Colombo scoprì l’America nel 1485

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di Ruggero Marino

Un’affermazione gratuita? Eppure veridica alla luce di studi già fatti e di una carta del 1513, che costituisce un rebus per gli studiosi di tutto il mondo dal momento in cui fu scoperta, nel 1929, dal direttore dei Musei Nazionali Turchi. Al punto da essere “rimossa” dalla cosiddetta ricerca scientifica, per diventare campo di congetture tacciate come fantascientifiche. Ma la carta esiste, custodita come una gemma preziosa al Topkapi di Istanbul, dove nessuno può praticamente vederla o consultarla. Quasi un segreto di Stato. In grado di sconvolgere certezze a lungo sedimentate?

Cristoforo Colombo
Cristoforo Colombo

Si tratta della famosa carta di Piri Reis, dove compaiono regioni che sarebbero state scoperte secoli dopo, a cominciare dalle possibili coste di un’Antartide riprodotta in una fase preglaciale. Quando si trovava in una posizione diversa da quella attuale ed il suo clima era temperato. Come confermato dalle ultime ricerche scientifiche fatte in quelle terre, ora ricoperte dai ghiacci. Un’Antartide talmente precisa e vista in prospezione aerea come se fosse stata mappata dall’alto, da scatenare le interpretazioni degli ufologi e degli investigatori delle civiltà perdute. In quella carta, sia pure giunta ai nostri giorni incompleta, figurano anche le terre della scoperta colombiana.
“Queste coste – scrive Piri Reis, in una lunga didascalia che accompagna la carta – si chiamano litorale di Antilya. Sono state scoperte nell’anno 890 dell’era araba (1485). E si racconta che un infedele di Genova, chiamato Colombo (si badi bene, “chiamato”, non di nome Colombo, quasi fosse un soprannome), ha scoperto queste contrade. Cadde, cioè, fra le mani di Colombo un libro in cui apprese che ai confini del Mare d’Occidente, cioè ad ovest, esistevano delle coste e delle isole, ogni genere di miniere e anche pietre preziose. Colombo era un grande astronomo (“muneccim”). I litorali e le coste che figurano su questa carta sono presi dalla carta di Colombo… nessuno nel secolo presente possiede una carta simile a questa, elaborata e disegnata dall’umile sottoscritto (“bu fakir”). La presente carta è il prodotto degli studi comparativi e deduttivi fatti su venti carte e mappamondi, fra cui una prima carta risalente all’epoca di Alessandro Magno comprendente tutta l’ecumene, tipo di carta che gli Arabi chiamano “ca’ feriyye”… e infine una carta di Colombo elaborata per l’emisfero occidentale”.

Le certezze di un navigatore

La traduzione è opera di un famoso studioso scomparso, Alessandro Bausani, il cui articolo compare su “Eurasiatica”, che raccoglie i Quaderni del Dipartimento di Studi Eurasiatici dell’Università degli Studi di Venezia . L’opera più importante di Piri Reis è, tuttavia, il “Kitab-ì Bahriyye”, presentato a Solimano il Magnifico nel 1526-27. Anche nell’introduzione in versi a questo libro “si trova un accenno a questa carta di Colombo”. “E’ cosa singolare – aggiunge Bausani – data l’importanza di quest’opera, che essa non sia stata finora né scientificamente edita né tradotta nella sua interezza”. A dimostrazione che la ricerca scientifica basa la sua arroganza spesso sulle omissioni. Al momento, peraltro, ci interessa e ci lascia esterrefatti l’affermazione di Bausani, laddove sottoscrive una “prescoperta” dell’America da parte di Colombo, riferita al 1485, senza fornire ulteriori commenti. E senza darne alcuna spiegazione. Quando la data fatidica del primo approdo colombiano alle Indie resta il famoso e fin troppo noto12 ottobre 1492. Verrebbe quasi da pensare ad un refuso di stampa, ma la serietà della pubblicazione e dell’autore, come ci viene confermato da un colloquio con il professor Osvaldo Baldacci (che ha curato “L’atlante Colombiano” e ha fatto parte della commissione scientifica per “La Nuova Raccolta Colombiana”, in occasione dei 500 anni della scoperta dell’America, nel 1992) non danno adito a dubbi. Abbiamo, peraltro, consultato un altro studio in francese, datato Istanbul 1935. Anche in questo caso la data corrisponde all’anno arabo 890. Colombo dunque, sarebbe sbarcato in terra americana con sette anni di anticipo, rispetto alla data ufficiale dell’impresa, il che spiegherebbe molte cose rimaste nel campo delle congetture. A cominciare dal leggendario “predescubrimiento” di cui molti storici avanzano la possibilità, senza, però, mai trovare un appiglio consistente. Ci si limita a domandarsi: come ha fatto Colombo su una rotta mai percorsa a indovinare, all’andata come al ritorno, i venti e tutto il resto, come fa a non finire contro le barriere coralline…?
Colombo, nel primo viaggio, procede nell’Atlantico, come se navigasse su un’autostrada. Come fa a non sbagliare mai? Al punto che qualcuno, al suo tempo, lo definiva addirittura sciamano o stregone. Colombo, aggiungiamo noi, quando l’equipaggio delle caravelle si prepara ad una sedizione nel desiderio di tornare indietro, visto che il prolungarsi del viaggio nell’ignoto non pare avere sbocchi, offre la sua testa all’equipaggio. Purché gli concedano ancora tre giorni di navigazione. Tre giorni dopo, guarda caso (ma probabilmente non si tratta di un caso), compare San Salvador, la “terra promessa”. La certezza dell’approdo avviene in piena notte. Colombo, per non correre rischi, come se conoscesse le insidie di quei mari, ordina che si attenda, per lo sbarco, la mattina del 12 ottobre. Sono il giorno e il mese in cui, nel 1507, Filippo il Bello fece scattare in Francia, nel pontificato di Clemente V, lo sterminio dell’ordine dei Templari. In un serie di coincidenze, che ci rifiutiamo di considerare sempre semplici coincidenze.

Consanguineità e tradizione
Roma, tomba di Innocenzo VIII in San Pietro
Roma, tomba di Innocenzo VIII in San Pietro

Il documento firmato Piri Reis parla chiaro. Tanto più che viene da un famoso uomo di mare e da un grandissimo geografo, che milita definitivamente in campo avverso. In quel fronte islamico con il quale l’Occidente cristiano, fallito ogni tentativo di conciliazione (sempre sotto il predominio della croce) da parte della Chiesa di Roma, si batte per il dominio dell’ecumene. Piri Reis, in riferimento a Colombo, viene citato dagli accademici, anche come controprova della genovesità del navigatore che, per noi, nel dubbio ricorrente della nascita, resta, comunque, italiano. In un interrogativo che ci siamo posti spesso, ma che non ci interessa più di tanto, dal momento che ha partorito soprattutto una guerra di campanili colpevole di ulteriori veli sulla già troppo nebbiosa vicenda dell’Ammiraglio. Anche se su quella nascita abbiamo ipotizzato su giornali e in televisione, fin dal 1992 ( il nostro primo libro su Colombo e il papa, per le edizioni della Newton Compton, risale al 1991; gli fece seguito una quarta edizione ampliata ed aggiornata, nel 1997, per i tipi della RTM ) una consanguineità diretta con il pontefice del tempo, il greco-genovese Giovanni Battista Cybo. Salito nel 1484 sulla cattedra di Pietro e rimastovi fino al 1492, quando una morte quasi certamente non naturale lo colse, alla vigilia del varo dell’impresa colombiana. Per una successione che avrebbe portato all’avvento di Alessandro VI, quel Borgia spagnolo che, con i re di Spagna, Isabella e Ferdinando, cambiò il corso e la verità della storia. In un versante della ricerca che qualcuno, come già accadde anni fa per l’approfondimento di un Colombo in qualche modo erede dei Templari (in una visione, per noi, in seguito e per fortuna non necessariamente circoscritta all’Ordine di quei cavalieri) tenta di fare incautamente propria. In una sorta di fotocopia dilatata di quanto già indagato e scritto, sia pure con l’aggiunta di nuovi indizi.
In quell’eterno gioco delle tre carte che è costretto a subire chi cerca, con sincerità ed onestà (nella prefazione al libro “Cristoforo Colombo e il papa tradito” Franco Cardini aggiunge, probabilmente a ragione, “ingenuità”) di aprire varchi in storie protette dal “dogma” e dal marchio di fabbrica della scientificità. Trovando, peraltro, anche “compagni di strada” di indubbia onestà e generosità intellettuale. Salvo poi, quando il varco comincia ad aprirsi, quando la strada è tracciata e le difficoltà in parte superate, doversi accorgere che i Pinzon (i fratelli marinai erano più d’uno) non tardano a presentarsi. Che Colombo “nepos”, sia nipote o figlio di Cybo ( e fin dal 1992 ne facemmo partecipe uno studioso di Perugia, che attribuì poi a un allievo o allieva, non ricordiamo bene, il suggerimento che Colombo fosse un bastardo di nobile lignaggio), nell’aspetto più clamoroso di una ultradecennale indagine, ci affascina non più dei molteplici altri aspetti di un quadro generale, che vorremmo ricomporre, in un ribaltamento di quanto tramandato, in molti, se non in tutti i suoi particolari. Che sono molto più complessi di un semplice singolo dato, già fornito da tempo alla ricerca, in quella che resta un’ipotesi di indubbia suggestione. Sulla quale non abbiamo insistito troppo per non incorrere nell’accusa di voler cercare lo “scoop” a tutti i costi. La storia di Colombo e di papa Cybo, ce ne rendiamo conto, costituiscono una specie di labirinto senza fondo, dove troppo spesso una possibile verità può diventare esattamente il suo contrario. In un gioco di specchi che sembra senza fine.

Le mappe di Colombo
Mappa di Piri Reis
Mappa di Piri Reis

Ma torniamo alla testimonianza sorprendente di Piri Reis. In un mistero che apre una serie di possibilità esplorative. E che si fa quanto mai intrigante laddove si viene a conoscenza che Piri Reis, in gioventù, visitò nel 1486 le città costiere della Spagna, proprio nel periodo in cui Colombo soggiornava in quei luoghi. Che trasportò per sei anni, con lo zio Kamal Reis,  musulmani spagnoli in Africa settentrionale, quando ancora era un “corsaro indipendente”, non ufficialmente al servizio dell’Impero ottomano. In una fase in cui Occidente ed Oriente si combattevano, ma erano ancora aperti ad una soluzione concordata del secolare conflitto. Come un vero e proprio accordo siglò la fine della guerra degli spagnoli contro i mori, con Isabella e Ferdinando re e Innocenzo VIII papa. Nulla vieta di pensare, a questo punto, dato anche il singolare omaggio fatto all'”infedele” Colombo, da parte di una fonte espressione di un mondo non cristiano, che l’italiano e il musulmano si siano anche incontrati. In linea con una trasversalità dei rapporti, che era prerogativa di molte menti illuminate di quel tempo e in linea con la componente “eretica” di Colombo ( che fu accusato, fra l’altro, di voler offrire il Nuovo Mondo ai Mori) come del “suo” pontefice. In vista di una pace universale. In un disegno che rientrava perfettamente nella mentalità cavalleresca o almeno di certi cavalieri. Specie nella Spagna che combatteva i Mori, ma che era anche erede della mitica Sefarad, fatta di una civile e armoniosa convivenza fra cristiani, ebrei e musulmani. In un sogno che non si era perduto, ma si era solo dilazionato, rimanendo a covare sotto la cenere in attesa di un tempo migliore. Il tempo dell’oro che Colombo prometteva con l’oro dell'”otro mundo”. In un sincretismo che anteponeva la “persuasione per amore” e la complicità delle parti. Sull’onda di una regia francescana e sulle orme del suo fondatore San Francesco, che aveva cercato, andando di persona alla sua corte, di convertire il saladino, “il drago” a capo degli infedeli. In una ultima crociata che, pur di adempiere il disegno, o se si vuole la “grande opera”, non si sarebbe certo sottratta all’uso della croce come spada.
Colombo ha tutte le “stimmate” del crociato. Dunque la carta di Piri Reis riporta con notevole fedeltà le coste delle Americhe, di “Antilya” (per qualcuno anti-India). Erano le mappe di cui disponeva Cristoforo Colombo. Erano le mappe che erano in Vaticano nella biblioteca di Innocenzo VIII. Erano la mappe, che correrà a visionare Pinzon, il nocchiero delle caravelle, a Roma nella primavera del 1492. Come testimoniato da un marinaio nella lunga vertenza dei “Pleitos colombinos”, che la famiglia Colombo ebbe con la corte spagnola. Le mappe che decretano la fine di Innocenzo VIII, di cui ci si deve sbarazzare per appropriarsi impunemente delle nuove terre, con l’avvento dello spagnolo Rodrigo Borgia, Alessandro VI. L’atteggiamento di Pinzon, fin dall’inizio del viaggio, è quello di un traditore. Un traditore che farà la fine, appena sbarcato in Spagna al ritorno dal viaggio, che avrebbe dovuto fare Colombo. Il quale, venuto a conoscenza alle Azzorre della morte di papa Cybo e del nuovo pontificato dello spagnolo Borgia, preferirà cercare l’approdo in terra portoghese. Terra per lui pericolosa, per le pendenze, mai sufficientemente chiarite dalla storia, con quel re, che pure si dichiara suo amico. Terra, tuttavia, non pericolosa quanto una Spagna alla quale riportava un mondo d’oro, che gli sarebbe dovuto in larga parte appartenere per compiere la crociata, che aveva sicuramente promesso a papa Cybo. Al punto da chiedergli di fargli cardinale suo figlio minorenne, Diego. Ma l’intreccio si fa più avvincente nel momento in cui Piri Reis aggiunge che la carta di Colombo ha origine da una carta di Alessandria. L’Alessandria di Alessandro Magno.
In un ulteriore capitolo che ci porterebbe troppo lontano, sulle orme di una sapienzialità perduta. Bausani liquida la questione rifacendosi alla geografia di Tolomeo. Una conclusione semplicistica, anche perché l’emisfero delle carte tolemaiche ignora l’altra “faccia della luna”, quella che Colombo invece conosceva. Che il navigatore non abbia mai compreso dove fosse giunto e che sia morto convinto di essere approdato in Asia, è una delle più grandi infamie che continuano a colpire Colombo. Nella più riuscita opera di disinformazione e di marketing mai riuscita nella storia. La prima a danno di Colombo e di Innocenzo VIII, la seconda a favore dei re di Spagna.

Enigma temporale
Lapide della tomba di Innocenzo VIII
Lapide della tomba di Innocenzo VIII

Poiché non possiamo in questa sede, per ora, affrontare l’argomento, ci basterà dire che Colombo potrebbe avere una visione del mondo che appartiene ad epoche ancestrali: quando Asia ed America erano unite a nord, mentre le due Americhe erano separate (Colombo, fino all’ultimo quarto viaggio, è ossessionato dalla ricerca dello stretto di mare fra i due continenti americani, che lo proietti verso il Catai. E di lì al monte Sion). Tutto collima alla perfezione con le concezioni geografiche di Colombo. Se così, tuttavia, non fosse, c’è da aggiungere che lo stretto di Bering non era stato scoperto, che al nord esisteva un mare “congelatum”, sotto il cui ghiaccio si poteva presumere che esistesse la terra. Senza contare che i ghiacciai stessi facevano da ponte fra quelle che, non a caso, furono per molto tempo chiamate Indie Occidentali ed Indie Orientali. In una distinzione quanto mai indovinata, tanto più che non frantumava ancora l’antiquata concezione geografica. Che aveva rispettato fino ad allora il “dogma” trinitario delle terre emerse. In sostanza Colombo, sia pure con qualche errore, sapeva benissimo che le terre da lui scoperte non erano le Indie tradizionali. Gli elementi a riprova sono infiniti.
Per ora ci preme rivendicare l’esattezza, sia pure con qualche approssimazione, dei calcoli di Colombo, che del resto non poteva non conoscere Eratostene. Con il suo ineccepibile perimetro del globo. L’infedele Piri Reis, che ha avuto anche a che fare con un marinaio spagnolo, che ha preso parte ai viaggi delle caravelle, definisce l’infedele Colombo un “grande astronomo”, un grande uomo di scienza. Singolare complimento da parte di un grande uomo di scienza musulmano. Specie in un tempo in cui, spariti Colombo ed Innocenzo VIII, Cristianesimo ed Islam si battevano per il dominio del mondo, senza esclusione di colpi. La prescoperta del 1485 giustificherebbe la sicumera del navigatore, i campanelli, le perline e gli specchietti da regalare agli indios, come tante altre cose, su cui non possiamo dilungarci. Ma se quella data araba (1485) fosse sbagliata?
Potrebbe esserlo, nonostante la capacità e la competenza di Bausani. Di Piri Reis parla, naturalmente, anche Paolo Emilio Taviani, il senatore a vita, che è anche il massimo colombista italiano. In effetti Taviani dà una data diversa. Scrive di “anno 896 del calendario arabico”. Una svista, dunque, colossale? Non proprio, dato che quella data araba corrisponde al 1490-91 dell’era cristiana. Cambiando l’ordine dei fattori, sempre di “predescubrimiento” si deve parlare. Tanto più che nella tomba (l’unica traslata dalla vecchia basilica costantiniana alla nuova, in un omaggio strano per un pontefice colpito da “damnatio memoriae”) in San Pietro di Innocenzo VIII, al terzo rigo dell’epigrafe, sotto il bel mausoleo del Pollaiolo, è scritto: “Novi orbis, suo aevo inventi gloria”, ovvero nel tempo del suo pontificato “la gloria della scoperta di un Nuovo Mondo”. Giovanni Battista Cybo, Innocenzo VIII, fu papa dal 1484 al 25 luglio del 1492. La scoperta (1485 o 1491) sarebbe avvenuta nel suo pontificato. Nel tempio della verità cristiana quella lapide attesterebbe solo la verità. Con buona pace della ricerca scientifica. Papa Innocenzo VIII, viene definito anche il “papa marinaro”. Perché?
Basterebbe quanto già scritto a giustificarlo, ma a questo punto la ricerca potrebbe spingersi persino oltre. E se padre e figlio fossero andati insieme alla ricerca dello Spirito Santo, da far spirare sul mondo finalmente completato secondo quanto profetizzato dai Padri della Chiesa? O se il padre avesse preceduto il figlio? Entriamo così nel campo della fantasia che, tuttavia, spesso precede la scienza. Fantasia che il “il metodo scientifico” pretende di gestire in esclusiva. Come fantasiosamente, per 500 anni, è stata gestita l’impresa colombiana.