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Il misterioso emissario di Nemi

Incredibile opera umana (1)

Dopo aver camminato per circa un quarto d’ora attraverso il sentiero che scendeva alla sponda lacustre, ci ritrovammo su una spianata di piccole dimensioni proprio di fronte all’ingresso della struttura idrica. Secondo il Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica dell’Istituto Editoriale Romano, si definisce Emissario “un canale deviatore” o, nel sistema fognario, “il collettore generale che porta l’affluente urbano allo scarico finale”. Marco non perse tempo e iniziò ad illustrarne la storia e la tecnica costruttiva, a suo avviso, impiegata per la realizzazione della condotta. Ascoltai con vivo interesse quella spiegazione.
In origine vi era un unico grande cratere vulcanico del quale rimangono a testimonianza il picco del “Monte Cavo” e tutta una serie di crateri minori, tra cui quello del lago di Nemi. Avremmo attraversato, affermò, l’emissario che serviva a mantenere il livello delle acque ad una quota prestabilita, fungendo da “sopravanzo”. Infatti l’acqua, arrivando ad un determinato livello e tracimando, penetrava all’interno dell’emissario che la conduceva all’esterno del cono vulcanico reimmettendola nel bacino del cratere di Ariccia. Queste opere sono eccezionali prodotti dell’ingegno umano ma sono strutture piuttosto comuni. L’emissario di Albano fu infatti concepito allo stesso modo e così anche quello di piccole dimensioni realizzato per il suddetto cratere di Ariccia. Esso tuttavia non è praticabile e ridotto a fognatura. Questo è dovuto a causa della mancante immissione imposta dal livello del lago più basso di nove o dieci metri rispetto alla quota originale. Ad ogni modo l’emissario di Nemi, opera che si suppone risalga al IV secolo a.C., continuò a funzionare per parecchio tempo, fatto che si evince dalle stampe ottocentesche che lo ritraggono lambito dalle acque. Secondo gli storici esisteva, agli albori della civiltà romana, una popolo latino (qualcuno lo identifica con gli antichi ariciani) che avrebbe realizzato la condotta per due motivi fondamentali. Il primo sarebbe stato mantenere il livello del lago ad una quota tale da non essere un pericolo per il tempio di Diana che altrimenti sarebbe stato sommerso. Il monumentale complesso templare, seminascosto dalla vegetazione spontanea, sorge non lontano dal Museo delle Navi Romane nella zona aricina-nemorense, uno dei luoghi più sacri dell’antico Lazio. Edificato su di un’enorme piattaforma, il tempio di Diana Aricina, era ricchissimo di opere d’arte e materiali preziosi che in seguito furono depredati e saccheggiati. Ma per noi è già una fortuna che esista ancora.
Schematizzazione del metodo di coltellamento Il secondo motivo sarebbe invece stato di origine per così dire “alimentare”, poiché nella zona vi furono sempre campi coltivati da irrigare. Possedere la padronanza su di un bacino lacustre di notevoli dimensioni, da livellare a piacimento con l’ausilio di paratoie interne all’emissario, avrebbe permesso una coltivazione dei terreni di tipo intensivo. Ma come poté essere realizzato un acquedotto di questo genere in un tempo in cui le leggi della fisica erano solo parzialmente note e le risorse piuttosto limitate?
Marco accennò un sorriso prima di rispondere al quesito. “Qui vedete lo schema del livello lacustre e della faglia idrica che scende leggermente all’interno della collina e del collo vulcanico. Per entrare fu quindi necessario scavare un condotto al disopra del livello dell’acqua e, come vedremo in seguito, è presente una discenderia, o punto d’ingresso. Un condotto che discende alla quota prestabilita a cui si voleva portare l’acqua del lago incanalata, e, mantenendo una pendenza costante, si faceva scorrere sino in fondo. Non essendo una condotta forzata funzionava a pelo libero o a caduta, questo fu l’unico metodo che si poté applicare e funzionava. Del resto lo fecero anche i Romani nei loro acquedotti. La pendenza oscillava tra il tre e il quattro per mille e manteneva una velocità costante, calibrata per evitare sacche di acqua nella struttura e per non danneggiare quest’ultima durante la percolazione dell’acqua”. A questo punto Marco fece una pausa e compresi che doveva essere arrivato alla parte che più m’interessava. Guardò nella mia direzione e riprese il suo discorso. “I tempi di realizzazione furono enormemente lunghi, considerate che il fronte di scavo era per una sola persona!”. Per un anno intero avevo sentito il mio amico, Alessandro Marcon, esprimere dubbi a profusione sulle tecniche costruttive di questi siti ipogei. Dopo aver analizzato le sue tesi ero interessato a raccogliere l’opinione “ufficiale” di un altro esperto. Scavare un condotto significava ridurre al minimo il fronte di scavo poiché le operazioni di escavazione generavano materiali di risulta. Di conseguenza per aumentare il fronte di scavo era necessario organizzare più squadre che lavorassero contemporaneamente allo speco dell’acquedotto. Una squadra iniziava a lavorare su di un lato mentre l’altra conduceva lo scavo sul lato opposto della montagna. Ciò ovviamente creava un problema di sorta; come avrebbero potuto essere certi di incontrarsi al centro. Uno dei due fronti avrebbe potuto rivelarsi ad esempio o più alto o più basso. Negli acquedotti romani gli architetti erano soliti ovviare al problema ampliando il fronte di scavo attraverso la realizzazione di pozzi verticali che, scendendo alla quota dello speco, permettevano ai costruttori di moltiplicare il numero degli operai e di ridurre i tratti da scavare. In parole povere organizzavano una sorta di catena di montaggio sotterranea. Tuttavia, tornando al nostro emissario, per tenere sotto controllo la quota e la direzione del fronte di scavo si utilizzava la tecnica detta del coltellamento. Sappiamo che all’epoca della sua costruzione il piombo e la livella erano piuttosto noti. Con questi due soli strumenti, ad ogni modo, erano in grado di stabilire dove fossero. Coltellando la collina con l’inserimento di pali di legno in verticale e in orizzontale lungo tutto il suo profilo, sino al punto prestabilito per lo sbocco della condotta, sommavano le altezze dei pali verticali per conoscere la profondità di ogni punto, operazione necessaria per arrivare alla quota esatta del condotto. Parallelamente, sommando i pali orizzontali sapevano esattamente a quale distanza erano giunti. Ottenevano così una specie di modello tridimensionale fatto di valori esatti. Se si accingevano a scavare un pozzo, sapevano con questo metodo quanto in profondità avrebbero dovuto scavare. Una minima variazione sul percorso veniva corretta con questo criterio. I pozzi suddetti servivano poi per stabilire la direzione ed evitare spiacevoli deviazioni. All’interno dell’emissario, ad ogni modo, ci sono pochissimi pozzi a causa della profondità che avrebbero altresì avuto; 100, 150 metri.
Macchina da scavo ipotizzata dagli archeologi Come accadeva per i già citati acquedotti imperiali, attraverso i pozzi era possibile eliminare il materiale di risulta, sia dello scavo che del deposito di calcare accumulato nel corso del suo utilizzo. Fu proprio grazie a questi depositi di calcare, accumulati in superficie, che gli archeologi degli anni venti furono in grado di tracciare le mappe dei condotti romani, che come scaldabagni dovevano essere ripuliti di frequente. I romani tuttavia scavavano pozzi ogni quaranta metri.
Procedendo nello scavo del condotto e sapendo dalla palificazione collinare orizzontale che i due fronti di scavo stavano per incontrarsi, iniziavano a scavare piegandosi entrambi nello stesso verso. La squadra proveniente da destra piegava a sinistra e viceversa. Questo permetteva loro di incrociarsi anche in caso di errore come è evidente all’interno, dove in alcuni punti dello speco vi sono delle deviazioni ceche. Si pensa che durante la prima fase realizzativa la prima squadra si sia spinta troppo oltre, ma sia poi stata rintracciata da coloro che procedevano in senso contrario. Per ovviare al problema rimodellarono in seguito lo speco in direzione rettilinea. Il progetto originale dell’emissario prevedeva la realizzazione della discenderia e l’arrivo al punto di congiunzione che avrebbe segnato il completamento della struttura. Non era da sottovalutare la difficoltà con cui avrebbero dovuto abbassare il livello dell’acqua per non essere travolti dalla pressione durante lo scavo della galleria. L’idea fu dunque quella di abbassare l’incile dello speco facendo tracimare lentamente l’acqua per portarla alla quota di esercizio dell’acquedotto. A differenza dell’acquedotto di Albano, realizzato con questo preciso schema, nell’emissario di Nemi il progetto iniziale non venne tuttavia eseguito completamente. Quindi il nostro condotto presenta delle differenze.
A questo punto Marco ci spiegò che il condotto misurava circa 1.635 metri di lunghezza e che lo avremmo percorso sino alla fine. Tutti visibilmente eccitati, e un tantino intimoriti, ci accingemmo ad entrare uno per uno attraverso lo stretto passaggio protetto da un cancello perennemente aperto. La nostra guida ci informò che uno dei lato della collina era composto da una grande lente basaltica molto dura da scalfire, quindi immaginai quanta fatica potevano aver fatto quegli antichi uomini durante il loro lavoro. Non appena all’interno Marco accennò alla tecnologia secondo lui utilizzata per compiere l’opera. La chiamò macchina da scavo e descrisse un asse orizzontale posto di traverso sulla sezione dello speco dove, con una lama, venivano prodotti dei tagli sul basalto. Quest’ultimo veniva poi fatto saltare con delle martellate. Disse che le tracce lasciate sulla parete di roccia da questo strumento erano dei cerchi concentrici che procedevano in direzione dello scavo.
Indice articolo
Introduzione

Un luogo sacro


Incredibile opera umana (1)

Incredibile opera umana (2)

Cunicoli enigmatici

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