Le Colonne d’Ercole (2° parte)

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di Sergio Frau

Cara Archeologia Viva,

solo qualche riga in difesa dell’Accademia, dipinta – dal vostro (e mio) lettore Luca Tagliabue – secondo uno stereotipo che, per quel che mi riguarda, proprio non merita. Nei mille giorni che son passati dall’uscita di quel mio verbalone – le Colonne d’Ercole, un’inchiesta, in cui, con 1792, punti interrogativi si ragionava di una prima collocazione delle Colonne al Canale di Sicilia – beh, in questi mille giorni, è successo esattamente il contrario: l’Accademia è stata, fantasticamente, al mio fianco!
Giochiamo, per qualche riga, al Piccolo Archeologo… Se tra 2000 anni – Anno Domini 4006 d.C., quindi – a qualcuno, scavando, saltassero fuori degli scritti su queste mie Colonne, si troverebbe di fonte a un bel rompicapo…Troverebbe, infatti – nero su bianco – giudizi assai positivi di personaggioni di questo nostro XXI secolo (tipo: Luciano Canfora, Sergio Ribichini, Maria Giulia Amadasi Guzzo, gli accademici dei Lincei Sergio Donadoni, Vittorio Castellani, Louis Godart, Giovanni Lilliu, Azzedine Beschaouch, Mario Tozzi, geologo del Cnr, Salvatore Arca, Direttore dell’Istituto Geografico Militare…) e anche, però, delle parole assai dure – infastidite, quasi irritate – su giornali ufaroli, tipo “Archeomisteri” e roba così.
“Strano contrasto…” noterebbe quel ricercatore del 4006 d.C.… Continuando a indagare tra fogli e documenti di oggi, gli capiterebbe, forse, di scoprirlo che proprio un grande dell’Accademia, l’antichista e archeologo Andrea Carandini, tra i primi, ha voluto – all’Odeion de La Sapienza di Roma – una conferenza per informare della mia ricerca, i suoi studenti e una quindicina di docenti suoi colleghi; e che un’altra decina di Università mi hanno chiesto la stessa cosa; e che al Suor Orsola Benincasa di Napoli mi hanno chiesto un corso sul mio modo di far inchiesta nel Mediterraneo Antico. Scavando anche a Parigi, poi – indagando comme il faut, alla sede centrale dell’Unesco – gli salterebbe fuori a sorpresa la documentazione di un convegno e di una mostra (Atlantikà: Sardegna Isola Mito) tenuti lì, nell’Aprile 2005, con un parterre di Accademici di Francia e antichisti: e proprio sul mio libro.
Il rompicapo? È che, lì, all’Unesco, tra le carte, certo salterebbe fuori anche un Appello contro quella mia ricerca, preparato in Sardegna (per la regia di due Soprintendenze archeologiche di cui, per dovere professionale, ho dovuto più volte criticare gli scempi) e divulgato, poi, a Firenze (nella sede dell’IIPP, Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria), appello nato proprio per tentare di far saltare quel convegno e quella mostra che poi a Parigi andò prima di essere ospitata all’Accademia dei Lincfeiu (vedi www.colonnedercole.it). E troverà, poi, anche delle firme sotto quell’Appello, il nostro futuro ricercatore… Non facile, però, per lui (come per il nostro lettore in comune) decodificarne, strato per strato, trama, protagonisti e comparse: i registi (in Sardegna); i fiancheggiatori (certi “feniciologi” dell’estate: che dell’Isola e delle sue coste, hanno finora sempre ignorato il Millennio Nuragico, che non dava appalti né fondi) e, anche, qualche etruscologo allevato al dogma che è sciocco interrogarsi, ancora, sulla provenienza degli Etruschi, visto che qui in Italia – lo disse il Duce, già nel 1941– siamo tutti “ario-romani”. Chissà se, a quel punto, riuscirà a raccapezzarsi quel nostro archeologo del futuro? Lo capirà – da questi suoi ritrovamenti – che nel 2000 d.C. in Italia, in Europa, c’era l’Accademia e, anche, una Buro-Accademia? E che non tutti, allora – oggi! – avevano la cultura, l’elasticità mentale, il coraggio di rimettere in discussione quel che hanno scritto per una vita?
Per certi Ufaroli da sempre a caccia grossa di “atlantidi” qui e là, il fatto di sentir parlare di un’Isola di Atlante in Occidente, con la stessa “normalità” geografica con cui gli Antichi parlavano anche della Roccia di Prometeo, al Caucaso in Oriente, è oltraggio insopportabile: scompagina tutti i loro giochi extraterrestri. Per certi Specialisti dell’Appello – vestali di discipline spesso annoiate, rassegnate – c’è lo stesso fastidio: vedersi accese le luci addosso da un “esterno estraneo” obbliga a guardare con implacabile serietà certi loro risultati. Speriamo, almeno, che – documentandosi come si deve – il nostro curioso del 4006 trovi anche queste righe ad Archeologia Viva: potrebbero aiutarlo a decodificare certe buffe, corporative, schizofrenie dell’Italia di oggi…