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Il misterioso emissario di NemiIncredibile opera umana (2)
All’interno del condotto cominciava a fare un tantino fresco. Marco proseguì imperterrito sulla sua strada alludendo al fatto che, un paio di anno or sono, aveva realizzato una puntata con la redazione di La7 per la trasmissione Stargate proprio sulle tecniche di scavo di questa e di altre strutture ipogee. Primeggiava l’ipotesi che queste strutture fossero state realizzate da civiltà pseudoaliene con chissà quali mezzi. Naturalmente a questa affermazione di scherno si sollevò una risata unanime. Risi anch’io ricordandomi di quante volte mi fossi scontrato con alcune delle idee di Alessandro Marcon. Tuttavia credo che certe sue ipotesi siano da vagliare attentamente. Lasciando fuori dalla porta gli alieni, il metodo costruttivo illustrato da Marco Placidi non mi convinceva a pieno poiché, affermò, i costruttori producevano una media di dieci scanalature per ogni passata e ogni passata permetteva loro,nella migliore delle ipotesi, di procedere di due o tre centimetri. Possibile che fosse davvero questa la tecnica a loro disposizione? O ci sono altre tesi? Più avanti vedremo quali dubbi sollevano certe interpretazioni. Per ora basta dire che, dove il complesso è scavato nella roccia vulcanica, l’acqua ha deformato defluendo le pareti. Mentre dove s’incontra la roccia basaltica le pareti sono perfette e le scanalature evidentissime, tanto che quella sezione sembra davvero costruita ieri. Percorremmo ancora qualche metro per poi fermarci nuovamente in un punto relativamente più largo. Pensai ridacchiando a quanto fosse curiosa l’idea che saremmo passati proprio sotto l’abitato di Genzano. Esserci ma essere ignorati da tutti gli abitanti mi divertiva un poco. All’interno notammo due caratteristiche estremamente interessanti. La prima si trovava sul soffitto ed era una sorta di filtro (detto filtro meccanico) per gli eventuali tronchi o detriti in entrata. La seconda peculiarità era rappresentata da un cunicolo ascendente che raggiungeva quasi la quota dello speco che noi, in fila indiana, stavamo attraversando. In realtà si trattava del tratto di galleria accennato in precedenza da Marco e detto discenderia. Questo elemento sfiorava leggermente la quota di utilizzo dell’acquedotto, ma si poteva notare come in seguito fosse stato necessario portare il tutto alla quota di esercizio del condotto stesso. Salii sopra una sporgenza, di fronte alla quale si affacciava la discenderia, per fare posto a coloro che erano rimasti indietro. Il cunicolo iniziava a farsi angusto e già avevamo dovuto piegarci per proseguire. Fu qui che Marco introdusse un argomento che ha dell’incredibile. “Immaginate come realizzare una simile opera nel IV secolo a.C. doveva essere un’impresa pari alla costruzione del moderno traforo del Monte Bianco… La cosa strana è che questa struttura non è citata da nessuna fonte, quando cose simili venivano di solito trattate da autori illustri come Strabone”. La faccenda era più che strana, direi sconvolgente. La soluzione indicata però non mi convinse affatto. Secondo Marco e gli autori ai quali si affida, l’opera non venne mai citata perché non si trattava di una costruzione romana. Forse era totalmente ignorata. Eppure esistono autori che altrettanto stranamente attribuiscono l’opera proprio ai Romani, come fa nel suo libro Lazio Rustico e Sconosciuto Livio Jannattoni. Si tratta di una semplice svista oppure la condotta, se non costruita, fu almeno riutilizzata? In fondo Caligola solcava con le sue navi proprio le acque calme del lago di Nemi, a quel tempo l’emissario doveva essere ancora visibile. Poteva essere stata volutamente ignorata perché eretta da una popolazione Latina estranea a Roma? Possibile che nessuno abbia avuto l’istinto di descrivere una struttura così imponente?
Altra stranezza riguarda la precisione con la quale l’acquedotto venne realizzato. Esso infatti visse due momenti costruttivi differenti. In un primo tempo la fase progettuale, descritta in precedenza, fu seguita alla lettera. Lo scavo era pressoché perfetto ed estremamente regolare. Ma qualcosa deve essere accaduto, poiché in una fase seguente il condotto passò letteralmente di mano divenendo qualitativamente scadente. Qualcuno che ignoriamo ha portato a termine il condotto sbagliando spesso la direzione da seguire, cosa peraltro evidentissima. Perché questa imperizia nel lavoro? Fu davvero a causa della fretta come sostiene Marco Placidi? Nella sua tesi egli ipotizza che a causa di una qualche condizione atmosferica di scarsa piovosità, che causò l’abbassamento del lago, i costruttori si siano trovati a dover in breve tempo adattare il sistema alle nuove quote basse del bacino. Scesi dalla mia postazione e notai delle strisce segnate sulla parete. Marco ci fece presente che si trattava delle quote di livello poste dagli ingegneri, guidati dal dottor Uccelli, che fecero, in tempi recenti, il rilievo topografico della zona. Ancora per imperizia vennero realizzate una serie di contropendenze (risacche) che causarono, in fase di svuotamento del lago per favorire il recupero delle navi, la totale immersione del primo tratto di condotta. Procedemmo in direzione di un primo punto di svolta. Camminavamo ansimando un tantino e spesso mi trovai al buio senza vedere alcunché, considerato che la mia torcia mi aveva abbandonato passando a miglior vita. Procedetti a passi lenti facendo attenzione a non cadere sui detriti ammassati al suolo. Fortunatamente mi venne in soccorso la mia compagna con la sua torcia sul caschetto. Ci fermammo di fronte all’entrata del condotto originale dove osservammo la sezione vera e propria, notevolmente diversa da quella appena attraversata. Notammo come la sezione fosse stata erosa dalla percorrenza dell’acqua a causa della friabilità della roccia, in quel preciso tratto sotterraneo. La larghezza del condotto era a misura d’uomo e consentiva il passaggio di un solo individuo per volta. Marco con la sua fiammella sul casco ci guidò oltre. A circa 780 metri ci fermammo nuovamente e Marco ci mostrò una sorgente d’acqua che filtrava attraverso la parete e che accompagnò i nostri passi per un tratto piuttosto consistente. Forse furono proprio queste infiltrazioni a causare il crollo di una porzione di galleria, che in seguito fu restaurata e rinforzata. Infatti nel 1927-28 furono svolti degli interventi di ripristino dei quali è possibile vedere le tracce sul percorso. In origine il crollo venne sopperito scavando una galleria che lo aggirava rimediando al danno che il livello in crescita stava apportando alla struttura. Illuminammo il raccordo e notammo quanto la roccia fosse porosa. Era evidente di quanto il crollo fosse un pericolo scontato. Potemmo solo immaginare con quanta attenzione incanalassero l’acqua all’interno della bretella per evitare di essere spazzati via dalla pressione esercitata a quella profondità. Ad ogni modo Marco ammise con franchezza che sebbene fosse possibile stabilire una cronologia più o meno esatta degli eventi, altrettanto non si poteva dire per una loro datazione. Avanzammo ancora alla volta di un elemento singolare. Si mostrò ai nostri occhi la paratoia utilizzata per deviare il corso dell’acqua nella direzione desiderata. Ovviamente le parti che dovevano essere in legno, un materiale deperibile, ormai non esistevano più. Ma il meccanismo principale, fatto di roccia, era ancora tutto intero. Abbassammo la testa per non scontrarci con la volta. Man mano che la profondità aumentava notai quanto il gruppo fosse più propenso a ridere e scherzare su quella situazione claustrofobica, mantenendo una coesione estranea alla superficie. Premetto che erano in pochi a conoscersi. Sono certo che questo effetto gruppo sia una precisa conseguenza dello stare sottoterra o in una circostanza nuova o perlomeno difficile. In seguito la notai ancora nelle mie escursioni. Giungemmo finalmente al cosiddetto punto di raccordo, dove le due squadre dovevano essersi incrociate. Il cunicolo a questo punto si faceva più arduo da seguire. Svoltava a ferro di cavallo scendendo bruscamente di quota, era impossibile discenderlo senza aggrapparsi al tubo che percorre tutto l’emissario e che impedisce all’acqua di sommergerlo. Questo errore di quota sembra sia stato provocato dalla differenza di modulazione dei suoni sul materiale roccioso. In parole povere i costruttori si sarebbero ingannati e, seguendo il rumore prodotto dai loro strumenti, avrebbero sbagliato direzione. Sul pavimento erano visibilissimi i residui del basalto intagliato e sulle pareti s’imponevano le tracce di quel particolare strumento utilizzato per l’intaglio. Le striature circolari, perfettamente regolari, avevano graffiato la parete rendendo manifesto il punto di congiunzione. Le striature infatti procedevano in un senso sino ad un preciso punto dove la direzione cambiava improvvisamente divenendo opposta. Queste tracce circolari hanno più volte sollevato dubbi e polemiche tra gli studiosi. Per conto mio ne avevo già viste a centinaia sulle pareti di siti ipogei che avevo visitato, tutti erano stati curiosamente datati in modo diverso. Marco ripeté di nuovo la tesi che sosteneva riguardo il metodo di scavo. Non mi sentii d’accordo ma restai ancora una volta in silenzio. Ripreso il condotto principale tutti ricominciarono a scherzare appellandosi all’“effetto sommergibile” che il rimbombo della voce provocava. Non credo ci fosse molto da ridere ma la situazione richiedeva una distrazione. Dopo più di un chilometro sottoterra iniziavamo a sentire l’affanno.
Finalmente, dopo circa un quarto d’ora di cammino, ci abbassammo per strisciare verso l’uscita. Ci vollero alcuni secondi prima di riabituarsi alla luce e per apprezzare appieno la sensazione di essere ritornati all’aria aperta. La valle di Ariccia con i suoi campi coltivati, ci accolse sotto la pioggia, per questo, dopo una fugace sorsata d’acqua, dovemmo tornare dentro per non bagnarci. Il percorso a ritroso ci parve molto più lungo e lo transitammo facendo una sola sosta. Tornati all’altezza della discenderia decidemmo di percorrerla e di uscire in un punto diverso rispetto a quello da cui eravamo entrati all’inizio. Risalimmo la galleria mentre marco rispondeva cortesemente alle domande della mia ragazza. L’ultima sorpresa vera fu una galleria cieca sul lato della discenderia. Tuttavia la sua presenza rimase un mistero poiché nessuno ne conosceva la funzione. Per finire Marco ci mostrò un pozzo regolare che si affacciava sul soffitto proprio sopra le nostre teste. Il pozzo, servito durante la fase di coltellamento, era stato chiuso in tempi recenti dai contadini della zona. Uscimmo nel campo privato di qualche agricoltore, che nonostante il divieto, aveva recintato “la sua proprietà” con del filo spinato. Lo attraversammo e giunti allo slargo iniziale conversammo e scattammo delle foto ricordo. Tornammo, sotto una pioggia incessante, presso il Museo delle Navi Romane e qui ci accomiatammo restituendo a Marco l’attrezzatura che gentilmente ci aveva messo a disposizione. Quella sera tornai a Roma con la sensazione di aver visitato un luogo con ancora tante cose da dire. |
Indice articoloIntroduzioneUn luogo sacro Incredibile opera umana (1) Incredibile opera umana (2) Cunicoli enigmatici |
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