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Il misterioso emissario di NemiCunicoli enigmaticiQualche giorno più tardi contattai Alessandro Marcon per raccontargli i dettagli della visita. Lui si espresse subito con scetticismo riguardo le tesi di Marco Placidi. Sono certo che determinate interpretazioni di Alessandro possono non essere condivise, ma come minimo inducono ad essere più cauti nel formulare spiegazioni semplicistiche di stampo accademico. In primo luogo lo strumento utilizzato per realizzare le gallerie, che è sempre lo stesso, è diverso da ogni strumento conosciuto o ipotizzato sino ad oggi. Le graffiature regolari prodotte da questo ignoto “macchinario” sono riconoscibili su moltissime opere sotterranee presenti in tutto il mondo e non solo nel Lazio. Per circoscrivere una zona, solo nel viterbese, esistono centinaia di reti cunicolari che presentano caratteristiche identiche, ma che vengono paradossalmente attribuite a partire dalle civiltà neolitiche sino ad arrivare ai ben più recenti Etruschi. I rinvenimenti fittili hanno generato questo caos a cui nessuno è intenzionato a porre rimedio, a partire dagli stessi archeologi. Diversamente rispondono gli ingegneri che confermano l’esistenza di un macchinario simile alle moderne fresatrici, utilizzato in tutte le costruzioni note. Se davvero l’interpretazione esposta da Placidi si rivelasse esatta la domanda sarebbe: quali tipi di lame e di quale materiale erano composte quelle usate per l’intaglio del basalto, che è tanto duro quanto il granito dei blocchi della Grande piramide in Egitto?
Le questioni sono talmente tante che sono costretto a riassumere quelle più interessanti. Nei suoi articoli Alessandro Marcon insiste sulla questione che spesso il fronte di scavo e la sezione ad esso correlata, sono talmente ristretti che persino un bambino troverebbe difficile manovrare un qualsiasi strumento, anche che fosse un semplice scalpello. Le tracce rinvenute in altri luoghi, oltre l’emissario, dimostrano che soltanto in interventi successivi nel tempo furono usati strumenti qualitativamente scarsi. Perché questa regressione? Dimostra forse il possibile adattamento e riutilizzo dei siti da parte di popolazioni che nulla avevano a che fare con la loro costruzione? Inoltre molti dei siti che un tempo erano senza dubbio sotterranei oggi si trovano in superficie, notevolmente al disopra della loro quota originale. L’innalzamento geologico di una qualsiasi zona della crosta terrestre non è certo cosa di un giorno, ma di migliaia di anni di evoluzione idrogeologica del territorio. Ma allora se non possiamo sapere chi ha realizzato queste gallerie e queste camere sotterranee, perché non tentiamo almeno di scoprire a che età risalgono? Ho sentito centinaia di volte i racconti che Alessandro mi propone delle sue conversazioni con gli esperti. Spesso ho assistito di persona a questi confronti e, sebbene io stesso creda che determinate sue posizioni siano, per così dire, troppo radicali, sono certo che le obiezioni che pone siano ragionevoli. Nello stesso senso di tutti gli archeologi, anche Alessandro è un esperto vero e proprio e da anni tenta di sovvertire un sistema un po’ sordo ai suoi attacchi. Sono stati in molti, tra studiosi e professori, a chiudere le porte delle proprie menti dimostrando in assoluto che sull’argomento non sanno proprio nulla. Tutti questi sono studiosi da tavolino, molti non hanno mai messo piede in un condotto o in una galleria, e vi assicuro, per esperienza personale, che per molti è assolutamente da escludere la concezione idrica. Spesso le gallerie si affacciano su un dirupo per proseguire sulla parete opposta dello stesso. A questo punto l’unica cosa che mi chiedo è: per quale motivo i professionisti della scienza, che sono tanto certi delle loro belle tesi accademiche, non provano a scavare una galleria simile con picconi e assi lamellati? Forse perché fallirebbero miseramente come tutti quelli che tentarono di innalzare i blocchi granitici delle piramidi con il metodo delle rampe? Bibliografia
Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica, Vol.II.
James G. Frazer, Il Ramo d’Oro. Livio Jannattoni, Lazio Rustico e Sconosciuto. Musei d’Italia. NotaLe rappresentazioni schematiche sono tratte dal libro La Civiltà dell’Acqua, di Vittorio Castellani. Le foto invece sono state realizzate da Gaia Pipornetti. |
Indice articoloIntroduzioneUn luogo sacro Incredibile opera umana (1) Incredibile opera umana (2) Cunicoli enigmatici |
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