che desiderava Cosimo I con quegli affreschi non era solo illustrare la storia della città ma era il consenso dei fiorentini e lo stesso Vasari sottolinea la durata delle due guerre nella sua autobiografia proprio quando scrive delle vicende del restauro di Palazzo Vecchio ne “Le vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori “ opera interamente dedicata al principe fiorenino :
“…Le quali storie dico trattano delle cose di Fiorenza, dalla sua edificazione insino a oggi, la divisione in quartieri, le città sottoposte, nemici superati, città soggiogate, et in ultimo il principio e fine della guerra di Pisa, da uno de’ lati, e dall’altro il principio similmente e fine di quella di Siena; una dal governo popolare condotta et ottenuta nello spazio di quattordici anni, e l’altra dal Duca in quattordici mesi, come si vedrà;…”
In definitiva quei sei affreschi sono uno straordinario esempio di propaganda e da questo punto di vista non è difficile immaginare i motivi per cui La battaglia di Anghiari di Leonardo non avrebbe mai potuto trovare alcuna collocazione in alcun palazzo o edificio mediceo: era il dipinto del maestro più grande a cui Dio stesso fece dono delle capacità, era l’opera che affascinò e sconvolse gli artisti contemporanei, era come un magnete che attirava sguardi e catalizzava l’attenzione ma che purtroppo raccontava le gesta eroiche dei nemici, una vittoria del governo popolare e negli anni di Giorgio Vasari fresche erano ancora le ferite e vivi erano l’odio ed il ricordo della guerra fratricida tra la Repubblica e i Medici tiranni.

La modesta ricerca condotta dal sottoscritto rafforza l’ipotesi che la scritta CERCA TROVA possa trattarsi di un messaggio, una “cifratura“, un’indicazione davvero riferita alla Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci, opera forse traslata da un parete del Salone dei Cinquecento per far posto ad altre opere e nascosta nella Torre della Vacca durante i grandi lavori di restauro del Palazzo della Signoria o forse occultata dagli stessi fiorentini nei giorni del crepuscolo della Repubblica poco tempo prima del ritorno dei Medici a Firenze e poi riscoperta in maniera casuale ai tempi della ristrutturazione del Palazzo.
Se durante questi grandi lavori da lui diretti Giorgio Vasari si imbatté davvero in ciò che restava della Battaglia di Anghiari, considerato anche ciò che è accadde in merito alla vicenda del ritrovamento del dipinto “ la Trinità “ di Masaccio (13) ai tempi del restauro della Basilica di Santa Maria Novella in Firenze e considerato l’immenso amore e sincera ammirazione di Giorgio Vasari nei confronti di Leonardo da Vinci, della sua arte e della persona, è molto probabile che egli avrebbe tentato in ogni maniera di preservare tal opera con la consapevolezza che La battaglia di Anghiari sarebbe stata a rischio nelle mani della famiglia Medici proprio per il suo forte valore politico e di qui la scelta obbligata di occultarla

L’auspicio è che le ricerche a Firenze riprendano presto e con i metodi assolutamente non invasivi offerti a noi oggi dalle tecnologie.

NOTE E BIBLIOGRAFIA
 (1) Paolo Giovio, “Leonardi Vincii Vita“, Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi, Milano, per Nicolò Bettoni, anno 1833: da pagina 365.
 (2) Vocabolario degli Accademici della Crusca, terza edizione, Nella stamperia dell’Accademia della Crusca, 1691, Firenze : Indice dei proverbi greci, pagina 316.
 (3) Agostino Ademollo, “Marietta de Ricci ovvero Firenze al tempo dell’assedio“, Nella stamperia Granducale, 1840, Firenze, da pag. 363.
 (4) Vincenzo Lancetti, “Pseudonimia, ovvero Tavole alfabetiche de' nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri ad uso de' bibliofili, degli amatori della storia letteraria e de' libraj di Vincenzo Lancetti”, Luigi di Giacomo Pirola Tipografo Libraio, Milano 1836.
 (5) Gio. Batista Clemente de Nelli, “Vita e commercio letterario di Galileo Galilei Nobile e patrizio fiorentino“ , Volume I, Losanna 1793, pag. 213.
 (6) “Catalogo della libreria Capponi o sia de’ libri italiani del fù Marchese Alessandro Gregorio Capponi“, Bernabò e Lazzaroni editori, anno 1747, nota a fondo pagina 161.
 (7) S. Salvini, Fasti consolari dell'Accademia Fiorentina, Firenze 1717, p. 80.
 (8) Fiorenza Scalia, “ Palazzo Vecchio. Storia e arte” Becocci editore, 1979.
 (9) Johannes Gaye, “Carteggio inedito d’artisti dei secoli XIV. XV. XVI.“ , Giuseppe Molini editore, 1840, nota a fondo pagina 88.
 (10) Fondazione Memofonte, Archivio Vasariano, Vasari scrittore,
 Data: 1556-01-01, Intestazione: COSIMO BARTOLI IN FIRENZE A GIORGIO VASARI IN FIRENZE, Segnatura: ACVA, 11 (XLV), cc. 31-32
 (11) Fondazione Memofonte, Archivio Vasariano, Vasari scrittore,
 Data: 1567-01-13, Intestazione: VINCENZO BORGHINI IN GLI ALBERI A GIORGIO VASARI IN FIRENZE , Segnatura: ASF, CdA, IV, nn. 3, 4.
 (12) Alfonso Musci “Giorgio Vasari : Cerca Trova, la storia dietro il dipinto “.

(13) Il fatto che un dipinto del Vasari, la pala d’altare “ La Madonna e i misteri del rosario” fosse posta davanti ed a occultare un'altra opera creduta scomparsa da secoli è un precedente importante. in merito a eventuali ricerche della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci.
 Masaccio (Castel San Giovanni in Altura oggi San Giovanni Valdarno, 21 dicembre 1401 – Roma, 1428) affrescò la Trinità in Santa Maria Novella tra il 1424 e il 1425 ed il ritrovamento dell’opera avvenne in due momenti differenti.
 Attorno al 1860 a seguito di lavori di restauro venne rinvenuto l’affresco nella parete di sinistra della terza navata di Santa Maria Novella, parete alla quale era stata addossato un altare con una pala , La madonna e i misteri del rosario del Vasari, durante il restauro diretto da quest’ultimo nel 1570 , restauro legato alla controriforma . Il dipinto venne smontato, restaurato e posto in altro luogo nella chiesa, cosa che all’epoca suscitò molte polemiche.
 Nel 1952, durante un altro restauro, venne rinvenuta la parte inferiore dell’affresco, la parte dove è raffigurato lo scheletro che simboleggia la morte e l’iscrizione nella lingua fiorentina di quegli anni: "IO FU GIÀ' QUEL CHE VOI SETE E QUEL CH’I SON VOI ANCO SARETE".
 I ricercatori diedero per scontato che fosse l’originale ubicazione dell’opera e fatto il lavoro di restauro proprio li la posero, dove è visibile al pubblico adesso.