Oro… maledetto oro!

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Molte leggende affermano che l’oro sotterrato dai briganti sia maledetto, poiché, frutto di rapine, estorsioni e violenze varie

di Nicoletta Travaglini

Si racconta che i briganti tagliassero le dita o addirittura le mani alle donne per impossessarsi dei loro gioielli. I loro tesori erano vegliati da spiriti guardiani, che li preservavano da qualsiasi cupidigia altrui, dato che, dopo averlo seppellito, vi ammazzavano una persona sopra. In casi estremi, i briganti, arrivavano persino a fare un patto con il diavolo in persona, che gli garantiva l’assoluta tutela del loro patrimonio, difendendolo e preservandolo meglio di un moderno istituto di credito. Se ciò che si dice in queste leggende corrisponde al vero, la storia raccontatami dai miei genitori, rappresenta la prova tangibile della buona fede di chi la ha tramandata oralmente.
Reparata Antonia era una donna molto risoluta che lavorava sodo nei campi. Lei e suo marito si spezzavano la schiena nei campi per poter vivere una vita dignitosa nella loro povertà. La loro misera casa era fatta di pietre nere che il muschio aveva ricoperto come una calda coltre verdognola. La povera cucina si riduceva ad un misero focolare di pietre annerite dal fumo e dalla fuliggine del piccolo focherello, che ardeva perennemente. La camera da letto, posizionata sopra la misera cucina, vi si accedeva tramite una scala di legno marrone logora dal tempo e dalle tarme, che scricchiolava quando il tempo era umido o gemeva sotto peso di Reparata e di suo marito Cosmo, quando salivano sopra i gradini semirotti. Il letto di ottone rosso con i pomelli di ferro scricchiolava e borbottava come una vecchia teiera. Una coperta a quadri blu logora e strappata, appartenuta a sua nonna, copriva materasso e le misere lenzuola consunte ma pulite.
Reparata e Cosmo vivevano una vita a loro modo felice, si alzavano all’alba per andare a lavorare nei campi. Verso metà mattina mangiavano dolci sorseggiando il vino dentro un orcio di terracotta marrone dove il vino aveva un sapore aromatico. All’imbrunire, caricato l’asino, tornavano a casa dove consumavano la frugale cena a base di legumi e patate. Lavati i piatti e le posate, salivano stanchi la scala marrone che li conduceva alla loro camera da letto.
Una notte d’estate la luce della luna, che penetrava attraverso le finestre di legno marcio, illuminava con la sua fredda luce il volto di Reparata mentre questa dormiva sonni agitati. Quella notte sognò una donna vestita con abiti seicenteschi che le indicava l’ubicazione di un tesoro. Questo tesoro, sepolto alle pendici del colle delle fontane, giaceva all’ombra di una frondosa quercia. La donna del sogno non parlava, ma Reparata capiva perfettamente le indicazioni che questa le dava. La donna, inoltre, le raccomando di recarsi lì a mezzanotte e da sola se voleva impossessarsi del tesoro di Domenico il brigante, una giara piena di monete d’oro.
Reparata non diede peso al sogno e così il giorno dopo di buon mattino si recò nei campi come faceva di solito. Lo strano sogno si ripeté per molti notti finché esasperata, ne parlò al marito, che decise di andare a scavare sotto la quercia del sogno, però a mezzogiorno ed insieme. Reparta e Cosmo, così, muniti di un grosso badile si avviarono per il sentiero di campagna che conduceva al colle delle fontane. La stradina era costeggiata da piante di agave, di biancospino e di nere sagome di querce. Iniziarono a scavare e dopo poco gli apparve un orcio pieno di… carboni. Appena dissotterratolo una nuvola grigiastra si addensò all’orizzonte e la dama del sogno venne incontro ad essi. La donna imprecò contro i due coniugi perché erano venuti meno alle sue indicazioni e invece di liberarla dalla maledizione che gravava sul suo capo avevano attirato su di loro un anatema peggiore di quello suo.
La donna era la figlia di un notabile del paese che si era innamorata del capo dei brigante, Domenico. Nessuno era al corrente del loro amore; poiché, suo padre aveva firmato la condanna a morte di molti briganti, e la donna suo malgrado si era innamorata del peggior nemico di suo padre. Mentre la donna si era perdutamente invaghita del brigante, Domenico, voleva semplicemente vendicarsi del suo odiato nemico. Così, una notte di fine estate, l’uomo portò la donna ignara di tutto, ai piedi della quercia, e dopo aver sotterrato un orcio pieno di monete d’oro, le sparò un colpo di pistola dritto al cuore, uccidendola; quindi, la sotterrò e la ricoprì con un cumulo di pietre andandosene via. Prima di fuggire l’uomo, disse che l’anima della morta doveva custodire l’oro, che sarebbe stato trovato da una donna bisognosa che avesse avuto il coraggio di dissotterrarlo a mezzanotte in punto, dopo aver dato degna sepoltura ai miseri resti del suo spirito guardiano. Il brigante fu catturato e giustiziato di lì a poco dal padre della ragazza che ignorava l’efferato delitto di cui Domenico, si era macchiato.
Non si può affermare con certezza che i due malcapitati furono vittima di qualche maledizione, però di fatto, Reparata  impazzì e l’uomo si impiccò sui rami della quercia sotto cui giaceva la sventurata ragazza, vittima inconsapevole di giochi di potere a lei estranea.
Molti asseriscono di aver veduto il fantasma di una donna che scava nei pressi di una frondosa quercia, altri affermano di vedere il cadavere dell’uomo sospeso tra i suoi rami, altri ancora, mormorano di aver visto un uomo con la camicia bianca che cerca i suoi 40 denari, sempre nei pressi della quercia maledetta ed infine vi è chi sostiene di vedere all’imbrunire una dama seicentesca piangere calde lagrime sul sentiero che porta al colle delle fontane.
Da sempre l’uomo ha accarezzato l’idea di volersi arricchire trovando, magari, un favoloso tesoro! Il più delle volte queste  ricchezze grondano sangue innocente e sono maledetti perché frutto di sofferenza, umiliazione  e sopraffazione da parte del prepotente di turno.
L’Abruzzo sembra celare nel ventre dei tanti piccoli anfratti e grotte di cui essa abbonda, dei favolosi e tesori dannati. Questi ori sono protetti da antiche maledizioni conseguenza di patti scellerati stipulati con il demonio in persona.
Si narra che per proteggere il proprio oro molti non disdegnavano il trascurabile fatto di uccidervi sopra l’oro sotterrato, una persona innocente, il più delle volte, si trattava di bambini, che dovevano fungere da spiriti guardiani. L’ignaro cercatore di tesori, a quel punto, era costretto a combattere contro un orda di spiriti infernali, se voleva raggiungere il proprio scopo, e così per paura, egli  vi rinunziava. Tutti coloro che sono venuti in possesso si quest’oro sono morti in  maniera violenta o in preda alla pazzia perché di fronte a determinate visioni, di cui si preferisce non riferire,  la mente vacilla e poi impazzisce.
Si racconta che una donna di nome Lena viveva in una piccola casa dai muri di pietra e dal tetto fatto di canne. La sua misera esistenza era ancor più travagliata dalla lontananza del marito che era poco incline al lavoro. La  donna viveva sola e riusciva a sopravvivere grazie al duro lavoro dei campi e qualche lavoretto come serva presso facoltose famiglie. Una sera d’inverno Lena accese la candela per rischiarare la sua povera cucina, prese un fascio di legna accese il fuoco, mise un paiolo sul fuoco e si preparo una frugale cena con la poca verdura raccolta. Lavò le modeste stoviglie e si preparò per la notte, ma mentre si metteva l’acqua nel catino un folata di vento gelido gli spense la candela. La donna si guardò intorno spaventata e noto una luce nell’ altra stanza. Si diresse verso questo chiarore e vide un uomo che somigliava a suo padre seduto sulla sedia del suo vecchio genitore, morto da vari anni, la donna terrorizzata, urlò ma dalla sua gola non uscì nessuna sillaba. Si appoggiò alla porta e appena si riebbe dallo spavento cercò di fuggire, tutto inutile quell’anima dell’oltretomba le si parava sempre davanti. Non vi era verso di disfarsi di lui e allora la donna si fermò e gli implorò di dirle cosa stava succedendo, l’uomo, che era suo padre gli spiegò che alcuni briganti avevano seppellito un favoloso tesoro all’ombra di una frondosa quercia nei pressi della casa di campagna dei suoi nonni sulla strada che porta a Bomba. Lena sussultò perché conosceva bene il luogo ma ella non era in grado di raggiungerla da sola la sera a mezzanotte. Il padre insistette e le disse che lo avrebbe accompagnato lui.  Ella prese tempo e gli disse che sarebbe andata ma la sera dopo. L’uomo, allora,  scomparì per ricomparire la sera dopo e  la sera ancora, finché la figlia non gli disse che ella non sarebbe mai andata in quel luogo e il fantasma allora la maledisse e da allora Lena visse una vita ancora più brutta e piena di disgrazie di quella vissuta precedentemente.
La quercia dove si dice vi sia sepolto l’oro è la più bella e la più frondosa del sentiero e i suoi enormi rami stringono in un caldo abbraccio buona parte della strada; infatti è difficile non notarla ed mirarla.
Si dice che la chiesa di San Pietro a Roccascalegna custodisca, nei suoi sotterranei, un forziere pieno di monete d’oro, ma nessuno ha il coraggio di prenderle perché bisogna accedervi tramite una piccola porta dietro la quale vi è uno spirito guardiano munito di una grossa spada. Nessuno ha mai visto questo forziere ma pare che molti ne abbiano sognato la precisa ubicazione. L’Abbazia di San Pancrazio custodisce un immenso tesoro, il problema è sapere dove cercarlo attraverso i suoi vasti sotterranei. Si dice che proprio rientranza del mare denominata Golfo di Venere a Fossacesia, dalle parti del tempio dedicato alla dea, vi siano custoditi i suoi ori. Donato N. era un bravo uomo che amava la vita dei campi, rimasto orfano in giovane età, viveva nella grande casa paterna in una di quelle belle cittadine di mare che sono l’orgoglio della nostra regione. Egli  era benestante perché la terra contraccambiava con amore, la dedizione che l’uomo le dedicava e così il grande latifondo di sua proprietà gli rendeva tanto da renderlo ricco in pochi anni. La vite, l’ulivo, il tabacco e le pesche erano la sua ricchezza e nella sua immensa casa solitaria non mancava niente se non un tocco di femminilità di una moglie perfetta per l’esigente Donato. Per tutta la sua giovane vita, aveva lavorato e studiato il modo di sfruttare la terra senza impoverirla, amando i suoi possedimenti come un innamorato che brama l’ oggetto del suo amore. Per alcuni anni, l’uomo condusse una esistenza serena e pacifica senza occuparsi del domani; ma un brutto giorno, la ria sorte si accanì contro di lui e così le sue adorate piante si seccarono di colpo e  quel magico e tenero sentimento che lo legava alla sua terra si spezzò come d’incanto, Donato era povero e i suoi pochi e fidati amici lo abbandonarono. Furono momenti duri e bui rischiarti solo dal tenero ricordo dei suoi amati genitori.
In una delle tante notti insonne  che si ripetevano regolarmente da un po’ di tempo, gli sembrò di vedere sua madre intenta a ricamare. L’uomo si avvicinò a questa figura eterea ma questa svanì per poi riapparire nel salotto, ormai spoglio, l’uomo la rincorse ma scomparì di nuovo e questa volta non riapparve. Donato sconsolato si mise a letto e cercò di dormire ma una voce suadente gli disse di andare subito a scavare vicino al pozzo del cortile della sua casa perché lì era sepolto qualcosa di molto prezioso. Il contadino non ascoltò quelle parole che gli rimbombavano nella mente in maniera ossessiva e così tiratesi le coperte fino al mento cercò di addormentarsi. Appena fece giorno, preso un grosso badile, andò a scavare nei pressi del pozzo ma non trovò niente. La notte successiva la scena si ripeté e il giorno dopo l’uomo torno a scavare inutilmente. La notte dopo all’apparire dello spettro Donato cominciò a bestemmiare  e la donna lo colpì con un violento schiaffo che lo fece svenire; da allora l’uomo, che aveva interpretato male i suggerimenti datigli, impazzì e…
Questo è uno dei tanti racconti nati intorno a questi leggendari beni preziosi, che non arricchiscono ma portano solo morte e disperazione a coloro che ne vengono a contatto, come una sorta di segno di Caino. Parlando di leggende legate a questi preziosi, si sussurra che, in una dei tanti anfratti delle campagne di Colle  Zingaro, una frazione di Torricella Peligna, molti anni fa furono uccisi dei briganti e lì furono anche sotterrati i loro tesori.
Alcuni anni dopo due bambini stavano giocando da quelle  parti videro una strana nebbia uscire da quel recesso e vi si avvicinarono, scorgerono alcuni uomini in abiti di foggia antica che fucilavano  altri. I ragazzi rimasero stupiti e impietriti dalla lugubre visione, videro, inoltre che questi seppellivano dei piccoli sacchetti pieni di monete. I due rimasero ancora a guardare la scena che pareva si ripetesse all’infinito. Una volta tornati a casa raccontarono tutti ai loro genitori che non li ascoltarono perché la loro storia, risultava troppo fantasiosa. In realtà qualche adulto già aveva provato a cercare questo tesoro ma la sua mente non aveva retto le demoniache visioni che gli si erano parate davanti e così di questi temerari non si seppero più niente.
Lungo la strada a scorrimento veloce di Fondo Valle Sangro vi è un boschetto  al cui interno vi è un’ara pagana, sotto di essa vi è seppellito un favoloso tesoro composto da preziosi monili che nessuno ha avuto il coraggio di disseppellire. Esso giace qui da tempi immemorabili e forse la sabbia del tempo, alla fine, ne seppellirà anche il ricordo. Una vecchia leggenda narra che vi sia un entrata che dal monte Pallano, attraversando un lunga galleria, si esca nei boschi vicino alla fonte di Santa Maria dei Calderai, cioè a Collezingaro e dentro questa galleria viva una gallina d’oro con i suoi pulcini ma non la si può prendere, perché… Perché questo tesoro lo potrà prendere solo una certa Caterina di Atessa che non è ancora nata e non sta per nascere, quindi… Tanti anni fa, durante dei lavori archeologici sul monte Pallano, un gruppo di operai scoprì l’entrata della galleria nella quale si nasconde questa leggendaria gallina, essi vi entrarono ma… Il ventre della Majella custodisce diversi tesori ma non se ne conosce la precisa ubicazione e forse non la si conoscerà mai perché essa è un ottimo spirito guardiano. Le fate della Majella nascosero il loro favoloso tesoro dentro un tronco cavo di una quercia secolare nei pressi di Casoli, ma un contadino la tagliò e lo mise al fuoco come ciocco di Natale. L’oro si squagliò e le fate maledissero il contadino e la sua famiglia che si distrusse di lì a poco.
Queste sono pure e semplici leggende giunte a noi corrotte e corrotte dal tempo diventando favole e racconti per bambini e adulti che hanno ancora voglia di sognare.