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Giza

Grazie alla gentile concessione dell'editore, abbiamo l'opportunità di pubblicare la versione integrale del Capitolo 11 tratto dal libro di Stephen Mehler "Le piramidi hanno 10.000 anni" edito da "Mondo Ignoto"

di Stephen Mehler
traduzione in italiano Andrea Somma & Alessandro Moriccioni

La Piana di Giza è il sito archeologico più famoso del mondo. E’ Situato a 20 miglia a nord di Dashur e a circa otto di distanza ad ovest della moderna metropoli del Cairo. Giza, che si pronuncia Gee-zah e che in arabo vuol dire "gonna", termine che descrive espressamente l'intera distesa, comprende nove piramidi, tre grandi e sei piccole, la Grande Sfinge e numerose tombe intagliate nella roccia calcarea (vedi Figura 47).
Giza è tuttavia anche il sito presso il quale è più complesso intraprendere indagini serie, essendo il luogo più affollato e rumoroso nel corso della giornata. Visitato in ogni momento da moltitudini di turisti, il posto è popolato da centinaia di venditori ambulanti, da proprietari di cammelli, da poliziotti addetti alle antichità, da ufficiali militari, da agenti della polizia segreta, da abitanti locali e da archeologi dilettanti. Molte delle ricerche più importanti vengono condotte dopo l'ora di chiusura, oppure durante la notte. E’ questa l'area presso cui abbiamo svolto le migliori osservazioni ed abbiamo avuto il grande privilegio di esplorare il luogo in compagnia di Abd'El Hakim per parecchie ore. Il suo villaggio, Nazlet el Samman, sorge sulla pendice destra della Piana.
E' a Giza, più che altrove, che l'egittologia origina i suoi paradigmi principali. Ho già menzionato gli scritti dei greci Erodoto e Manetone che fornirono la visione delle piramidi e dei templi come luoghi legati ad una religione basata sulla resurrezione delle anime dei faraoni morti. Gli egittologi considerano le piramidi di Giza tombe regali e niente di più. Si pensa che il sito di Giza sia stato fondato durante la quarta dinastia dell'Antico Regno (2.500 a.C. circa) per svolgere la funzione di necropoli. Molte prove archeologiche supportano queste tesi poiché vi si trovava realmente un cimitero. Infatti qui sono state rinvenute sepolture risalenti al periodo in questione. Questa è la prova impugnata dagli egittologi per sostenere il modello greco. Ma non esistono prove di una qualsivoglia tumulazione all’interno delle tre piramidi di Giza. Questo fatto viene giustificato dagli esperti come la risultante dei ripetuti saccheggi avvenuti nelle tombe.
La visione ortodossa vuole che la Piana di Giza fosse un deserto, cioè un'area rocciosa, all'inizio della quarta dinastia dell'Antico Regno (2.600 a.C. circa). Probabilmente il secondo re di questa dinastia, chiamato Khnum-Khuf o Khufu (detto Suphis e quindi in seguito definito Cheops dai greci), decise di stabilirsi nell'area e di erigersi una piramide come monumento funebre. In seguito il suo terzo figlio, chiamato Khafra, costruì una piramide più piccola nei pressi di quella del padre e su un terreno più alto così da far sembrare le due piramidi della stessa altezza. Egli (Khafra, poi denominato Chephren dai greci) scavò l’affioramento di calcare nella Grande Sfinge con le fattezze del proprio volto. Di conseguenza il figlio di Khafra, che si chiamava Menkaura (poi divenuto per i greci Mykerinos ), costruì una terza e più piccola piramide accanto alle altre due. Tutti i nobili e i servi furono seppelliti vicino ai loro sovrani. Presto però il sito fu abbandonato e la dinastia successiva costruì le proprie piramidi a Sakkara e ad Abusir.
La tradizione indigena offre della storia egizia un'interpretazione completamente diversa anche per quanto concerne le strutture menzionate. Ho già espresso le mie riserve riguardo i Per-Neter, che di certo non erano tombe. Un detective della polizia di New York City, Frank Domingo, artista forense e membro della squadra di ricerca accorpata da John Anthony West, sfidò e respinse l'affermazione secondo la quale la faccia della Sfinge sarebbe identica a quella di una scultura dedicata a Khafra. Attraverso l’utilizzo di modernissime tecniche di analisi biometrica, consistenti nel misurare gli angoli tra gli occhi, il naso ed il mento di entrambe le immagini dei volti della Sfinge e della statua contenente il cartiglio di Khafra, il Detective Domingo fu chiarissimo nell'affermare che la faccia della Sfinge e quella della statua non appartenevano alla stessa persona (vedi Figura 48). Inoltre la tradizione locale afferma che tutti gli appellativi di questi faraoni non erano assolutamente nomi, ma dei titoli che potrebbero essere appartenuti a più sovrani. Se così fosse non saremo mai in grado di determinare a chi ci si riferisca utilizzando i termini Khufu o Khafra.

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