I Ciclopi di Veroli

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La fondazione di Veroli, deliziosa cittadina della provincia di Frosinone, si perde nella notte dei tempi come anche l’etimo del suo nome

di Hunter Brothers e Nicoletta Travaglini

Essa si ubica tra due colli: quello di San Leucio, alto circa 670 metri e quello di Castello, alto all’incirca 600 metri, in un’altura tra la valle del  fiume Sacco e quella del fiume Liri.
La sua probabile fondazione viene attribuita agli ernici, antico e misterioso popolo che nel XII secolo a.C. si stanziò nella zona settentrionale del fiume Sacco, dando vita a diversi insediamenti tra cui l’antica Verulae da cui nacque l’attuale nucleo abitativo di Veroli.
Costoro, cinsero con poderose mura, il punto più alto del neonato insediamento,la civica erecta,  che i latini chiamarono Verulae. Queste mura costituite da massi enormi erano irregolari e appena sbozzati, giustapposti uno sull’altro e, ancora oggi, è possibile ammirare tratti abbastanza significativi  di questa ciclopica opera di ingegneria difensiva, che sfidando il tempo e la mano devastatrice dell’uomo, è giunta fino a noi. Esse, secondo alcune fonti, sono le più antiche degli insediamenti ernici.
Grazie a questa imponente fortificazione, la civica erecta risultava praticamente inespugnabile, poiché essa era protetta, nel fianco sud-ovest, da un precipizio, mentre il resto dell’altura, era stato cinta da mura mastodontiche. Per avere accesso al nucleo abitativo si doveva passare per stretti passaggi, a mo’ di cunicoli, ricavati nelle mura, chiamati posterule. Queste porte avevano dimensioni molto ridotte, erano alte circa m.1,80 e larghi m. 0,80, ed erano costituiti da due enormi pietre verticali che sorreggevano un masso che fungeva da architrave che si faceva obbligo, durante la notte di sbarrarli con grossi massi, a cui si appoggiava dietro una trave.
Questa città ernica venne conquistata e distrutta dall’esercito repubblicano perché sostenitrice di Tarquinio il Superbo.  Successivamente faticosamente risorta, Verulae fece parte della Lega Ernica insieme ad altre città come: Alatri, Ferentino etc.
Durante la guerre sociali essa rimase neutrale la qualcosa le valse la riconoscenza dell’Urbe diventando un libero municipio da qui l’acronimo S.P.Q.V., cioè Senatus Popolusque Verulanus, e, questa sua fedeltà all’Urbe non venne mai messa in discussione come si può leggere nel motto presente nello stemma della città che recita Verulana civitas  Almae Urbi Confoederata.
L’importanza che Veroli ebbe in età romana è confermata anche da ritrovanti archeologici importanti come i Fasti: una lastra di marmo in cui vi sono annotati i primi tre mesi dell’anno, Ian, Feb, M.  Questo calendario fu rinvenuto nel 1922 dal prof. Camillo Scaccia Scarafoni, oggi esposto nel cortile di casa Reale.
In questo calendario che si fa risalire all’epoca dell’imperatore Tiberio, erano presenti oltre le ricorrenze  civili, religiose, alle fiere, anche le celebrazioni in onore delle dea Carmenta, le cosiddette Carmentalia, divinità italica ed una delle Camene, nifee che dimoravano nelle sorgenti, assimilate, in seguito, alle Muse. Essa possedeva facoltà divinatorie ed era la protettrice delle partorienti. Vi erano inoltre, nei Fasti, presenti anche i lupercalia, feste  in onore del dio Fauno Luperco,  i mercati, i giorni fausti o lieti come il compleanno di Marco Antonio, che cadeva il 14 Gennaio. Accanto ai giorni lieti vi erano annotati anche quelli nefasti o parzialmente tali.
La possente cinta muraria che difendeva Veroli, fu  rinforzata durante il Medioevo e nel punto più alto che corrispondente al colle di San Leucio venne eretta una rocca che porta il suo stesso nome, insieme a una piccola cappella dedicata al santo. Queste mura, nel corso dei secoli, furono danneggiata, rimaneggiate e, parte di esse, usate per costruire nuovi edifici.
L’uso di fondare le città su poggi deriva secondo Poltronieri e Frazoli da:

“ L’idea che gli dei scendessero sui monti per abitare e governare la terra era viva nelle popolazioni antiche, tanto che le alture furono considerate sacre dimore e ricettario di energie astrali. La montagna è sempre stata connessa sia ad un simbolismo assiale, ovvero legato alla centralità, punto sul quale si concentrano e partono tutte le energie della vita, sia ad un  simbolismo verticale, inteso come ascensionale dal basso verso l’alto. In questo modo, si esprime l’idea di stabilità, immutabilità e anche di purezza. Questa immagine si connette al concetto di << uovo del mondo>>, ovvero embrione e potenza di ogni forma vivente, ma anche alla raffigurazione del triangolo, inteso come fuoco sacro potente ascensionale. In questo concetto, esiste una catena emblematica sacra, ovvero Dio-montagna-città-palazzo- cittadella –tempio- centro del mondo, che evoca il simbolo del superamento della materialità, di salute, salvezza e stabilità spirituale.”[1]

Sempre dai due autori citati in precedenza appendiamo che:

“ Il rito di fondazione era un momento solenne che veniva determinato dal sommo sacerdote all’equinozio di primavera, giorni in cui si poteva tracciare l’omphalos, l’ombelico o punto quiescente attorno al quale ruotava tutta la vita della città, coi suoi raggi dava origine al movimento ciclico dal quale traeva forza l’esistenza urbana. Veniva scavato un pozzo, il mundus, che metteva in contatto il sito con le forze infernali sotterranee da quietare. Lo facevano in India molto tempo prima, lo facevano gli Etruschi, qui in Italia, in quell’inspiegabile contatto aereo che permetteva alle stesse situazioni di verificarsi in un luogo o nell’altro del mondo, senza che vi sia una relazione tra le civiltà. Lo copiarono i Romani, che spesso avevano al loro seguito sacerdoti etruschi. Attorno al pozzo infernale, subito chiuso da una pietra, veniva tracciato coi sacri buoi una circonferenza che rappresentava il perimetro entro cui doveva sorgere la nuova città. Era un segno divino che non poteva essere calpestato dai profani, un confine magico, come magici erano i limiti. Queste erano le ritualità per mezzo delle quali sorgeva un nuovo nucleo abitativo, un cerchio con al centro un punto, geroglifico del sole, dello spirito puro primordiale che feconda la terra, rendendola gravida di significati ancestrali. Venivano poi tracciati le due vie, il cardo e il decumano, seguendo i cardini della terra e il decorso del sole, il meridiano ed il parallelo, la latitudine e la longitudine… Le due vie principali creano lo schema di una croce, la vita infinita che si estende al di là del tempo e dello spazio. La croce iscritta nel cerchio cittadino è la ruota della vita, segno geroglifico della terra fecondata dal sole. La città terrena diventa simbolo della città celeste, da essa guidata e governata con le sue forze sublimi. L’intersezione delle vie era il punto di elevazione verso l’alto, da cui il pensiero condensato in forme sensibili poteva risalire verso il mondo ideale.
…Il concetto di città quadrata, figura geometrica connessa al numero quattro, per via delle sue quattro porte d’ingresso in corrispondenza dei punti cardinali, ove trionfava l’elemento Sole, in quanto la via principale seguiva la sua linea ascendente.
Il compito di segnalare la sacralità del luogo è legato architettonicamente alle pietre che costituiscono l’angolo del quadrato, sulle quali si fonda tutta la struttura della città.”[2]

Intorno a quest’opera ciclopica di fortificazioni sono fiorite numerose leggende ad iniziare dai loro presunti costruttori. Una delle più antiche e famose leggende narra che gli Ernici, fondatori di molte città del Lazio, fossero i diretti discendenti del dio Saturno, che cacciato dall’Olimpo, dopo un lungo e periglioso peregrinare, si rifugiò nel Lazio, il cui etimo, secondo alcune fonti, significa appunto “rifugio”. Qui incontrò il re Giano che gli diede asilo e Saturno per ricompensarlo gli donò la facoltà di custodire il passato, quindi l’esperienza, regalandogli anche di capacità divinatorie, per questo motivo Giano, dopo aver acquisito tali qualità, venne rappresentato con due teste: una rivolta verso il passato ed una al futuro e per questa motivo, egli, prese, quindi, in seguito l’appellativo di Giano Bifronte. Saturno per premiare le genti che lo avevano accolto tra loro, gli insegnò a coltivare i campi, fece conoscere loro il fuoco e le sue applicazioni, la lavorazione dei metalli ed infine a fortificare le loro città con possenti mura gigantesche, composti da blocchi di pietra enormi sovrapposti.
Un’ altra leggenda sostiene che le costruzioni megalitiche, fatte da pietre sagomate rappresentano i luoghi dove dimorano gli Atlantidi o i loro discendenti anche spirituali e queste mastodontiche costruzioni servono come indicatori. In alcuni racconti popolari si dice che i costruttori di queste mura poligonali fossero di Ciclopi venuti dalla Grecia, i mitici Pelasgi, popolo di abili marinai dalle origini misteriose, da qui il nome di mura poligonali o pelasgiche. L’uccello simbolo dei Pelasgi era la Cicogna, animale totemico della dea madre greca Era, moglie di Zeus. Quest’uccello era molto amato presso i popoli antichi e si credeva che potesse essere in grado di trasformasi in esseri umani durante la loro migrazione.
L’etimo del nome Veroli potrebbe essere legato ai riti della Primavera Sacra o Ver Sacrum, durante la quale un capo, cioè il principe guerriero con poteri assoluti, compreso quello religioso, consacrava, tutti gli esseri viventi che sarebbero nati nella primavera successiva, i quali una volta adulti, venivano allontanati dal consorzio civile perché appartenete alla dea madre oppure al dio Sole, con il compito di colonizzare nuove terre lontane. In realtà molto di coloro che venivano offerti come ex voto risultavano poco gradite alla  comunità; questi si riunivano, spesso, in vere e proprie milizie paramilitari fuorilegge che terrorizzavano la zona.
Le teorie secondo cui il toponimo Veroli deriverebbe dal nome del dio del Sole degli Etruschi, Usil, almeno per assonanza, non sembra poi così negletta in quanto una delle porte della città porta il nome San Leucio come anche il monte su cui nacque il primo nucleo della città. Leucio infatti significa luce.
Secondo un’altra curiosa teoria la parola Veroli deriverebbe da Ver Ulis cioè la primavera di Ulisse o il popolo di Ulisse. Forse il popolo di Ulisse potrebbero essere gli Ernici, il cui mitico capostipite sarebbe Herne, secondo alcuni, Herno o Herna secondo altri.
Herne potrebbe essere il cacciatore della mitologia anglosassone?
Per l’antico popolo dei Marsi, Herne eranoi sassi, da qui gli Hernici sarebbero il popolo dei sassi, rupi ed anfratti. Il popolo degli Ernici è un etnia poco conosciuta ma, per quel poco che sappiamo erano abili guerrieri che avevano il vezzo di indossare cimieri a forma di testa di cinghiale. Portavano un solo calzare e, prima di scagliare le frecce, ponevano il piede destro, provveduto di calzare, davanti al sinistro nudo.
In altre leggende si racconta che le mura poligonali furono costruire dai Diavoli e quindi celerebbero favolosi tesori che possono essere presi solo da coloro che posseggono il libro del comando!

 


Note
[1] POLTRONIERI, Morena; FRAZOLI, Ernesto, “ I misteri di Torino” ; Hermatena Edizioni, Riola ( Bo) Maggio 2003. Pag. 13.
[2] POLTRONIERI, Morena; FRAZOLI, Ernesto, op.cit. pagg. 16, 17.

Fonti
A.A.V.V., L’enciclopedia dei misteri, Arnoldo Mondadori Editori S.p.A. Milano  1993
BUNSON, Matthew E., Dizionario universale del Medioevo, Newton & Compton Editori S.r.L, Roma 2002
CASTELLI, Alfredo: L’Enciclopedia dei Misteri, Arnoldo Mondadori Editori Milano giugno 1993
CHEVALIER, Jean; GHEERBRANDT Alain; Dizionario dei Simboli, Biblioteca Universale Rizzoli, luglio 2001
COLIN, E. Damon, Il grande libro dei misteri irrisolti, Newton & Compton Editori S.r.L, Roma 2002
COOPER, J. C. “Dizionario degli Animali Mitologici e Simbolici”  Neri Pozza Editore Vicenza 1997
GADNER, L. “Il Regno dei Signori degli Anelli”, Newton e Compton editori 2000
MELCHIORI, Giorgio, Shakespeare, Edizioni Laterza 1994
MERCATANTE, Antony S., Dizionario Universale dei miti e delle leggende, Newton & Compton Editori S.r.L, Roma 2001
PANSA, Giovanni, Miti, leggende e superstizioni dell’Abruzzo, Arnaldo Forni Editore Sulmona 1924
POLTRONIERI, Morena; FRAZOLI, Ernesto, “ I misteri di Torino” ; Hermatena Edizioni, Riola ( Bo) Maggio 2003
TRAVAGLINI, Nicoletta in Terra e Cuore d’Abruzzo e Molise Anno II n. 3  Luglio/Agosto 2007
TRAVAGLINI, Nicoletta in  Mystero la Rivista del Possibile anno II n. 16 ed. Mondo Ignoto srl. Roma
TRAVAGLINI, Nicoletta   http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/i-paladini-nelle-tradizione-abruzzese