Il sogno di Stanley K.

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“Un sogno, non è mai soltanto un sogno.” (Stanley Kubrick)

Editoriale di Terra Incognita Magazine n.16

di Francesco Paniccia

Stanley Kubrick
Stanley Kubrick

La parabola artistica ed umana di Stanley Kubrick non potrebbe trovare migliore sintesi che in questa frase. E’ forse nella corretta analisi di questo piccolo ed immenso concetto che potremmo giungere al cuore del mistero poetico di uno tra i maggiori cineasti del XX Secolo. Il regista visionario che con soli tredici film e tre documentari all’attivo, si è guadagnato un palco d’onore sulla sterminata platea del cinema mondiale, lasciandoci in eredità un patrimonio culturale, iniziatico, mistico, simbolico, estetico e concettuale enorme, sulla cui valenza semantica, critici e spettatori di tutto il mondo s’interrogano ancora affascinati. Guru o impostore? Geniale burlone o semplice illuminato? Kubrick è un mistero nel mistero. Nella sua ridottissima cinematografia, tutti i generi sembrano apparentemente affrontati: dal quadrato del ring alla malavita, dal colossal ambientato nell’antica Roma alla fantascienza, dal film dell’orrore a quello di guerra, dalla pellicola in costume alla commedia, fino ad esplorare i meandri contorti ed inquietanti del desiderio sessuale e del dramma psicologico. Ma tutto questo è quasi sicuramente una mera semplificazione di generi che, con tutta probabilità, il regista newyorkese utilizzava come pretesto per qualcos’altro. Ed è su questo qualcos’altro che vale la pena di soffermarsi.

“Odio chi mi chieda di spiegare come funziona il film, che cosa avevo in mente e cosí via. […] Spiegarli non ha senso, ha solo un superficiale significato culturale per i critici e gli insegnanti che devono guadagnarsi da vivere.” Kubrick non spiega, mostra. All’interno delle sue pellicole egli inserisce oculatamente quelli che appaiono come i simboli di un personale percorso iniziatico o di un particolare procedimento mentale. Alla curiosità dell’osservatore, all’intuito, al suo personale modo di rapportarsi a quelle immagini, in cui ogni dettaglio non è mai frutto del caso, Kubrick affida il suo messaggio. In questo il regista si comporta analogamente ad altri artisti del passato, vedi Dante e la  “Divina Commedia”, Mozart e “Il Flauto magico”, Leonardo  e il “Cenacolo”, Goethe e il “Faust”,  e così via. All’artista, come al profeta, va l’obbligo di parlare per simboli e metafore, perché la Verità giunga solo a chi, con l’impegno e il sacrificio personale, cerchi di raggiungerla, avviandosi in tal modo verso il difficile percorso dell’elevazione spirituale; all’esegeta, al teologo, all’adepto, va dunque il ruolo di decodificare il simbolo, di oltrepassare la soglia dell’immagine cristallizzata e di giungere alla dinamica verità del “Tutto”. Così, dall’apparizione del monolito agli uomini scimmia della prima scena di “2001 Odissea nello Spazio”, al rito finale delle maschere di “Eyes Wide Shut”, il passo è breve.

A proposito di “2001 Odissea nello Spazio”, Kubrick afferma: “ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio”. Della serie, lasciamo che l’immagine entri direttamente nell’animo dello spettatore disposto a lasciarsi permeare, rivelandogli il proprio autentico significato senza filtri o speculazioni di sorta.

Non ci sono prove tangibili che Kubrick potesse appartenere ad una qualche associazione o setta iniziatica. Egli era vicino agli ambienti esoterici e possedeva una sterminata biblioteca, grazie alla quale aveva potuto crearsi una solida cultura personale. Ma anche la forte amicizia con Peter Sellers, l’unico in grado di permettersi delle improvvisazioni durante le riprese, che godevano sempre del pieno consenso del regista, potrebbe essere stata un tramite verso l’esoterismo, del quale Sellers, massone della Loggia Chelsea n. 3098 di Londra, era certamente un cultore.

Christiane Kubrick, in proposito afferma: “Stanley e Peter erano fatti l’uno per l’altro. Le loro idee combaciavano, e ciascuno dei due spronava l’altro con idee e sfide.” “Eyes Wide Shut” vede, nella scena delle maschere, la sessualità spogliata dall’amore, nuda e cruda, una sessualità che nega il bacio, attraverso la maschera: il tentativo del potere delle forze oscure, di renderci maschere, burattini, di toglierci l’Io e l’Amore che si esprime nel bacio, nel libero consenso. Il sacrificio della donna, che si immola al posto del protagonista, mossa da un sentimento di gratitudine, è un simbolo già presente nella concezione Romantica, che fa capo alla figura di Margherita del Faust. E’ nella donna la Salvezza, sarà la donna a giocare un ruolo determinante nella nostra epoca, a favore della Luce, mentre le forze del male tentano di annientarci e di imporci, nuovamente,le maschere. Questi i tanti richiami simbolici che possiamo trovare in un’unica scena. Quasi una “summa” del destino dell’uomo, a partire dalle origini.

Il Testamento spirituale di Kubrick, per molti, si cela in quest’ultimo  capolavoro incompiuto, tratto da  “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler. La sfida, complice anche la prematura morte del regista (sarà un caso anche questo?), è proprio lì. Quale sarebbe stata la definitiva versione del film, se questi avesse avuto il tempo di completare comodamente il montaggio? Quali gli elementi che avrebbe aggiunto o tolto, rispetto a quello che abbiamo adesso? Possiamo considerare “Eyes Wide Shut” come l’ultimo capitolo di uno straordinario viaggio intellettuale e iniziatico, un cerchio che si chiude ritornando al principio, o (incredibile  e beffardo pensiero) il finale sberleffo di un artista dell’inganno, un tragico genio della beffa e della mistificazione?