L’arte di costruire piramidi. Ridiamo agli antichi Egizi ciò che gli spetta

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di Andrea Angelucci

Da anni oramai assistiamo alla formulazione, da parte di semplici appassionati Egittofili, delle più disparate tesi volte, secondo questi, a spiegare come possano essere state edificate le Piramidi Egizie. Esse hanno da sempre attratto la curiosità e l’ammirazione di chi le osservava, meravigliando e sbalordendo migliaia di generazioni fino ad oggi. Questo stupore da qualche tempo si è tramutato in incredulità, scetticismo: non paghi ai giorni d’oggi di accettare le semplici spiegazioni che la scienza fornisce, ci si lascia affascinare dal mistero, dal fantascientifico (la moda sui templari ne è la prova), dimenticando  quanto bella appassionante  e valida sia la storia diciamo “accademica”. Queste eretiche teorie anticonformiste non ritengono possibile che dei “trogloditi” di 4600 anni fa siano stati in grado di realizzare  le piramidi: così facendo si sminuisce quello che furono queste persone, la loro determinazione, la loro passione, la loro capacità, la loro ideologia, la loro dedizione. Si perché è ora di sfatare una volta per tutti il mito dei poveri schiavi presi a frustate da muscolosi energumeni mentre spostano con tutte le forze del loro esile corpo denutrito enormi massi di pietra.
L’Egittologia ci ha definitivamente provato che a lavorare a questi monumenti non furono, appunto, gli schiavi, ma i contadini che non potendo prendersi cura dei loro campi durante l’inondazione del Nilo si dedicavano ai lavori pubblici. Si, dedicavano: la costruzione della tomba del Faraone, soprattutto durante le dinastie dell’antico Regno, non era vista come la volontà di un superbo megalomane capriccioso e viziato, ma rappresentava la possibilità di offrire agli Dei (il Re era un Dio in terra) un’offerta gloriosa, simbolo della dedizione di una nazione, in cui ogni risorsa veniva convogliata per garantire il risultato più grandioso e bello possibile (abbellire le chiese di ogni più sfarzoso e splendido arredo non è lo stesso?). Tra l’altro non si ritiene nemmeno possibile che esse fossero semplicemente delle tombe (l’evidenza invece dice che lo erano eccome). Solo tenendo presente questo fattore si può capire cos’ha spinto questi uomini a tale imprese. Certo, i tempi non permettevano l’uso di tecnologie avanzate: ma la loro abnegazione e volontà, unite a ogni risorsa in campo tecnologico e artistico, hanno fatto miracoli. Non è successo lo stesso anche nel XX secolo, quando in campo militare la tecnologia ha compiuto balzi da gigante, in momenti in cui in essa confluivano, purtroppo, gran parte delle risorse e delle ricerche scientifiche e tecniche? Premesso quindi che l’uomo quando si prefigge uno scopo trova i mezzi per realizzarlo, e premesso anche che gli antichi Egizi questo scopo ce l’avevano eccome, bisogna accennare ai metodi a cui ricorsero per raggiungere il loro obiettivo tanto desiderato. Le uniche prove che abbiamo riguardo alle tecniche di spostamento di grandi blocchi di pietra ci vengono dalle raffigurazioni funerarie: in alcune tombe si vedono squadre di operai trascinare con l’aiuto di funi statue colossali o massi adagiati su slitte di legno. Addirittura presso la tomba di un certo Rekhmira è rappresentato l’uso di una rampa ascendente in mattoni crudi per issare un blocco di pietra: tra l’altro tracce di queste rampe sono state trovate presso varie piramidi, come ad Abusir. Queste scene figurate e questi resti di rampe ascensionali sono non solo indizi ma prove che attestano con certezza che gli antichi Egizi avevano la capacità di trasportare enormi blocchi di pietra.
Certo, molti sono ancora i misteri su come poi avvenisse nel particolare la realizzazione di questi splendidi monumenti – come per esempio come poi si procedesse con i lavori man mano che si procedeva verso l’alto – ma è su questi “segreti” che ci dobbiamo impegnare e dedicare: non è rispettoso ne realistico formulare ipotesi farneticanti solo perché non ci sono ben chiari alcuni passi. Dobbiamo insistere nello studiare anche il più piccolo e minimo particolare, poiché ogni cosa può aiutarci a completare il puzzle. D’altronde l’Archeologia è una sorta di investigazione alla Sherlock Holmes, in cui non si può trascurare nulla e anche se può risultare più noioso si deve rimanere con i piedi per terra ed basarsi sui dati certi, non sulle fantasie. Per questo chi veramente ama l’Egitto, i suoi monumenti ed i suoi antichi abitanti, non può far altro che continuare a dare fiducia e a confidare nelle capacità di quegli operai, ingegneri, architetti e anche sovrani che grazie al loro impegno realizzarono quelli che non sono solo un monumento alla loro civiltà, ma all’intero genio del genere umano…