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		<title>&#8220;Hidden in the dark&#8221;, incontro con l&#8217;autrice Stefania Auci</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 12:18:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA["Hidden in the dark" è l'esordio letterario di Stefania Auci, giovane scrittrice di talento. L'abbiamo incontrata per sentire direttamente dalla sua voce la nascita del volume e le sue prospettive future.

di Redazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Hidden in the dark&#8221; è l&#8217;esordio letterario di Stefania Auci, giovane scrittrice di talento. L&#8217;abbiamo incontrata per sentire direttamente dalla sua voce la nascita del volume e le sue prospettive future.</em></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Redazione</strong><span id="more-2047"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1973" title="auci" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/auci.jpg" alt="" width="166" height="320" /><em>Stefania Auci</em><br />
<strong>Hidden in the dark</strong><br />
0111 edizioni, 66 pag.</p>
<p style="text-align: justify;">“Hidden in the Dark”, è una raccolta narrativa, nonché <em>opera prima</em> della giovane e promettente scrittrice <strong>Stefania Auci</strong>.<br />
Il libro, edito nella collana “Rosso Cuore” della 0111 Edizioni, ha già riscosso significativi apprezzamenti di pubblico e di critica, collocandosi a pieno titolo nel “novero” delle migliori pubblicazioni “paranormal” degli ultimi tempi.<br />
La Auci descrive situazioni e sentimenti utilizzando un ricco campionario dinamico, uno stile scorrevole ed originale, e un tocco di calore italico assai singolare per il “genere” e pressoché introvabile nelle pagine dei suoi illustri colleghi anglosassoni.<br />
La psicologia dei personaggi è cesellata “al rasoio”, i caratteri femminili sono tratteggiati con passione e sensibilità e l’aderenza ai luoghi è sempre resa magistralmente.<br />
Ci sembra persino di respirare gli odori della narrazione; come pare che, leggendo, ci risuonino nelle orecchie suggestive melodie di Rachmaninov o Gershwin, compositori entrambi molto cari all’autrice.<br />
I racconti della raccolta sono 3 ed hanno un unico filo conduttore che fa capo ai due protagonisti maschili e a una precisa “location”, Moray Place (Scozia).<br />
I vampiri Samuel ed Oliver tessono le loro diaboliche trame in epoche differenti, nei vicoli di un’Edimburgo cangiante ed immota al contempo, ricca di inquietanti archetipi, osservatrice silenziosa di riti arcani e feroci.<br />
Carismatici e amorali, i personaggi vampirici della Auci si fanno portavoci d’un fascino perverso e dannato, in una dimensione spazio-temporale vaga, dove il confine tra il piacere e il dolore, tra la sensualità e l’orrore, sono altrettanto vaghi ed ineffabili.<br />
Insomma, 3 “dark stories” tutte da godere, in cui la “luce” è rappresentata dall’indiscutibile talento della giovane scrittrice trapanese. Tre gioielli narrativi che irrompono nella sensibilità del lettore, con l’incisività di un lampo. Tre punte di diamante che arrivano a scalfire i muri d’una letteratura “nostrana” ormai statica e priva di idee, castrata da scelte editoriali scriteriate e balorde, in cui pare non esistere più spazio per l’“ars narrandi”, ma solo per gli interessi e le logiche di mercato.<br />
In questo prezioso libricino, molto grazioso anche nella sua veste editoriale, di “arte del narrare” ce n’è davvero da vendere. Una vera “chicca” per gli appassionati del genere e per chiunque abbia a cuore la &#8220;buona&#8221; lettura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intervista a Stefania Auci</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Terra Incognita: Allora Stefania, innanzitutto ci piacerebbe sapere come hai sviluppato la passione per la letteratura. E quando hai sentito nascere in te l&#8217;intima voglia voglia di scrivere.</em><br />
Stefania Auci: Scrivere e leggere sono per me facce della stessa medaglia. A mio avviso, non si può scrivere bene se non si legge tanto, e di generi diversi. La scrittura è alimentata dalla lettura e dal confronto. Su di me hanno avuto un fortissimo influsso i miei genitori, accaniti lettori, sebbene di generi opposti rispetto a ciò che scrivo. Ma è stata un&#8217;esperienza importantissima: ho vissuto per anni un una casa con una grande biblioteca, in cui sapevo di poter trovare tutte &#8211; o quasi &#8211; le notizie che mi servivano.<br />
Scrivere è venuto dopo: avevo un mondo nella testa che premeva per venir fuori, un po&#8217; come Minerva dalla testa di Giove. Ho scritto il mio primo romanzo a sedici anni, su tre quaderni, riempiendo le lunghe, noiosissime ore di lezione al liceo. Ovviamente, era un romanzo con un vampiro.<br />
<em>T.I.: Come è nata l&#8217;idea di dar corpo a  &#8220;novels&#8221; che hanno come protagonisti i vampiri?</em><br />
S.A.: Perché mi affascina la loro essenza. Il vampiro, quello della tradizione &#8211; non quello che oggi ci propina la televisione o i romanzi per ragazzi &#8211; è una figura ambivalente dalla fortissima sensualità data non dal sesso selvaggio ma dalla sua capacità di rompere gli schemi. L&#8217;ho immaginato come una figura di immensa saggezza e sapere, dotato di un distacco autentico nei confronti di un&#8217;umanità che spesso si sopravvaluta. Cinico, pragmatico, amorale. Non ha un codice di comportamento che possa essere omologato al nostro poiché non è più umano. Credo che questo sia nel contempo la cifra distintiva dei miei personaggi e ciò che mi ha spinto a scrivere di loro.<br />
<em>T.I.: Potresti fornirci una descrizione di &#8220;Hidden in the dark&#8221; e dei tuoi vampiri? Cosa hanno in comune con quelli della tradizione narrativa e in cosa invece differiscono o aggiungono tasselli di novità?</em><br />
S.A.: &#8220;Hidden&#8221; è una raccolta di slices of life, tratte da una saga che sto scrivendo e che è ormai quasi terminata. I protagonisti sono gli stessi dei racconti e, seppure la loro evoluzione li porta a avere delle relazioni con esseri umani, la loro identità letale non cambia. La loro matrice non è modificabile:sono assassini e tali restano, e godono nell&#8217;uccidere.<br />
Sono molto vicini all&#8217;archetipo del vampiro vittoriano o &#8220;epico&#8221;, e dovendo trovare un modello in tempi recenti, credo che possano essere avvicinati sia al Lestat di Ann Rice che a Saint Germain di C. Q. Yarbro&#8230; o almeno così dicono i lettori. Per forza i cose non posso essere un buon giudice di me stessa!<br />
<em>T.I.: Puoi darci un&#8217;anticipazione dei tuoi progetti futuri dopo l&#8217;ottimo esordio?</em><br />
S.A.: Progetti futuri&#8230; ne ho molti ma non dipendono dalla mia volontà. Io spero fortemente di trovare un editore medio/grande per pubblicare la saga, come moltissimi lettori hanno chiesto. Poi sto lavorando a un progetto completamente differente su cui non dico nulla per scaramanzia. E dopo questo, un altro paranormal-horror&#8230;<br />
Insomma: auguratemi in bocca al lupo!</p>


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		<title>Concorso: vinci 5 copie del libro “Cristoforo Colombo e il papa tradito” autografate dall&#8217;autore Ruggero Marino</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 12:32:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[concorso]]></category>
		<category><![CDATA[cristoforo colombo]]></category>
		<category><![CDATA[ruggero marino]]></category>

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		<description><![CDATA[In concomitanza dell&#8217;uscita del nuovo libro di Ruggero Marino &#8220;L&#8217;uomo che superò i confini del mondo&#8221;, Terra Incognita è lieta di mettere in palio 5 copie di &#8220;Cristoforo Colombo e il papa tradito&#8221; il libro che ha riscritto la storia della scoperta del Nuovo Mondo da parte del celebre navigatore genovese. Partecipare è semplice! Dovete [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2042" title="papatradito" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/papatradito.jpg" alt="" width="100" height="155" />In concomitanza dell&#8217;uscita del nuovo libro di <strong>Ruggero Marino</strong> <em><strong>&#8220;L&#8217;uomo che superò i confini del mondo&#8221;</strong></em>, Terra Incognita è lieta di mettere in palio 5 copie di <strong>&#8220;Cristoforo Colombo e il papa tradito&#8221;</strong> il libro che ha riscritto la storia della scoperta del Nuovo Mondo da parte del celebre navigatore genovese.<br />
Partecipare è semplice! Dovete rispondere a questa domanda riguardante l&#8217;ultimo libro di Ruggero Marino &#8220;L&#8217;uomo che superò i confini del mondo&#8221;:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam&#8221;.<br />
Quale è il nome del personaggio che in una lettera a Cristoforo Colombo usa il motto templare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-2045" title="rumarino" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/rumarino.jpg" alt="" width="181" height="125" />Spedite, <strong>entro e non oltre la mezzanotte del 30 settembre 2010</strong>, la vostra risposta in una <a href="mailto:archeologia@gmail.com?subject=Concorso Cristoforo Colombo">mail con oggetto &#8220;Concorso Cristoforo Colombo&#8221;</a> ed inserite inoltre il vostro nome, cognome e indirizzo postale a cui ricevere il libro in caso di vincita.</p>
<p style="text-align: justify;">Non perdete questa occasione&#8230; scoprirete una verità incredibile dietro la<em> &#8220;barzelletta d&#8217;antiquariato&#8221;</em> rappresentata dalla tradizione circa la scoperta dell&#8217;America e Cristoforo Colombo</p>


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		<title>I Santi: San Bonifacio</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 11:58:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[san bonifacio]]></category>

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		<description><![CDATA[Vescovo e martire e apostolo della Germania

di Fabio Mancini]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vescovo e martire e  apostolo della Germania</em></p>
<p>di <strong>Fabio Mancini</strong><span id="more-2027"></span></p>
<div style="text-align: justify;">
<div id="attachment_2028" class="wp-caption alignleft" style="width: 213px"><img class="size-full wp-image-2028" title="san bonifacio" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/san_bonifacio.jpg" alt="" width="203" height="396" /><p class="wp-caption-text">San Bonifacio</p></div>
<p>“Predichiamo i disegni di  Dio, ai grandi e ai piccoli, ai ricchi e ai poveri. Annunziamoli a tutti  i ceti e a tutte le età finché il Signore ci darà la forza, a tempo  opportuno e inopportuno, a quel modo che San Gregorio scrisse nella sua  Regola Pastorale”. Così scriveva Bonifacio a Lioba, sua parente e  badessa, esprimendo il suo zelo instancabile per l’evangelizzazione dei  popoli dell’attuale Germania e Olanda, ispirandosi alla Regola di San  Gregorio Magno.</p></div>
<div style="text-align: justify;">Ma chi era Bonifacio?  Wilfrido questo era il suo nome di battesimo, nacque intorno al 673  nella regione meridionale dell’Inghilterra. Da ragazzo venne accolto ed  educato nell’abbazia di Exeter e poi in quella di Nursling, secondo i  principi della severa regola benedettina. Nel periodo di formazione  cristiana, Wilfredo acquisì l’osservanza alla preghiera ed agli studi,  la fedeltà alla chiesa di Roma e la passione missionaria per la  conversione dei popoli pagani o ricaduti nel paganesimo.</div>
<div style="text-align: justify;">Al fine di comprendere al  meglio i Testi sacri, Wilfredo imparò la lingua latina, greca e quella  ebraica, approfondì il messaggio e la spiritualità dei Padri della  Chiesa, divenne maestro e scrisse una grammatica per i suoi alunni, si  dilettò nella poesia. Tuttavia l’impegno che Wilfrido sentiva di più era  quello dell’evangelizzazione, in forza della quale nel 716 chiese ed  ottenne il permesso di raggiungere l’Olanda. In quel tempo il principe  Radboch si era ribellato alla dominazione Franca e vedeva negativamente  il cristianesimo, poiché era il credo professato dal conquistatore,  inoltre aveva confinato il vescovo di Utrecht, Willibrordo presso un  monastero.</div>
<div style="text-align: justify;">Wilfredo fece visita al  principe, ma subito comprese che i tempi non erano ancora maturi per  l’evangelizzazione, occorrevano uomini e donne disposti al martirio,  l’appoggio dei Franchi, ed infine, acquisendo il sostegno della chiesa  di Roma, si sarebbe conservata l’autonomia della nuova chiesa, dal  potere politico dei principi che nominava vescovi e abati secondo il  loro interesse. Animato da buoni propositi Wilfredo, nel 718 si diresse a  Roma, per essere ricevuto da papa Gregorio II, anch’egli interessato  alla conversione dei popoli germanici.</div>
<div style="text-align: justify;">Il papa lo trattenne con sé  tutto l’inverno e nel maggio dell’anno seguente lo inviò come  missionario papale con tutti i poteri di cui aveva bisogno, dandogli un  nuovo nome: Bonifacio. E Bonifacio in contraccambio si impegnava a  comunicare al pontefice qualsiasi evento accadesse in terra di missione.  Dopo la morte di Radboch, la chiesa olandese si aprì al mondo e  Bonifacio raggiunse il vescovo Willibrordo, presso il quale fece due  anni di tirocinio missionario, dopo detto periodo Bonifacio partì alla  volta delle terre alla destra del Reno per adempiere agli impegni presi  con il papa.</div>
<div style="text-align: justify;">In terra germanica,  Bonifacio aveva appena fondato il primo monastero e riformato diverse  comunità, quando il papa lo chiamò a Roma nel 722 per consacrarlo  vescovo dell’intera regione oltre il Reno, affidandogli una lettera  secondo la quale il papa chiedeva al re dei Franchi, Carlo Martello, ai  principi e ai vescovi di dare il pieno appoggio all’opera missionaria di  Bonifacio, suo legato. Carlo Martello diede tutto il suo sostegno al  nuovo vescovo, convinto che gli altri popoli convertendosi al  cristianesimo, sarebbero stati sotto la sua influenza.</div>
<div style="text-align: justify;">Bonifacio fondò un  monastero a Fritzlar che presto divenne il centro per i giovani in cerca  di fede e cultura, ma l’abbazia che ebbe il più grande influsso fu  quella di Fulda che divenne il modello per tutta la Germania. Tra il 725  al 731 si occupò del riordino della chiesa franca nella zona della  Turingia. Papa Gregorio III nel 732, nominò Bonifacio arcivescovo,  assegnandogli l’autorità di consacrare vescovi e di creare diocesi nella  provincia di sua competenza. Il nuovo arcivescovo fondò la diocesi di  Salisburgo e diede nuova vita a quelle di Passau, Frisinga, Ratisbona,  Eichstatt, Wurzburg, Buraburg, Erfurt.  Ciononostante Bonifacio incontrò  diverse controversie e opposizioni con il clero franco che non vedeva  di buon occhio, lo straniero che promuoveva una vita austera tra i  sacerdoti e si circondava di dotti monaci anglosassoni.</div>
<div style="text-align: justify;">La vitalità delle sue  diocesi e delle sue abbazie, il fiorire di un clero colto e coerente  agli insegnamenti evangelici e la prosperità anche economica del popolo,  fecero guadagnare a Bonifacio ulteriore fama al di là dei confini della  sua diocesi. Il re di Francia Pipino il Breve (738-747) volle che  Bonifacio operasse nel suo regno e la parte più sana del clero dopo due  sinodi promise fedeltà al papa Zaccaria. Bonifacio esortò il clero a  condurre una vita conforme ai canoni, proibendo il porto d’armi,  l’esercizio della caccia, il vestito laicale e la pratica del  concubinato e prescrisse ai monaci la Regola di san Benedetto e vietò  loro le usanze pagane e la diffusione di dottrine eretiche.</div>
<div style="text-align: justify;">Rinunziando alla sede  vescovile di Colonia cui era stato designato da un sinodo con  l’approvazione papale, Bonifacio si diresse verso la Sassonia con  l’intento di convertire la terra dei suoi antenati. Il 5 giugno del 754  presso Dokkum (Olanda settentrionale) mentre si apprestava a  somministrare la cresima ad un gruppo di catecumeni, un gruppo di  Frisoni armati di spade aggredirono Bonifacio e i 52 monaci che erano  con lui. Il vescovo vietò ai suoi di combattere e disse: “<em>Cessate, figliuoli, dai combattimenti,  abbandonate la guerra, poiché la testimonianza della Scrittura ci  ammonisce di non rendere male per male, ma bene per male. Ecco il giorno  da tempo desiderato, ecco che il tempo della nostra fine è venuto;  coraggio nel Signore!”</em>» L’apostolo della Germania  coronava con il martirio la sua grande opera evangelizzatrice.  Le reliquie di san  Bonifacio riposano nell&#8217;abbazia di Fulda.</div>


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		<title>Gli eredi di Arzawa</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 17:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[etruschi]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni feo]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista con Giovanni Feo, ricercatore e scrittore, grande esperto della civiltà etrusca di Osvaldo Carigi &#8220;Un profondo senso del mistero ha da sempre colorato il passato più remoto alle antiche civiltà e a quei nostri lontani progenitori, così lontani, che i loro veri volti rimangono per noi senza nome e senza tratti definibili&#8221; (Giovanni Feo). [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Intervista con Giovanni Feo, ricercatore e scrittore, grande esperto della civiltà etrusca</em></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Osvaldo Carigi</strong></p>
<p><span id="more-1996"></span></p>
<div id="attachment_2002" class="wp-caption alignleft" style="width: 271px"><em><em><a href="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/1.jpg"><img class="size-medium wp-image-2002" title="intervista-a-giovanni-feo" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/1-261x300.jpg" alt="" width="261" height="300" /></a></em></em><p class="wp-caption-text">Giochi d&#39;amore (Tomba dei tori, Tarquinia)</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Un profondo senso del mistero ha da sempre colorato il passato più remoto alle antiche civiltà e a quei nostri lontani progenitori, così lontani, che i loro veri volti rimangono per noi senza nome e senza tratti definibili&#8221; (Giovanni Feo). </em><br />
E da sempre una  cortina di mistero, talmente consolidatasi nel tempo da diventare uno stereotipo, sembra ammantare la storia della civiltà etrusca, i cui principali aspetti: origini &#8211; lingua &#8211; religione risultano essere tratteggiati soprattutto da quella  monotona tradizione cattedratica<em> &#8220;spesso prigioniera di tesi e di sintesi stanche,  meccanicamente ripetute per incomprensione della fantasia e dei colori etruschi”.</em> Con il professor Giovanni Feo, valente etruscologo ‘fuori dal coro’, autore di importanti saggi &#8216;alternativi&#8217; sull&#8217;argomento, cercheremo, quindi, di far conoscere alcuni aspetti della ‘misteriosa’ realtà di questo meraviglioso popolo, in un viaggio attraverso il loro raffinato mondo dove sacralità e scienza si fusero mirabilmente,  un  mondo lontano che seppe convivere con la natura circostante e studiare il cosmo sovrastante in una sorte di magica e rispettosa simbiosi con le eterne universali leggi che regolano la vita degli esseri umani.  Un viaggio privo di quei didascalici preconcetti,  che vogliono gli etruschi barbari superstiziosi e licenziosi, un viaggio che, dalle nebbie della storia, ha inizio in un’antica regione dell’Asia Minore… Narra Erodoto che “<em>Al tempo di Atis, figlio di Mane, una tremenda carestia si sarebbe abbattuta su tutta la Lidia… Il malanno, invece di attenuarsi, si andava aggravando sempre più, il loro re, divisi tutti i Lidi in due parti, fece estrarre a sorte quale dovesse rimanere e quale, invece, andarsene via dal paese…</em>”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Osvaldo Carigi: “Professor Feo, i Lidi menzionati da Erotodo erano gli stessi che noi conosciamo come Etruschi? Al riguardo, nell’edizione che io ho de ‘Le storie’ ho trovato questa nota riguardo appunto il predetto popolo proveniente dalla Lidia: ”Sembrerebbero cioè gli Etruschi; ma tale racconto di Erotodo lascia molto perplessi sull’argomento””</em><strong><br />
Giovanni Feo:”</strong>Erotodo era nativo della Caria, regione dell’Asia Minore confinante con la Lidia, e visse nel V sec. A.C. Il paese che ai suoi tempi era chiamato Lidia, secoli prima era stato occupato da un popolo della Meonia e come scrive il ‘padre della storia’: “I Lidi erano un tempo chiamati Meoni, ma cambiarono nome in quello attuale da Lydos, figlio di Atys”. Sappiamo che a causa di una carestia il re Atys decise di dividere il proprio regno: suo figlio Tirreno partì per mare verso occidente, l’altro figlio Lydos, restò a governare nella propria terra.&#8221;</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_2003" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><em><em><a href="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2003" title="intervista-a-giovanni-feo2" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/2-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a></em></em></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Il corteo dei misteri va incontro a Dionisio</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.: “ La Lidia era situata nell’odierna Anatolia in Turchia. L’origine anatolica degli Etruschi acclarata da Erotodo è stata suffragata recentemente dagli studi del Prof. Piazza e dei suoi colleghi dell’Università di Torino che hanno portato alla luce in particolare una condivisione della variante genetica di soggetti provenienti da Murlo, Volterra e dalla Valle del Casentino, in Toscana, con gente di origine turca e dell’isola di Lemnos. Eppure una delle ipotesi ancora oggi più acclarate circa le origini degli Etruschi li vuole autoctoni e lo storico greco Dionigi di Alicarnasso sembra essere il padre di questa corrente di pensiero, laddove nella sua ‘Antichità Romane’ (I sec. A.c.) si legge: “Perciò sono probabilmente più vicini al vero coloro che affermano che la nazione etrusca non proviene da nessun luogo, ma che è invece originaria del paese (l’Italia)”. Come spiega questo persistere dell’idea autoctona della civiltà etrusca?”</em><br />
<strong>G.F.:”</strong>Le tante incertezze che ancora oggi sussistono intorno alle origini degli Etruschi, dipendono dal fatto che il loro ceppo non nacque nel centro-Italia nell’ottavo secolo a.C., ma risaliva ad un’epoca molto più remota. I Tirreno-Etruschi che giunsero ad occupare il Centro-Italia tra i secoli XIII e XII a.C. erano gli eredi di una cultura direttamente collegata all’antico regno di Arzawa, fiorente nel secondo millennio in una vasta area dell’Anatolia centro-occidentale. Dal nome Arzawa, gli Etruschi di età storica derivarono quello di Rasna, con il quale indicavano se stessi, con il senso di “popolo, comunità”. Dionigi di Alicarnasso, cittadino romano, quando scriveva le sue Antichità Romane era sicuramente condizionato dal dover ridimensionare, agli occhi dell’Urbe, l’importanza della componente etrusca nelle origini di Roma che, dopo un’estenuante guerra durata quasi due secoli, era riuscita a soggiogare la dodecapoli etrusca. Nel I sec. A.C. questa realtà era ancora scomoda e rimossa. Dionigi, oltretutto, si contraddice continuamente quando, per esempio, afferma che la lingua etrusca è diversa da tutti gli idiomi italici, senza però giustificare tale notizia. Quando poi parla degli Etruschi che, secondo lui, erano “da sempre” presenti in Italia non accenna minimamente alla loro storia, dilungandosi invece su quella di Pelasgi, Siculi e Umbri: il fatto che escluda gli Etruschi dal racconto storico è fortemente sospetto. L’epoca di Dionigi coincideva con il nascere dell’ideologia imperiale romana e l’antico ‘nemico’ etrusco non poteva placidamente venir menzionato quale ‘fondatore’ dell’Urbe. Lo stesso problema lo ebbe Virgilio nello scrivere la sua Eneide. La tesi dell’autoctonia degli Etruschi ha trovato consensi solo in Italia dove, durante il ventennio fascista, il nazionalismo dilagante incasellava acriticamente ogni antichità come ‘romana’ o,quantomeno, come ‘italica’. Oggi, all’estero, nessuno più crede a queste favole. Da noi, solo la presente generazione di studiosi si sta timidamente allontanando dalla tesi dell’autoctonia. Tesi che, comunque, è fuorviante: esistono davvero popoli “autoctoni” nati senza avere alle spalle una precedente fase di civiltà e di contatti con l’esterno? Il grave ritardo negli studi etruschi lo si deve alla scarsa considerazione data alle loro origini poichè “il processo di formazione della nazione estrusca non poteva che aver avuto luogo nel territorio della stessa Etruria”.  Il problema delle origini di un popolo è, invece, di primaria importanza, né è slegato da quello della sua formazione. Ma certe favole sono dure a morire. Quanto alle scoperte del Prof. Piazza confermano senz’altro quanto scritto da Erotodo.”</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_2004" class="wp-caption alignleft" style="width: 203px;">
<dt class="wp-caption-dt"><em><em><a href="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/3.jpg"><img class="size-medium wp-image-2004" title="intervista-a-giovanni-feo3" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/3-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a></em></em></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Figura con copricapo, forse un sacerdote (Murlo, Siena)</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.:”E&#8217; ipotizzabile che l’antico regno anatolico di Arzawa, da lei menzionato come luogo di origine delle genti da noi conosciute come Etruschi, gravitasse nell’orbita culturale Ittita. Se così fosse, troviamo tracce della sua cultura nella storia ‘italiana’ dei suoi discendenti? E ancora, sempre nell&#8217;alveo di una affinità con i popoli stanziati nell&#8217;Anatolia occidentale, Arzawa potrebbe essere stato uno degli alleati della città di Troia partecipando, a fianco della stessa, nella guerra cantata da Omero?</em><br />
<strong>G.F.:</strong>”L’impero ittita, durante i secoli dell’età del bronzo, ebbe un notevole influsso su tutta l’antica Asia Minore e sugli stati confinanti, come Arzawa, Lukka (Licia), Wilusa (Ilio, Troade) situati nell’Anatolia occidentale. Nella società etrusca di età storica si erano conservate rimarchevoli tracce delle origini anatoliche. Il nome della città di Tarquinia e del suo fondatore, Tarchun, ha diretta relazione con un importante dio anatolico del tuono e del fulmine, Tarkhun, a sua volta derivato da un antico dio-toro, già compagno della Grande Madre anatolica. E sappiamo della celebre Tomba dei Tori a Tarquinia, secondo alcuni appartenuta proprio ai Tarquini, nonché delle Terme Taurine, poco distanti dalla stessa cittadina. Nell’antica Asia Minore (Turchia) ritroviamo tutti quei caratteristici elementi che furono poi espressi dalla civiltà etrusca: il primato metallurgico, il culto di una grande dea della terra, l’importanza della donna in ambito sociale e religioso, una longeva tradizione di arte e architettura rupestre sviluppatasi nella regione anatolica, vulcanica e tufacea, geologicamente simile a quella tosco-laziale. A livello linguistico si è oggi accumulato un vasto repertorio di parole che dimostrano connessioni non superficiali tra antiche lingue anatoliche e lingua etrusca. A livello religioso le corrispondenze sono molte: la lettura del fegato di ovini (aruspicina), l’interpretazione dei fenomeni celesti (arte fulgurale) e il responso oracolare tratto dal volo degli uccelli (ornitomanzia) sono tradizioni documentate, in forme del tutto simili, sia in area ittita che mesopotamica. La guerra di Troia è solitamente situata nel XIII sec. a.C., data assai prossima a quella della “migrazione” tirrenica tramandata da Erotodo. In ambito etrusco è documentato un antichissimo culto del troiano Enea, lo dimostrano i numerosi reperti (75 vasi dipinti e altri oggetti) rinvenuti in Etruria e raffiguranti l’eroe troiano. Non lontano da Cartagine venne scoperto un insediamento etrusco del III sec. A.C. dove si rinvenne un cippo con un’iscrizione etrusca. La stele, di epoca tarda (I sec. a.C.) reca la dedica “agli dei Dardani”, cioè agli dei troiani, in quanto Troia era stata fondata da Dardano, re e primo istitutore dei Misteri della dea Cibele. Gli etruschi insediatesi in terra cartaginese che avevano inciso la stele, nonostante fossero passati più di mille anni dal tempo di Enea e di Troia, ancora celebravano il ricordo di quei loro progenitori &#8220;troiano-etruschi&#8221;.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_2005" class="wp-caption alignright" style="width: 203px;">
<dt class="wp-caption-dt"><em><em><a href="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/4.jpg"><img class="size-medium wp-image-2005" title="intervista-a-giovanni-feo4" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/4-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a></em></em></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Lemno. Santuario dei Cabiri, culto di Cibele</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.:. “Le rotte marittime utilizzate dai Tirreni erano da questi già conosciute? Dove avvenne il loro approdo sulle coste italiane? Cito ancora Erotodo: “…oltrepassati molti popoli giunsero al paese degli Umbri, ove costruirono città e abitano tuttora”. In Italia gli Umbri si erano diffusi in un’area che comprendeva anche l’odierna Toscana, quindi sarebbe plausibile identificare, come da tradizione, il luogo dello sbarco proprio sulle coste di questa regione. Ma vi è un’altra ipotesi suffragata da corposi indizi….”</em><br />
<strong>G.F.:</strong>”Non credo proprio che i Tirreni arrivati in Italia verso il XIII-XII secolo a.C. abbiano improvvisato il viaggio da Smirne all’Italia. Erano un popolo di esperti navigatori, famosi già nell’età del bronzo per le loro capacità marinare, conoscevano la “rotta dei metalli” ed erano in contatto con altri popoli del mare con i quali si alleavano e promuovevano scambi. Probabilmente, prima di insediarsi nella penisola, già avevano avviato alleanze con i nativi, fondando empori e approdi sicuri . Ultimamente è andata crescendo negli studiosi l’opinione che la prima tappa dove i Tirreni sostarono, prima di occupare il centro Italia, sia stata la Sardegna. Sono molti gli indizi a sostegno di tale tesi. Non solo, ma già in età antica era diffusa la notizia che sia i Sardi che gli Etruschi erano ambedue di ceppo “tirrenico”. Il nome TIRRENI è in relazione alla dea TURAN (la Grande Madre etrusca) e alle parole ‘Torre’ e ‘Tiranno’ (‘il signore della Torre’). Ciò è in rapporto alle acropoli etrusche costruite su alture (anatolico ‘THURA’); Tirreni furono anche i Sardi, costruttori delle ‘torri’ nuragiche. Esiodo (VIII a.C.) ha scritto che i Tirreni regnavano sulla Sardegna prima dell’età micenea. Strabone (V,2,7) conferma la presenza di Tirreni nell’isola. Un fatto certo è che in Sardegna la civiltà si sviluppò molto prima che sulle coste peninsulari. Servio (X, 172) racconta che un popolo proveniente dalla Corsica venne in Italia e fondò Populonia. Silio Italico (Punica, VIII, 472) chiama Populonia “gloria degli antichi Meoni” e sappiamo che la regione anatolica della Meonia fu poi la Lidia di età storica. Bronzi sardi sono stati rinvenuti numerosi nelle tombe di Populonia, Vetulonia, Vulci, Tarquinia, Cerveteri. “Navicelle” votive sarde del IX sec. a.C. furono ritrovate in Etruria e nel Lazio. Un fatto ancora poco è il ritrovamento di importanti necropoli etrusche lungo il fiume Tirso, che attraversa il centro-nord della Sardegna e sfocia nel golfo di Oristano, vicino all’importante porto di Tharros. Tirso ha la medesima etimologia di Tirreni, nome dato dai Greci agli Etruschi. I Tirreno-Etruschi sarebbero in un primo tempo sbarcati in Sardegna e, in un secondo tempo, avrebbero occupato l’isola mineraria dell’Elba, per poi sbarcare sulle coste della futura Populonia. Essendo i Tirreni esperti metallurgi è plausibile che si siano diretti ai ricchi giacimenti sardi, corsi, elbani, fino ad insediarsi nella ricca area metallifera di Populonia. Una singolare “coincidenza”: l’isola d’Elba fu anticamente Aithalia, la “fumosa”, esattamente lo stesso nome dato all’isola di Lemno, anch’essa ricca di metalli e ricordata per il fumo delle fonderie.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_2006" class="wp-caption alignleft" style="width: 203px;">
<dt class="wp-caption-dt"><em><em><a href="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/5.jpg"><img class="size-medium wp-image-2006" title="intervista-a-giovanni-feo5" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/5-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a></em></em></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Posa rituale. Candelabro del VI secolo</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.: Professore, colgo al volo l&#8217;occasione datami da questo suo ultimo inciso, per chiederle se il nome ITALIA derivi proprio dal termine &#8216;AITHALIA&#8217;.</em><br />
<strong>G.F.: </strong>Lo ritengo poco probabile, anche se a rigor di logica associare il nome dell’Italia all’epiteto “fumosa” può essere coerente perché nel continente europeo i vulcani attivi si trovano solo in Italia (e Islanda), né sono pochi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.: Nel suo libro &#8216;Prima degli Etruschi&#8217; si legge che l&#8217;eroe troiano Enea, sbarcato nel Lazio intorno al XII sec. a.C., venne accolto dagli etruschi come un &#8216;fratello&#8217; riconoscendo in lui la medesima stirpe orientale (anatolica). Questo fatto, riscontrabile anche nell&#8217;Eneide di Virgilio, non trova d&#8217;accordo molti storici moderni che mettono in evidenza una sostanziale incongruenza di natura temporale affermando, in sintesi, che la presenza etrusca nel centro Italia risalente al IX sec. non può assolutamente conciliarsi con la predetta epoca in cui avvenne l&#8217;approdo di Enea sulle coste laziali e il successivo incontro con i &#8216;fratelli&#8217; etruschi. Ma come giustamente ha avuto modo di evidenziare nella prima parte della precedente risposta, i Tirreno-Etruschi erano già presenti nel Centro-Italia, pionieri di un processo migratorio, avvenuto in epoche diverse, culminato con l&#8217;arrivo della casta sacerdotale detentrice di quegli elementi essenziali della civiltà etrusca (architettura sacra e lingua scritta) che furono la base di una successiva grandiosa fase storica.</em><br />
<strong>G.F.: </strong>L’incongruenza temporale tra l’arrivo di Enea in Italia nel XII secolo e la presenza degli Etruschi in Italia, nello stesso secolo, può essere spiegata attraverso vari modi: gli Etruschi, o proto- villanoviani, erano effettivamente già presenti in quell’epoca in Italia, anche se la confederazione dei 12 popoli trovò sviluppi e compimento a partire dal X-IX secolo a.C., in seguito a un secondo arrivo di Tirreno-Etruschi da Oriente. Questo secondo sbarco potrebbe coincidere con l’arrivo di un secondo ceppo tirrenico, di origini egeo-anatolico, mentre il primo, i proto-villanoviani, può aver avuto origini più marcatamente egeo-balcaniche. Comunque sia, come già rimarcato da vari studiosi dell’Eneide, sembra verosimile che Virgilio abbia volutamente adombrato le vere origini storiche di Roma, prediligendo l’epopea mitica, calata in un’atmosfera atemporale e favolosa, a scapito della cruda successione degli eventi storici. Virgilio apparteneva al collegio dei “maru” (in latino “Marone”), saggi e anziani il cui parere o la cui autorità erano preminenti nella società etrusca. Nativo dell’etrusca Mantua (Mantova), Virgilio si prodigò per non mettere chiaramente in primo piano l’apporto etrusco nella nascita di Roma, anteponendovi quello troiano, più accomodante per il nazionalismo di Augusto e dell’Urbe.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.: La fondazione di Roma è sicuramente tutt&#8217;ora una delle più controverse vicende legate alla storia etrusca. Due scuole di pensiero si contrappongono circa l&#8217;origine della Città Eterna: la prima, &#8216;tradizionalista&#8217;, sostiene che furono i Latini a fondare Roma, la seconda, &#8216;modernista&#8217; afferma che più popoli, tra cui anche i Latini, concorsero alla nascita della futura Caput Mundi, evidenziando, nel contempo, un maggiore influsso culturale etrusco. Professor Feo, il suo pensiero, in proposito, lo si potrebbe anticipare con questa frase tratta dal già citato &#8216;Prima degli Etruschi&#8217;: &#8220;La verità è che ambedue queste scuole si rifanno a presupposti validi, sempre che non si estremizzi in un senso o nell&#8217;altro&#8221;.</em><br />
<strong>G.F.: </strong>La nascita di Roma fu il frutto di alleanze dinastiche tra diverse etnie. Questo fu l&#8217;influsso creativo e vitale insito nella civiltà romana: la capacità di unificare e rendere universali<strong> </strong>i particolarismi e le differenze etniche e culturali. La prima fase di Roma antica è tradizionalmente associata a un &#8220;popolo del mare&#8221; gli Arcadi pelasgici del re Evandro e della dea (moglie o madre) Carmenta. Grazie all&#8217;Eneide di Virgilio, all&#8217;elenco dei re di Albalonga e alle cronache tradizionali sappiamo che la prima confederazione dei popoli che abitavano l&#8217;antico Lazio, risultò da alleanze tra Etruschi, Troiani, Latini, Sabini e probabilmente da genti villanoviane e pelasgiche. L&#8217;etnia che emerse in tempi storici (VIII a.C.), l&#8217;etrusco, è quella che dette nome alla città e che officiò il tradizionale rituale di fondazione, che comprendeva il responso tratto dall&#8217;osservazione del volo degli uccelli e il tracciato del solco primigenio, con due bovini bianchi aggiogati.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.: Da dove proviene il nome &#8220;Roma&#8221;?</em><br />
<strong>G.F.:</strong>Il nome &#8220;Roma&#8221; è presente in arcaiche iscrizioni etrusche e sembra sia in relazione al culto di una &#8220;dea-lupa&#8221;. Nella religione romana la dea Rumina potrebbe essere stata quella &#8220;lupa&#8221; venerata sul Palatino, a cui competeva la cura e il nutrimento degli infanti. E&#8217; evidente il nesso con la leggenda della Lupa e dei Gemelli. La casta di sacerdoti-lupo (Luperci, Hirpi Sorani) svolse un ruolo di primo piano nella storia religiosa e politica dell&#8217;antica Roma. Il culto dei dei-lupo ha origini antichissime, lo si trova in tutta Europa. Nel Lazio era condiviso da Etruschi, Sabini e Latini.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_2007" class="wp-caption alignright" style="width: 206px;">
<dt class="wp-caption-dt"><em><em><a href="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/6.jpg"><img class="size-medium wp-image-2007" title="intervista-a-giovanni-feo6" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/6-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" /></a></em></em></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Sacerdote in posa rituale, V sec. a.C. (Orvieto)</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C. “Nell’isola di Lemnos, già citata precedentemente, vennero  portate alla luce le vestigia di una civiltà molto affine a quella etrusca ma queste scoperte non ebbero il giusto clamore mediatico che sicuramente meritavano e meritano tutt’ora. Già lo storico greco Strabone sembrò indicarci la &#8216;giusta via&#8217; verso una &#8216;scomoda&#8217; realtà storica laddove nel suo &#8216;Geografia&#8217; si legge che &#8220;Anticleide (1) dice che questi (i Tirreni) furono i primi a stabilirsi nelle regioni intorno a Lemno ed Imbro (2)&#8221;. (V, 4)(1) Storico e antiquario greco vissuto nel III secolo a.C.(2) Imbro (Gökçeada in turco e Imbros in greco) è un&#8217;isola della Turchia. Situata nel Mar Egeo nei pressi dell&#8217;imbocco dello Stretto dei Dardanelli si trova nelle vicinanze delle isole greche di Lemno e Samotracia.<br />
</em><strong>G.F.:”</strong>Le importanti scoperte archeologiche effettuate nell’isola di Lemno dal prof. Luigi Beschi (Università di Firenze) riguardano migliaia di nuove iscrizioni in una scrittura definita proto-etrusca. Monumenti architettonici, mura e templi in stile “tirrenico” sono stati portati alla luce in tutta l’isola. Questa è forse la prova più concreta che effettivamente alla fine dell’età del bronzo si verificò quella che antichi cronisti chiamarono “la grande migrazione tirrenica”. Parte di quei Tirreni giunsero nel mar Tirreno, altri si insediarono a Lemno, nelle isole dell’Egeo e sulla costa anatolica. Lemno è un’isola speciale. A seguito della sua importanza fu considerata, assieme alla vicina Samotracia, tra i maggiori centri della primitiva religione pre-greca. A Lemno vennero iniziati al culto di Cibele gli Argonauti, cioè quei naviganti pelasgici che viaggiavano lungo la rotta dei metalli. Punto nevralgico della rotta era proprio il passaggio tra Lemno, Troia e i Dardanelli; da lì si accedeva al mar Nero e alle ricche miniere della Colchide. I templi “tirrenici” di Lemno (Myrina, Kabeirion, Efestia) sono situati in un territorio ricco di vene metallifere e di sorgenti calde e fredde. I pozzi sacri, i templi, le necropoli, i resti insediativi compongono uno scenario dove un tempo fu venerata la dea della terra Cibele. L’isola era anche la dimora del dio del fuoco sotterraneo e della metallurgia, Efesto, e nel culto misterico ebbero un ruolo centrale i Cabiri, sacerdoti chiamati anche Efestoi, “figli di Efesto”. Fu il re etrusco Tarquinio Prisco a far giungere in Etruria il culto cabirico, secondo il racconto fatto da Macrobio nei Saturnalia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C. L&#8217;evidente quasi totale somiglianza della scrittura lemnia con l&#8217;etrusco è senz&#8217;altro uno degli &#8216;indizi&#8217; più incontestabili circa la natura &#8216;tirrenica&#8217; della civiltà fiorita su quest&#8217;isola.</em><br />
<strong>G.F.</strong>La lingua delle iscrizioni lemnie si differenzia dall’estrusco per pochi dettagli; per esempio nel lemnio c’era la vocale ‘O’, mancante nell’etrusco. Ma, a parte questi particolari, la scrittura lemnia è di facile lettura per chiunque sappia leggere l’etrusco. Di iscrizioni ne sono state ritrovate oltre duemila, anche se spesso frammentarie, e gli scavi non sono ancora terminati. Ha dell’incredibile la storia di come in Italia le scoperte di Lemno siano state “rimosse” a livello accademico. Nel Museo Nazionale di Atene i reperti ritrovati a Lemno sono etichettati come “tirrenici”, lo stesso si può constatare nel Museo Archeologico di Lemno, a Myrina, ed è chiaramente spiegato nei pannelli che i Tirreni furono anticamente conosciuti come Etruschi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.: Professore, mi diceva che esistono monumenti etruschi concepiti e realizzati secondo significati e tecniche dei quali &#8220;gli esperti&#8221; non sospettano nemmeno l&#8217;esistenza. Il labirinto di Porsenna è uno di questi.</em><br />
<strong>G.F. </strong>Il labirinto di Porsenna si trova in località Poggio Gaiella, a pochi chilometri fuori Chiusi. Si tratta di una collina semiartificiale molto danneggiata e oggi in stato di abbandono. Vi si riconosce ancora l&#8217;originario impianto; un grande tumulo conico-piramidale al cui interno si snoda un complesso intreccio di stretti cunicoli. Per gli Etruschi il mondo sotterraneo era animato dal potere del buio e collegato a rituali di nascita, morte e rinascita. La casta sacerdotale e l&#8217;èlite dominante vi celebravano il culto in onore degli dèi e degli antenati. Il tumulo ospitò anche alcune tombe, ma solo in un secondo tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.: Il principale aspetto della civiltà etrusca è senz&#8217;altro l&#8217;importanza del “femminile”, aspetto nel quale si evidenzia l’estrema antichità di questo popolo che, assegnando alle donne un ruolo di primo piano, tramandava un modello “matriarcale” di origini neolitiche.</em><br />
<strong>G.F.</strong>: Per questa preminenza le donne etrusche non furono comprese da Greci e Romani che, per invidia o chiusura mentale, si prodigarono a coprirle di discredito, accusandole di amoralità e bassezze varie. Ma, in tali accuse, si rivela invece il ben noto atteggiamento di Greci e Romani verso ogni tipo di diversità, giudicata barbara, inferiore ed esecrabile. Un’emblematica figura storica è quella di Tanaquil, moglie del re Tarquinio Prisco, sacerdotessa iniziata alle arti oracolari: alla sua morte Tanaquil venne divinizzata e il suo culto, molto popolare in Roma, fu officiato sul colle Quirinale nel tempio di Ercole. L’arte di interpretare i fenomeni celesti è tradizionalmente associata nelle antiche civiltà a sacerdoti, a maschi. Nella società etrusca fu invece una ninfa e sibilla, Vecu (o Vegoe) a rivelare l’arte celeste, l’arte fulgurale, ad un sacerdote di Chiusi, Aruns Veltumnus.</p>
<div class="mceTemp" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_2008" class="wp-caption alignleft" style="width: 204px;">
<dt class="wp-caption-dt"><em><em><a href="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/7.jpg"><img class="size-medium wp-image-2008" title="intervista-a-giovanni-feo7" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/7-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a></em></em></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Sileno e Menade con nacchere</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.: L’importanza del principio femminile emerge anche nella religione etrusca, imperniata su antiche forme di culto della Terra, la madre terra. La principale celebrazione religiosa etrusca si svolgeva annualmente presso il Fanum Voltumnae che lei ha individuato sulle sponde del lago di Bolsena.</em><br />
<strong>G.F</strong>.: Il fanum era un territorio consacrato a Voltumna, nome latinizzato della grande dea etrusca delle acque e del fato.  Il culto comprendeva un tipo di approccio al territorio del tutto speciale, basato su quella che possiamo chiamare una vera “scienza” del territorio, da alcuni autori definita anche “geografia sacra” o “geomanzia”. Il territorio, corpo fisico e materiale della madre terra, veniva studiato nelle sue diverse caratteristiche e qualità, arrivando a determinare dove e come si manifestava il “sacro”, ovvero una speciale energia o influsso di natura divina, ritenuto sia creativo che distruttivo. In certi luoghi, per esempio grotte, sorgenti, alture, si riteneva che un potere sacro avesse dimora e che gli esseri umani, con appropriati riti, potessero entrarvi in contatto e trarne conoscenze e benefici. Riscoprire le regole di questa antica scienza sacra può essere oggi di estremo interesse e utilità, se consideriamo, per esempio, che in molti paesi orientali ancora sopravvive una tradizionale scienza del territorio: il Feng Schui (“scienza del vento e dell’acqua”), utilizzata per orientare sia i templi che gli edifici civili e, soprattutto, per favorire nei modi migliori la fluidità e lo scorrere dell’energia creatrice e primordiale (il ‘chi’ o ‘ki’).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C. E il tema del &#8216;femminile&#8217; mi dà lo spunto per una domanda, citando, a introduzione, la famosa Dama di Elche. Questa statua, raffigurante forse una sacerdotessa o una dea, è sicuramente il più famoso simbolo dell&#8217;antica civiltà iberica nella quale troviamo tracce di una cultura simile ad una &#8216;pelasgica&#8217; sviluppatasi, intorno al IV sec. a.C., in Sardegna e nella Creta minoica. Se consideriamo l&#8217;acclarata appartenenza dei Tirreni-Etruschi alla colazione dei &#8216;popoli del mare&#8217;, i &#8216;pelasgi&#8217; appunto, le predette tracce possono condurci ad ipotizzare influenze culturali etrusche nella Spagna pre-romana?</em><br />
<strong>G.F.: </strong>In età pre-romana non mancarono scambi e commerci tra l’Etruria e l’Iberia, in particolare con le coste mediterranee della Spagna e l’area delle Colonne d’Ercole dove era situato il più antico porto iberico, Tartesso. I monumenti preistorici e megalitici delle isole Baleari (Maiorca, Minorca) testimoniano dei contatti non superficiali tra Iberia e Tirrenide (Corsica, Sardegna, Etruria).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>O.C.:”A conclusione del nostro incontro, spostiamoci in Francia , precisamente a Glozel dove, nel 1924, un contadino del posto, certo Emile Fradin, scoprì casualmente numerosi antichi reperti su cui erano incisi segni di una sconosciuta scrittura. L’inevitabile susseguente diatriba circa l’autenticità o meno della scoperta, ancora attuale, coinvolse lo stesso Fradin accusato inizialmente di essere un falsario ma, in seguito, prosciolto da tale accusa. Tale assoluzione gli permise di aprire un piccolo museo locale dove potè esporre i reperti da lui rinvenuti. Tra i sostenitori dell’originalità dei ritrovamenti in questione, spicca lo studioso svizzero Hans Rudolf Hitz il quale recentemente ha acclarato l’appartenenza delle iscrizioni di Glozel ad un alfabeto di tipo etrusco, arrivando ad individuare, in una delle tavolette di terracotta, le parole “Nemu Chlausei” la cui traduzione è “nel bosco sacro di Glozel”. ‘Chlausei’ è simile all’etrusca ‘Cleusin’, ovvero Chiusi, e tale somiglianza etimologica non sembra davvero casuale…..”</em><br />
<strong>G.F.: </strong><em>”</em>Credo che il dr. Hitz abbia risolto, almeno in buona parte, il “mistero”delle iscrizioni di Glozel, definendole di tipo celtico-etrusche e traducendole in modo comprensibile e chiaro. Il suo lavoro merita attenzione. Resta da dire che esiste un numero di iscrizioni ancora non tradotte, anomale, diverse da quelle studiate da Hitz. E’ possibile che Chlausei-Glozel fosse un importante centro sacro per un lungo periodo di tempo, questo spiegherebbe il ritrovamento di iscrizioni di diverse epoche e provenienze. Il nome etrusco di Chiusi, Cleusin, è etimologicamente omologo a quello celtico di Glozel, Chlausei. Ma c’è un’altra corrispondenza: Chiusi fu un prestigioso centro religioso e culturale, in specie per l’arte fulgurale e la scrittura, e da lì venne portato l’alfabeto etrusco a Felsina (Bologna) e nel nord-Italia, appunto in area celtica. Anche Glozel fu un importante centro sacro, sede di un “nemeton” gallo-celtico, un bosco sacro nei cui templi vennero recati e deposti oggetti votivi con le celebri iscrizioni tanto discusse. E’ possibile che la scrittura etrusca sia giunta a Glozel portatavi in seguito a scambi tra sacerdoti etruschi e sacerdoti gallo-celtici; credo invece inverosimile, come qualcuno ha affermato, che la scrittura etrusca sia giunta a Glozel tramite “mercanti e scambi commerciali…..”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Giovanni FEO</strong>, scrittore e ricercatore, vive da circa trent’anni in Maremma dove ha svolto un’estesa ricerca sul campo, mirata ad una approfondita conoscenza del territorio etrusco e pre-etrusco. Nel 2005 ha scoperto e segnalato alla Soprintendenza l’osservatorio astronomico di Poggio Rota (GR), unico nel suo genere in Italia.<br />
Ha fondato l’Associazione Culturale Tages (Pitigliano) e <a href="http://www.tawantin.com/it/index.htm" target="_blank">l’Associazione Tawantin</a> con l’antropologo Juan Nunez del Prado.</p>


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		<title>I papi e il sesso: il ritorno di Eric Frattini</title>
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		<comments>http://www.terraincognitaweb.com/i-papi-e-il-sesso-il-ritorno-di-eric-frattini/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 16:43:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>
		<category><![CDATA[circolo octagonus]]></category>
		<category><![CDATA[eric frattini]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella sua tappa romana, durante il viaggio di presentazione del suo ultimo saggio “I papi e il sesso”, abbiamo avuto l’onore di incontrare nuovamente lo scrittore di successo spagnolo, amico di Terra Incognita.

di Andrea Somma e Alessandro Moriccioni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Nella sua tappa romana, durante il viaggio di presentazione del suo ultimo saggio “I papi e il sesso”, abbiamo avuto l’onore di incontrare nuovamente lo scrittore di successo spagnolo, amico di Terra Incognita.</em></p>
<p>di <strong>Andrea Somma</strong> e <strong>Alessandro Moriccioni</strong><span id="more-1982"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_1983" class="wp-caption alignleft" style="width: 177px"><img class="size-full wp-image-1983" title="papisessogrande" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/papisessogrande.jpg" alt="" width="167" height="250" /><p class="wp-caption-text">La copertina del libro</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il 2010 deve considerarsi un anno d’oro per <strong>Eric Frattini</strong>. Dopo gli straordinari successi de <strong><em>L’entità</em></strong> e <strong><em>Le spie del papa</em></strong>, il giornalista e scrittore spagnolo torna nelle librerie italiane con tre nuovi titoli. I primi due sono i romanzi <strong><em>Il quinto comandamento</em></strong><em> </em>(ed. Punto di Incontro) e <strong><em>Il labirinto d’acqua</em></strong><em> </em>(ed. Nord), nuovo genere in cui Eric si sta cimentando con grande successo, dopo aver scritto oltre 20 saggi tradotti in tutte le lingue. Il terzo libro, ultimo in ordine cronologico, è invece il nuovo capitolo delle sue ricerche sugli intrighi del Vaticano, dal titolo eloquente <strong><em>I papi e il sesso</em></strong>. Ne <em>L’entità</em>, primo libro sulle vicende papali, Frattini ci aveva svelato tutti i segreti riguardanti la Santa Alleanza, il servizio segreto vaticano, fondato da Pio V nel XVI secolo e che negli anni ha manovrato le vicende politiche, e non solo, del mondo. Nel secondo volume, <em>Le spie del Papa</em>, invece si era concentrato sulle venti figure più importanti appartenute al servizio segreto stesso. In questo terzo libro, edito come sempre da Ponte alle Grazie, invece vengono descritti tutti i papi della storia analizzandone i comportamenti sessuali. Ciò che ne viene fuori è un quadro quantomeno imbarazzante e stupefacente. Basandosi su scritti di storici e cronisti dell’epoca, Eric mette in risalto tutte le nefandezze compiute in terra dai successori di San Pietro.<br />
Nel corso del viaggio di promozione del suo libro, Frattini è naturalmente passato a Roma dove lo abbiamo incontrato in un albergo del centro.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ abbastanza scontato immaginare che i suoi libri abbiano da sempre subito aspre critiche da parte del Vaticano, soprattutto un libro duro come <em>I papi e il sesso</em>, ma è sorprendente apprendere come in realtà siano i suoi romanzi a subire le accuse maggiori. <em>“L’aspetto strano è che la Chiesa critica i miei romanzi piuttosto che i miei saggi. Forse posso anche spiegarvi il perché. Recentemente un vaticanista della Rai ha scritto una critica, molto puntuale ed educata, sui miei lavori, nella quale affermava che il problema riguardante scrittori come me, ossia a conoscenza di molte aspetti e vicende del Vaticano, è che avvolgono il racconto in un velo di fiction e quindi rischiano di confondere il lettore che non riconosce più la realtà dal romanzo. Il vaticanista ci accusava di giocare sporco con i lettori. Io ho risposto dicendo che quando un lettore entra in una libreria e si dirige verso il settore dei romanzi, sa che sta per comprare una fiction, se invece si dirige nel settore dei saggi, come nel caso de I papi e il sesso, sa che sta comprando qualcosa che riguarda la realtà. L’unico elemento da non dimenticare mai è che i lettori non sono stupidi”</em>.<br />
Questo equivoco probabilmente nasce principalmente a causa di un romanzo come il Codice da Vinci che ha mischiato verità e fantasia. <em>“Infatti il vaticanista si riferiva a Dan Brown e ad Eric Frattini, affermando che proprio Brown è stato l’iniziatore di questa polemica perché ha usato delle storie reali avvolgendole in un velo di fiction. Lo stesso avrei fatto io con il mio libro <strong>“Il labirinto di acqua”</strong>. Nel romanzo parlo del <strong>Vangelo di Giuda</strong>, che è un documento reale e descrivo perfettamente il modo in cui è stato restaurato, però parlo anche della lettera di Eliezer che invece ho inventato io. Un mio amico l’ha addirittura tradotta in aramaico-siriaco. Io affermo di averla inventata, ma la gente mi chiede se esiste veramente  e dove poterla leggere”</em>.<br />
Nel nostro precedente incontro, poco dopo l’uscita italiana del suo primo saggio, Frattini ci aveva confidato la sua intenzione di scrivere una serie di cinque libri sulle vicende vaticane, ma qualcosa è cambiato&#8230; <em>“C’era il progetto di scrivere un saggio sugli archivi segreti vaticani nel quale avrei parlato di alcuni documenti segreti, ad esempio quelli riguardanti il corridoio vaticano, attraverso il quale molti criminali di guerra venivano messi al sicuro, oppure sugli ordini religiosi, in particolare su quello dei francescani, che nei campi di concentramento croati trucidarono più di mille serbi. Questa doveva essere la storia del quarto saggio, però dopo I papi e il sesso ho deciso di smettere. Il saggio mi prosciuga, mentre appena finisco di scrivere un romanzo non vedo l’ora di mettermi al lavoro per scriverne un altro. Inoltre ho anche firmato un accordo con la casa editrice Espasa per scrivere cinque nuovi romanzi. Il primo uscirà in Spagna a settembre e sarà ambientato a Roma tra il 1944 e il 9 ottobre 1958,  giorno della morte di Pio XII. Il libro si intitolerà <strong>L’oro di Mefisto</strong>. Nel romanzo parlo di Padre Lienhart al quale Hitler affida l’incarico di dirigere l’organizzazione Odessa e proprio per questo la storia si apre il 10 agosto 1944 quando Martin Bormann, incontrò tutti i magnati per organizzare la fuga”</em>.<br />
<img class="alignright size-full wp-image-1984" title="eric_roma" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/eric_roma.jpg" alt="" width="351" height="164" />Prima di salutare Eric abbiamo potuto rivolgergli una domanda su un tema di grande attualità: lo sviluppo e la diffusione degli E-book reader con il conseguente rischio della pirateria dei libri elettronici. <em>“In effetti temo la pirateria. Il mio romanzo precedente si trova su internet e si può tranquillamente scaricare. Io stesso l’ho fatto per vedere se era possibile. Però è anche vero che 20 euro, in un momento di crisi come questo, non è poco per comprare un libro, quindi perché criticare chi non potendolo acquistare decide di scaricarlo? Sarebbe bello che, una volta scaricato e letto il romanzo, questa persona dicesse “che bello però, magari mi compro veramente un libro di Frattini”</em>.<br />
La diffusione dei libri elettronici potrebbe anche essere un incentivo per gli editori per stampare i libri in maniera più elegante magari con illustrazioni, una carta migliore&#8230; <em>“Il fatto è che bisognerebbe dare di più, questo è assolutamente vero. Però ad esempio la pagina web de Il labirinto d’acqua era bellissima. Ma il sito internet dedicato  a L’oro di Mefisto sarà ancora più bello. Conterrà ad esempio i piani e le cartine dell’ufficio del Reich. Si potrà vedere come era fatto l’ufficio del Fuhrer, con approfondimenti anche su tutti gli oggetti che vi si trovavano. Quindi selezionando un oggetto racconterò la sua storia. Sicuramente anche questo è un valore aggiunto. Il romanzo sarà presentato nel Nido dell’Aquila ma ancora non sappiamo quando uscirà in Italia”</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la foto di rito ed un abbraccio abbiamo salutato Eric, curiosi di leggere il suo nuovo romanzo, ambientato nella Città Eterna, ma certi che molto presto rivedremo il suo sorriso e la sua gentilezza qui a Roma ed il suo nome in bella evidenza nella sezione novità di tutte le librerie italiane.</p>


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		<title>La magia della musica</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jul 2010 16:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[massoneria]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[pitagora]]></category>

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		<description><![CDATA[Editoriale di Terra Incognita Magazine n.15

di Francesco Paniccia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Editoriale di Terra Incognita Magazine n.15</p>
<p>di <strong>Francesco Paniccia</strong><span id="more-1976"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<div id="attachment_1977" class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class="size-full wp-image-1977" title="pitagora" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/pitagora.jpg" alt="" width="230" height="270" /><p class="wp-caption-text">Pitagora raffigurato da Raffaello Sanzio nel quadro &quot;La Scuola d&#39;Atene&quot;</p></div>
<p style="text-align: justify;">Sin dall’antichità la musica ha rappresentato un’importante componente della vita sulla terra, accompagnando l’uomo nella propria evoluzione ed intrecciandosi fatalmente a percorsi religiosi ed iniziatici. Poco o nulla si sa circa i modi e i tempi della musica primitiva, ma interessanti sono i discorsi magici legati alla musica, in base ai quali questa sarebbe la matrice e l’espressione prima dell’Universo stesso. Il primo a parlare di musica in termini cosmologici fu <strong>Pitagora</strong>, attraverso la teoria dell&#8217;<em>Armonia delle Sfere</em>. Pitagora scoprì che in una scala musicale i suoni stanno tra di loro in un preciso rapporto matematico; essendo quindi la musica collegata alla matematica e la matematica collegata al <em>Cosmo</em>, conoscendo le leggi dei numeri e delle proporzioni matematiche nella musica, si potrebbe giungere all’essenza del <em>Tutto</em> e alla stessa musica dell’Universo. Possiamo quindi ipotizzare la musica dell’Universo come una lunga nota, costante ed immutabile, che regola tutto il <em>Creato</em>. Accordarsi musicalmente su quella nota, significherebbe essere in totale armonia con la Creazione. In tal senso risulta anche facile capire perché la maggior parte dei riti magici presentano un particolare e ripetuto cantilenare che nient’altro vuol essere che un tentativo di accordarsi alla primigenia nota del Cosmo. Quando l’apostolo Giovanni nel suo Vangelo parla di “Verbo” o “Logos”, che sarebbe stato all’origine del Tutto, non dobbiamo dimenticare che il significato preferito del termine, all’epoca, era proprio quello di “suono”. Anche in altre culture e filosofie antiche come quella “vedica”, ad esempio, la correlazione tra i suoni e il Creato è assai stretta. Proprio da tre suoni generatori avrebbero avuto origine il cielo, il mare e la terra. Secondo <strong>Platone</strong>, invece, le scale musicali greche erano in piena relazione con i pianeti e gli stati d’animo. Più avanti la musica avrebbe stabilito una vitale relazione anche con l’alchimia, che ha iniziato ad associare i vari strumenti musicali ai cinque elementi:  terra, acqua, aria, fuoco, etere (o quintessenza).<br />
La Massoneria intuì da subito il grande potere evocativo e mistico della musica e se ne servì al meglio per i propri riti iniziatici. Colui che più di tutti diede uno slancio all’utilizzo della musica come strumento di elevazione e progresso spirituale, fu il massone <strong>Wolfgang Amadeus Mozart</strong>, che per primo codificò un vero e proprio linguaggio simbolico-musicale che, in termini di armonia, melodia, formule ritmiche e metriche,  trova il suo pieno coronamento nell’opera “Il flauto magico” . Mozart fa della partitura di questo capolavoro un vero è proprio percorso iniziatico che dalla luce si inoltra nelle tenebre, per poi, purificato, ritornare definitivamente alla luce. Una sorta di procedimento alchemico di elevazione, paragonabile a quello che deve affrontare l’adepto per giungere ai più alti “gradi” del percorso massonico.<br />
Musicisti che vissero l’esperienza della composizione come un fatto mistico e iniziatico furono innumerevoli, da Mozart a <strong>Beethoven</strong>, da <strong>Mendelssohn</strong> a <strong>Wagner</strong>. Il compositore francese <strong>Claude Debussy</strong> si avvalse della formula matematica della sezione aurea, già ampiamente utilizzata in architettura,  per realizzare il celebre pezzo per pianoforte “<em><strong>La cathédrale engloutie”</strong></em>, dove il numero di battute e la loro distribuzione è esattamente costruito su tale proporzionalità. Il suo connazionale <strong>Erik Satie</strong>, musicista estroso e geniale, fu altrettanto affascinato dalla composizione in chiave esoterica, con un particolare interesse alla mistica “rosacrociana”.<br />
In conclusione possiamo affermare che la musica ha avuto, nei secoli,  una valenza assolutamente straordinaria nel viaggio interiore dell’Umanità.  Volendo citare il “Gran Maestro” <strong>Luigi Pruneti</strong> essa può definirsi come: “una delle espressioni più alte dell’animo umano, sinergia di creatività, percorso intellettuale, estro, tecnica, sensibilità. La musica è un’arte sciamanica e divina per la sua capacità di coinvolgere ed evocare, di conquistare lo spirito per condurlo lungo sentieri spesso inesplorati”.</p>


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		<title>Recensioni &#8211; n.6</title>
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		<comments>http://www.terraincognitaweb.com/recensioni-n-6/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 17:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[atlantide]]></category>
		<category><![CDATA[eric frattini]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni tomassini]]></category>
		<category><![CDATA[roberto volterri]]></category>

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		<description><![CDATA[Le recensioni di Terra Incognita, a cura della redazione
Volume 6

di Redazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le recensioni di Terra Incognita, a cura della redazione</p>
<p>Volume 6<span id="more-1959"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1960" title="colomboconfini" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/colomboconfini.jpg" alt="" width="175" height="245" />Ruggero Marino</em><br />
<strong>L’Uomo che Superò i Confini del Mondo</strong><br />
Sperling &amp; Kupfer, 432 pag.</p>
<p style="text-align: justify;">Se credete fermamente che l’America fu scoperta da un marinaio rozzo e illetterato vi sbagliate di grosso. Cristoforo Colombo era un colto inviato di Papa Innocenzo VIII, forse addirittura suo parente. Infatti, nonostante la <em>damnatio memoriae</em> subita ad opera degli intriganti sovrani spagnoli subito dopo la sua morte, la vera natura di Cristoforo Colombo riemerge intatta. Lo studio ormai ventennale dell’autore Ruggero Marino si discosta questa volta dai precedenti volumi nell’analisi accurata di tutti i viaggi compiuti dal grande navigatore nell’<em>Otro Mundo </em>descritto tra i tanti da Cosma Indicopleuste e forse Marco Polo. Un disegno ben diverso si delinea nell’orizzonte storico: quello di un uomo sorretto da un’elite forse legata ai Templari, ma di certo mossa da un Papa illuminato e cosmopolita, cancellato dalla storia per il suo sogno di pace universale. Un nuovo colpo inferto da Marino alla fiction finora sceneggiata dagli storici di Colombo e della sua epocale “Rotta per le Indie”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1961" title="archeologia_volterri" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/archeologia_volterri.jpg" alt="" width="172" height="248" />Roberto Volterri</em><em><br />
</em><strong>Archeologia dell’Impossibile</strong><br />
Edizioni Eremon, 164 pag.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla di “archeologia di frontiera” (o eretica) è naturale assumere un atteggiamento scettico e storcere il naso. Ma, ormai da una decina di anni almeno, questa è sempre più materia per giovani ricercatori che vivono dall’interno la stagnante certezza accademica delle università e desiderano cambiarla. Un professionista che certamente ha fatto da apripista in questo settore è Roberto Volterri. Apprezzato archeologo, cerca nuovamente col suo ultimo libro di indurci a vedere la storia antica sotto un aspetto nuovo. Avevano i nostri antenati una qualche sorta di tecnologia dalla loro parte? Come si spiegano alcuni passi biblici che sembrerebbero confermarlo? Cosa sono le pile di Baghdad e perché gli storici romani parlano di Lumi Eterni? Tanti gli argomenti trattati in questo libro che completa una trilogia assieme ad <em>Archeologia dell’Invisibile </em>e<em> Archeologia dell’Introvabile</em>.  Il tutto ovviamente condito in stile “volterriano” con interessanti approfondimenti ed esperimenti di <em>archeologia sperimentale</em> da cui sarebbe bene attingessero per i loro seminari molti cattedratici ben più blasonati.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1962" title="elemento e labirinto" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/elemento-e-labirinto.jpg" alt="" width="278" height="200" />Eric Frattini</em><em><br />
</em><strong>Il Quinto Comandamento </strong><strong>e Il Labirinto d’Acqua</strong><br />
Edizioni il Punto d’Incontro e Nord, 320 e 496 pag.<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Due case editrici, due romanzi, due storie (anche se consecutive) ma un solo autore. Eric Frattini torna a pubblicare in Italia dopo il successo dei saggi storici <em>L’Entità </em>e <em>Le Spie del Papa</em>. E lo fa in grande stile. La Roma del Papa si staglia sullo sfondo di un mosaico complicato fatto di omicidi perpetrati nei secoli per difendere un solo tesoro: la fede.  Si tratta di romanzi, è vero, ma sappiate che alcuni degli eventi descritti si ispirano a fatti realmente accaduti e che l’ombra del servizio segreto vaticano si è allungata davvero sulla storia mondiale per oltre cinquecento anni. Archeologia, sacralità e spionaggio si intrecciano in un crescendo che vi terrà col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Basti pensare che il primo volume lo abbiamo divorato in poche ore. Il terzo volume è attualmente in cantiere ma su questo, per ora da, noi non saprete davvero nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1963" title="tomassini" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/tomassini.jpg" alt="" width="172" height="245" />Giovanni Tomassini</em><em><br />
</em><strong>Gli Ultimi Custodi del Tesoro Templare</strong><strong><br />
</strong>Edizioni Atanor, 88 pag.</p>
<p style="text-align: justify;">Un nuovo libro sui Templari e sul loro tesoro? Non proprio. Un libro su un mistero che finora era solo leggenda. Che fine fece la colonna di carri fuggita da Parigi nel 1307 all’alba del fatidico giorno che segnò la fine degli orgogliosi monaci guerrieri? Perché si parla insistentemente di un villaggio umbro che nulla pare avere in comune con una simile diceria? E per quale motivo la famiglia Cybo cedette le sue proprietà per acquistare Ferentillo, uno sconosciuto paesino con una altrettanto sconosciuta chiesa colma di simboli massonici? Tomassini percorre le strade del mistero con fare diverso, senza proporre soluzioni ma evidenziando le numerose coincidenze e le stranezze architettoniche e artistiche di una chiesa che ospita un incredibile tesoro ecclesiastico pur essendo assolutamente anonima. E non senza ragione, qui nella valle dei Catari italiani, dove un monastero scompare dagli annali forse per aver dato asilo agli ultimi esuli templari colpevoli di aver sottratto un favoloso tesoro ad un ingordo re francese.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1964" title="atlantidi" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/atlantidi.jpg" alt="" width="172" height="249" />Diego Marin, Erik Schievenin, Luca Bertoncello, Ivan Minella, Stefania Marin</em><br />
<strong>Atlantidi</strong><br />
Edizioni Eremon</p>
<p style="text-align: justify;">Una chicca che abbiamo avuto l’onore di leggere in anteprima. <em>Atlantidi</em> è il risultato della ricerca condotta da un gruppo di giovani ricercatori uniti da un unico scopo: dimostrare scientificamente che le tesi di Hapgood e i miti sul Diluvio corrispondono a realtà. Riuniti sotto il nome di Gruppo Pangea, gli autori di questo brillantissimo saggio cercano di gettare coraggiosamente un ponte tra fede accademica ed eresia archeologica dimostrando, dati alla mano, quanto spesso si sia sbagliato ad etichettare come visionari coloro che cercavano semplicemente una spiegazione plausibile a ciò che ancora spiegato non è. Non parlano mai di semplici appassionati ma sempre di stimati scienziati, provando inequivocabilmente quanto la linea di pensiero sia cambiata per sempre anche in ambito universitario. Un tentativo che va elogiato e sostenuto soprattutto perché giunge da chi ha tutto da perdere e traccia appena adesso il suo cammino accademico. Se saranno questi i professori universitari e gli archeologi di domani, possiamo ben sperare che la storia dell’umanità sarà riesumata dalla tomba nella quale ancora giace con tutti i suoi segreti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-full wp-image-1965" title="romani america" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/romani-america.jpg" alt="" width="172" height="245" />Elio Cadelo</em><br />
<strong>Quando i Romani andavano in America</strong><br />
Palombi Editori, 288 pag.</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono molteplici indizi che inducono a ritenere la navigazione antica sottocosta un prodotto del pensiero moderno. In questo arguto saggio Cadelo affronta la spinosa questione dei viaggi oceanici precolombiani mostrando come i Romani fossero abili navigatori e quali corrispondenze letterarie ed archeologiche provino verosimilmente un loro approdo sulle coste americane. La presenza di mais, ananas o tabacco in Europa molto tempo prima del 1492 non lasciano spazio ai dubbi. Molto interessanti sono poi le spiegazioni fornite sulle tecniche adoperate dai navigatori antichi in mare aperto e sulle loro conoscenze astronomiche e geografiche. Un volume che è certamente un prezioso contributo allo studio della “Cartografia Impossibile” che ispirò Colombo e ossessionò Charles H. Hapgood in epoche diverse. Ma anche uno stimolante diversivo per evadere da molti pedanti volumi e semplici elenchi di nomi e date.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1973" title="auci" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/auci.jpg" alt="" width="166" height="320" /><em>Stefania Auci</em><br />
<strong>Hidden in the dark</strong><br />
0111 edizioni, 66 pag.</p>
<p style="text-align: justify;">“Hidden in the Dark”, è una raccolta narrativa, nonché <em>opera prima</em> della giovane e promettente scrittrice Stefania Auci.<br />
Il libro, edito nella collana “Rosso Cuore” della 0111 Edizioni, ha già riscosso significativi apprezzamenti di pubblico e di critica, collocandosi a pieno titolo nel “novero” delle migliori pubblicazioni “paranormal” degli ultimi tempi.<br />
La Auci descrive situazioni e sentimenti utilizzando un ricco campionario dinamico, uno stile scorrevole ed originale, e un tocco di calore italico assai singolare per il “genere” e pressoché introvabile nelle pagine dei suoi illustri colleghi anglosassoni.<br />
La psicologia dei personaggi è cesellata “al rasoio”, i caratteri femminili sono tratteggiati con passione e sensibilità e l’aderenza ai luoghi è sempre resa magistralmente.<br />
Ci sembra persino di respirare gli odori della narrazione; come pare che, leggendo, ci risuonino nelle orecchie suggestive melodie di Rachmaninov o Gershwin, compositori entrambi molto cari all’autrice.<br />
I racconti della raccolta sono 3 ed hanno un unico filo conduttore che fa capo ai due protagonisti maschili e a una precisa “location”, Moray Place (Scozia).<br />
I vampiri Samuel ed Oliver tessono le loro diaboliche trame in epoche differenti, nei vicoli di un’Edimburgo cangiante ed immota al contempo, ricca di inquietanti archetipi, osservatrice silenziosa di riti arcani e feroci.<br />
Carismatici e amorali, i personaggi vampirici della Auci si fanno portavoci d’un fascino perverso e dannato, in una dimensione spazio-temporale vaga, dove il confine tra il piacere e il dolore, tra la sensualità e l’orrore, sono altrettanto vaghi ed ineffabili.<br />
Insomma, 3 “dark stories” tutte da godere, in cui la “luce” è rappresentata dall’indiscutibile talento della giovane scrittrice trapanese. Tre gioielli narrativi che irrompono nella sensibilità del lettore, con l’incisività di un lampo. Tre punte di diamante che arrivano a scalfire i muri d’una letteratura “nostrana” ormai statica e priva di idee, castrata da scelte editoriali scriteriate e balorde, in cui pare non esistere più spazio per l’“ars narrandi”, ma solo per gli interessi e le logiche di mercato.<br />
In questo prezioso libricino, molto grazioso anche nella sua veste editoriale, di “arte del narrare” ce n’è davvero da vendere. Una vera “chicca” per gli appassionati del genere e per chiunque abbia a cuore la &#8220;buona&#8221; lettura.</p>


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		<title>Il tesoro scomparso di Caio Cestio</title>
		<link>http://www.terraincognitaweb.com/il-tesoro-scomparso-di-caio-cestio/</link>
		<comments>http://www.terraincognitaweb.com/il-tesoro-scomparso-di-caio-cestio/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 16:39:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[piramide cestia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.terraincognitaweb.com/?p=1936</guid>
		<description><![CDATA[Storia e segreti della bianca piramide: il sepolcro vuoto di un uomo dimenticato dalla storia

di Alessandro Moriccioni e Andrea Somma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Storia e segreti della bianca piramide: il sepolcro vuoto di un uomo dimenticato dalla storia</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Alessandro Moriccioni</strong> e <strong>Andrea Somma</strong><span id="more-1936"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1944" title="cestia" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia.jpg" alt="" width="279" height="210" />L’Egitto è sempre stato il paese delle piramidi per eccellenza. Tuttavia la maggior parte delle strutture aventi questa particolare forma non si trova nella Valle del Nilo, ma in Sudamerica. Esistono poi altri edifici similari in ogni parte del mondo. Dalla Cina alla Micronesia, dal Sudan al Giappone, dall’Inghilterra all’Italia.<br />
Nel nostro paese si ergono edifici cultuali aventi le caratteristiche delle ziggurat babilonesi in Sardegna, in Sicilia e in Lombardia. Non è ancora possibile effettuare un sicuro censimento di queste particolari opere architettoniche poiché o sono ancora parzialmente interrate o non sono riconoscibili. Ma il loro significato simbolico, universalmente riconosciuto, è ben presente nelle menti di tutti gli studiosi.<br />
Certamente sarebbe stato impensabile non riscontrare anche a Roma, che per un periodo ha dominato l’Egitto, la presenza di quel inafferrabile concetto posto dietro un simbolo tanto potente ed ammaliante come quello della piramide. Nel Rinascimento, infatti, e durante l’Illuminismo anche Roma, al pari di altre metropoli europee ed extraeuropee, divenne una  città dalla forte componente egizia che gli storici sono unanimi nel definire <em>egittomania</em>. </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una visita a Caio Cestio<br />
</strong><img class="alignright size-full wp-image-1946" title="cestia2" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia2.jpg" alt="" width="244" height="183" />Sotto la pioggia le meraviglie antiche della Città Eterna sembrano fondersi col cielo grigio e avorio dell’inverno in una mistura che esalta il prezioso marmo ecclesiastico dell’immensa cupola di San Pietro che scompare nella  bruma del pomeriggio surreale. Sorprendere i monumenti di questa Capitale magica e caotica nella loro intimità, come montagne spazzate dal vento o isole celate dalla nebbia, è un’esperienza indescrivibile. Un’emozione che svela e ugualmente occulta i molti volti enigmatici di questa foresta di pietra.<br />
<em>La città si sarebbe chiamata come il fondatore, conservando lo stesso nome di Roma, e ognuno dei suoi abitanti si sarebbe chiamato Romano<strong> </strong>(1).<br />
</em>E’ questo che Dionigi di Alicarnasso scrisse a proposito dell’origine del nome di Roma nelle sue note <em>Antichità Romane. </em>Ne parlò in un passo in cui narrava della tregua tra Romani e Sabini allorché Romolo e Tazio, rispettivamente sovrani dell’uno e dell’altro popolo, decisero di vivere in pace regnando entrambi di comune accordo.<br />
Leggemmo questo interessante riferimento nel libro del professor Andrea Carandini, <em>Roma, Il Primo Giorno,</em> mentre ci stavamo recando, appunto, a Roma. Avevamo fissato una prenotazione con la società speleologica <em>Roma Sotterranea</em> (il cui presidente Marco Placidi è un nostro buon amico) per una visita alla piramide di Caio Cestio nel Rione Testaccio.<br />
<em>Vorrei prendere per mano il lettore</em> scrive sempre il celebre archeologo Carandini, <em>farlo scendere per circa 13 metri nel sottosuolo di Roma – lì dove un tempo, su macerie e immondizie, crescevano gli abitati – e risalire per oltre 27 secoli alla ricerca del primo giorno della città: il 21 aprile di un anno intorno al 750 a.C.<br />
</em>L’introduzione di <em>Roma, Il Primo Giorno</em> è illuminante. Ci dà la completa visione di cosa sia lo studioso e di che linfa si nutra l’archeologo. Ma anche se potrebbero venirci in mente altri esempi come quelli narrati da Giovanni Battista Belzoni in <em>Viaggio e Scoperte in Egitto e in Nubia</em>,<em> </em>mentre disseppellisce il tempio di Abu Simbel, o riferiti da John Lloyd Stephens quando scopre la civiltà Maya, siamo comunque di fronte alla più eccitante delle avventure. Tornare all’origine della Città magica per eccellenza. La Città Eterna che fu <em>Caput Mundi</em> e che fu in seguito sede della Chiesa fondata, almeno idealmente, dal Cristo.<br />
Di questa stessa tempra è l’intero staff di <em>Roma Sotterranea</em>, fatto di professionisti che, come recita il motto della società, mettono al servizio la <em>speleologia per l’archeologia</em>. Per la nostra ricerca ci riferimmo a loro poiché, da qualche anno, stavamo raccogliendo informazioni sulla piramide e sul complesso funerario che la circonda e per dare una risposta alle domande che ci eravamo spesso posti.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-1947" title="cestia3" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia3.jpg" alt="" width="268" height="201" />Roma ebbe origine dal seme gettato nel 750 a.C. da un popolo misterioso della cui provenienza non conosciamo che leggende offuscate dallo scorrere dei tempi. Qualcuno ha voluto vedere nei fondatori Romani un prolungamento della popolazione etrusca che sembra abbia governato la città durante i suoi primordi. Ma gli stessi Etruschi, che giunsero in Italia con le migrazioni indoeuropee dopo la fase di <em>Optimum Climatico(2)</em>, erano in realtà <em>figli di nessuno</em> lasciati dagli storici romani, che li detestavano(3), alla mercé di una memoria storica troppo spesso “personalizzata”.<br />
E’ perfettamente comprensibile che nel Rinascimento, come accadde per l’Egitto, Roma acquisisse da questo suo mistero una dimensione esoterica e mistica dove la ricerca alchemica si fuse con la visione romantica di una città magica e indecifrabile, dove le antichità imperiali riecheggiavano uno splendore mai sopito.<br />
La fulgida daga romana, infatti, aveva conquistato e dominato i popoli saggi del Medioriente facendo confluire nella Città Eterna il sapere iniziatico da ogni dove. Dunque Roma fu un vero e proprio crocevia, una fonte ineguagliabile dalla quale abbeverarsi per riscoprire  l’<em>Arcana Sapienza</em>. Questo era il punto di vista di tutti quegli artisti e studiosi che, tra la seconda metà del ‘400 e la prima del ‘800, vennero a Roma con chiari fini esoterici. Lo stesso motivo che spinse la Massoneria, scomunicata dal papa, ad impadronirsi della città per farne la Capitale di un regno dichiaratamente massonico.<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La piramide misteriosa<br />
</strong><img class="alignright size-full wp-image-1948" title="cestia4" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia4.jpg" alt="" width="244" height="183" />Accedemmo all’area degli scavi, sotto una finissima pioggia, con la guida di Fabio Astolfi, laureando in archeologia, collaboratore e membro di Roma Sotterranea.<br />
La piramide è uno dei monumenti più caratteristici della città di Roma, ma sebbene ricordi le piramidi egizie è un monumento realizzato interamente “alla romana”. I materiali, le dimensioni e la struttura sono tipiche dell’edilizia romana. In effetti, in accordo con la tradizione, al centro della piramide non si trova che un’unica camera sepolcrale.<br />
La piramide di Caio Cestio è l’unica costruzione avente questa forma sopravvissuta sino al nostro tempo, ma non fu la sola opera piramidale realizzata a Roma nell’antichità. Nel 31 a.C. infatti, la flotta egizia fu sconfitta dai Romani. l’Egitto divenne così una provincia romana e di conseguenza sbarcarono in città anche nuovi influssi artistici, religiosi e culturali. La forma piramidale fu una delle prime ad arrivare seppure, essendo in un periodo di transizione tra l’età repubblicana e quella imperiale, ciò che era troppo diverso non era visto di buon occhio ma era considerato alieno. Infatti la piramide ebbe un breve successo, ne furono realizzate appena quattro, almeno per ciò che sappiamo, dopodichè questo modello fu definitivamente abbandonato.<br />
Tra le piramidi non più esistenti, di cui ci è giunta notizia, la più famosa è certamente quella conosciuta con il nome di Meta di Borgo raffigurata nel portale della Basilica di San Pietro, fuso da Filerete nel 1439, ed in un affresco situato nelle logge vaticane rappresentante la battaglia di ponte Milvio(4). Questo mausoleo piramidale si trovava proprio nel perimetro che oggi racchiude lo stato Vaticano ed era detta nel medioevo meta per la sua somiglianza con la struttura presente sulla spina dei circhi(5), che aveva appunto questa forma. Sembra che la Meta di Borgo avesse dimensioni leggermente più grandi di quelle della piramide di Caio Cestio, e fu demolita attorno al 1500 da Alessandro VI per motivi urbanistici e per il recupero dei materiali. Infatti anche questa struttura era completamente ricoperta da lastre di marmo che furono riciclate per la costruzione di altri edifici di epoca rinascimentale. La stessa cosa accadde pochi anni più tardi con i Fori, smantellati dal suo successore Giulio II per produrre montagne di calce(6).<br />
Nella mappa di Roma dipinta da Alessandro Strozzi nel 1474 è possibile scorgere entrambe le piramidi, quella di Borgo, allora ancora esistente, e quella di Caio Cestio. Nel tempo ovviamente queste due costruzioni saranno denominate in modo nettamente diverso, infatti diverranno rispettivamente Meta di Romolo e Meta di Remo. Nel medioevo era prassi comune attribuire i monumenti antichi a personaggi leggendari legati alla mitologia locale. Questo accadde anche alla piramide di Caio Cestio che, essendo inglobata tra le mura della città, poteva ricordare l’antica contesa tra Romolo e suo fratello Remo. Il primo uccise il secondo a causa dell’affronto apportato alla città che si stava fondando, scavalcando la linea che ne tracciava il perimetro(7). La leggenda dunque voleva che Romolo avesse costruito per suo fratello il sepolcro piramidale tra le mura a ricordare il pericolo corso dalla città per quell’azione sconsiderata e nefasta. Per lo stesso motivo non sappiamo a chi appartenesse la scomparsa Meta di Borgo, o Meta di Romolo, poiché non ci sono giunte testimonianze riguardo le epigrafi che certamente vi erano scolpite, eclissate dalle credenze popolari.<br />
Secondo storici ed archeologi, sembra che altre due piramidi fossero presenti nella zona di Piazza del Popolo, dove attualmente si trovano le due chiese gemelle dedicate alla Vergine. Queste due ulteriori piramidi s’innalzavano una di fronte all’altra, proprio come fanno oggi le due chiese che forse sorsero sopra i due precedenti siti equivocandone, ipotizziamo noi, la funzione. Forse, le due piramidi, furono viste come facenti parte del culto di Iside, molto diffuso a Roma in epoca imperiale e paleocristiana. Iside infatti è la divinità che farà da modello per l’iconografia mariana. Anche questi due edifici piramidali furono ovviamente smantellati nel medioevo.<br />
Ciò che permise, invece, alla piramide di Caio Cestio di sopravvivere sino ai nostri giorni furono le mura erette nel 275 d.C. Con la necessità crescente di una nuova e funzionale cinta muraria difensiva per la città di Roma, gli architetti si vedranno costretti ad inglobare al suo interno il sepolcro piramidale. Con la costruzione delle mura aureliane ebbe inizio il declino della città non più sicura entro i confini di un impero che andava velocemente disgregandosi. Con i 18 Km di mura realizzate, Roma si raggomitola su sé stessa rintanandosi come mai aveva fatto prima di allora. Moltissimi monumenti antichi finirono così per essere inglobati nelle mura come il celeberrimo Anfiteatro Castrense, Porta Maggiore, una parte dell’acquedotto cittadino e, ovviamente, anche la piramide di Caio Cestio. Tutto questo fu deciso con tutta probabilità per risparmiare tempo,  mezzi e materiali. S’intuisce come sbancare la piramide sarebbe stato troppo laborioso, mentre lasciarla oltre le mura avrebbe, in caso di assedio, fornito ai nemici un ottimo riparo, come ci spiegò anche Astolfi. Nel tempo si preferì non destabilizzarne la struttura, evitando di prelevare i preziosi marmi di copertura, per evitare cedimenti e pericolosi crolli della cinta muraria.<br />
La piramide, come è noto, si trovava inserita nel bivio che sorgeva all’altezza dell’importante snodo commerciale della Via Ostiense. Una parte è ancora percorribile, mentre quella che corre all’interno delle mura aureliane, proprio davanti all’entrata del sepolcro di Caio Cestio, termina contro il muro di rinforzo del soprastante cimitero acattolico. Ma nel 275 d.C., nonostante la perdita d’importanza, si accedeva  a questo troncone stradale, che conduceva al Foro Olitorio e a quello Boario, attraverso una <em>posterula</em> ovvero una piccola porta aperta sulle mura. Quella stessa porta che, seppur modificata completamente durante il riassetto urbanistico del 1920, oggi permette di accedere al sito archeologico. Fortunatamente il progetto di costruzione di un’arteria stradale, che doveva attraversare il cimitero acattolico passando proprio sotto la piramide, fu abbandonata e le mura sbancate ricostruite.<br />
Tornando alla piramide, si scopre che vi sono posizionati davanti, stranamente orientati verso i vertici dell’edificio, due basamenti per statue che oggi ospitano altrettante colonne rinvenute durante antichi scavi. Come spesso raffigurato da molti incisori nel passato, si pensa che ve ne fossero in tutto quattro. Una per ogni vertice.<br />
Il lato della piramide, come verificammo, è quasi perfettamente allineato col Nord magnetico sull’asse laterale. Ma la leggera discrepanza di un grado sarebbe perfettamente comprensibile se essa fosse invece orientata sul Nord geografico, leggermente sfasato rispetto a quello magnetico. Questo rituale dell’allineamento astronomico-geografico ricorda molto quello riscontrato nelle piramidi di Gyza, in Egitto. Il lato opposto a quello dove è situata l’entrata osserva la costellazione di Orione durante tutto l’inverno. Queste osservazioni, per quanto ne sappiamo, non sono mai state compiute prima(8). </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tante epigrafi nessuna memoria<br />
</strong><img class="alignleft size-full wp-image-1949" title="cestia5" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia5.jpg" alt="" width="220" height="165" />In un’incisione settecentesca raffigurante la piramide, è possibile ammirare le sue due facce principali; quelle libere dalla cinta muraria. Il lato sul quale si trova l’ingresso del mausoleo funebre era perfettamente allineato con il troncone stradale principale, che oggi tuttavia è caduto in disuso ed è quasi completamente scomparso.<br />
Le epigrafi presenti sulle due facciate principali sono identiche ed esplicitano l’appartenenza del sepolcro.<br />
Il testo in latino recita: </p>
<p style="text-align: center;">C.CESTIVS L.P. POB. EPVLO<br />
P.R.T.R.P.R.VILVIR EPVLONVM</p>
<p style="text-align: justify;">Il significato è chiaro: Caio Cestio figlio di Lucio (L.P. è da intendersi come L.F.) Pobilia Epulo. I cittadini romani avevano generalmente nomi composti di tre parti, il <em>praenomen </em>che corrispondeva al nome, il <em>nomen gentilicum </em>che indicava la famiglia di appartenenza ed il <em>cognomen</em> indice del tratto distintivo della persona. Per questo diciamo Caio Cestio Epulone. Pobilia, invece, indicava la tribù di Caio. Infatti, prima che Augusto dividesse la città in quattordici <em>regioni</em>, la divisione amministrativa era applicata agli abitanti dei quartieri, e non ai quartieri stessi, che appunto erano detti tribù o <em>tribus(9)</em>. E’ chiaro che il nostro concetto di tribù è diverso, lo abbiamo ereditato dalla visone classica di “clan”, o di famiglia, come le 12 tribù ebraiche(10).<br />
Tornando all’epigrafe scopriamo che egli era pretore, tribuno della plebe e settemviro epulone. Quest’ultima non era una carica politica, come ci si potrebbe aspettare, ma religiosa. Si trattava di un collegio formato da sette uomini, rappresentanti dei nobili, addetti ai banchetti sacri in onore delle divinità maggiori.<br />
Le altre iscrizioni presenti sui lati della tomba si riferiscono a restauri più o meno recenti.<br />
Il primo di questi  scavi, voluto da papa Alessandro VII nel 1663, corrisponde alla prima apertura del sepolcro in epoca moderna. Tuttavia nulla fu trovato nella tomba poiché, già in epoca medievale, tombaroli senza scrupoli ne avevano svuotato il possibile contenuto. Almeno così sembra.<br />
Secondo l’epigrafe scopriamo che la piramide fu terminata in tempi da record. Probabilmente Caio Cestio non vide mai la conclusione dei lavori, ma volle che fosse attestato che, alla presenza di testimoni, la costruzione aveva richiesto “solo” 330 giorni per essere ultimata. </p>
<p style="text-align: center;">OPVS ABSOLVTVM EX TESTAMENTO DIEBVS CCCXXX </p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-full wp-image-1950" title="cestia6" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia6.jpg" alt="" width="279" height="210" />I basamenti statuari, che oggi sorreggono le due colonne doriche, ci informano, attraverso le solite epigrafi, che suo fratello si chiamava Lucio Cestio, probabilmente lo stesso architetto che progettò il ponte Cestio dell’isola Tiberina. Viene poi nominato anche Agrippa, parente di Augusto, grande urbanista ed ammiraglio della flotta romana. Fu proprio lui a sconfiggere le navi egizie e a sottomettere la Terra dei Faraoni, da tempo assoggettata alla dinastia tolemaica. Caio Cestio, dunque, era fortemente legato all’alta società dell’antica Roma. Probabilmente svolse un compito di primo piano, di tipo amministrativo, in Egitto. Di lui, tuttavia, non resta altro che la sua tomba. Non abbiamo memoria alcuna di chi fosse e di cosa facesse. Perché un personaggio tanto importante e tanto ricco, visto il patrimonio speso per erigere il suo santuario funebre, non ha lasciato tracce?<br />
In più sappiamo che Caio Cestio fu costretto a vendere opere d’arte di grande valore e molto antiche. Infatti una legge definita <em>suntuaria</em> vietava di seppellire i morti con opere considerate di ingente valore artistico, per evitare che fossero sottratte al godimento del popolo. Con la vendita degli antichi arazzi orientali detti <em>attalica </em>o <em>attalicor</em>, egli fece scolpire due statue di bronzo che furono collocate sui già citati basamenti. Di queste statue non resta nulla, poiché i pochi frammenti rinvenuti sono spariti, come spesso accade, nei magazzini sotterranei dei Musei Capitolini.<br />
Una stranezza ingiustificata. Niente prove se non una tomba. Non sappiamo nemmeno che faccia avesse Caio Cestio. Persino il suo ritratto è stato asportato dai ladri. Questo aspetto ci ricordò moltissimo la vicenda di Tutankhamon e di alcuni faraoni egizi in generale. Spesso il sovrano successivo cancellava la memoria di quello precedente che semplicemente scompariva dalle pagine della storia. Soltanto con incredibile tenacia gli archeologi sono riusciti a fare luce rispolverando alcuni di quei nomi. Certo, Caio Cestio non era né un faraone, né un reggente di alcun tipo, ma non doveva essere un perfetto sconosciuto nella società romana. La fortuna spesa nella costruzione del mausoleo avrà fatto discutere all’epoca. Ma nemmeno la chiarezza dell’epigrafe lo ha risparmiato all’oblio. Se non sapessimo leggere il latino, ancora oggi saremmo convinti che quella tomba appartenga a Remo.<br />
Avvicinandosi all’entrata è possibile scorgere la breve galleria che conduce alla camera sepolcrale, unica sala presente nella piramide. Come si evince da un’attenta analisi della copertura, la piramide non è affatto costituita di blocchi, come le sue sorelle egizie, ma è coperta da una lastricatura in marmo di Carrara, materiale preziosissimo utilizzato in moltissimi dei monumenti dell’antica Roma. Questo stesso marmo scultoreo sarà utilizzato da Michelangelo per le sue opere.<br />
Le pietre tagliate e sagomate sulla stessa via Mormorata, importante scalo litico, provenivano via mare dalle antiche e rinomate cave di Carrara. Una volta giunte nel porto di Ostia si facevano risalire attraverso il Tevere sino in prossimità del luogo ove oggi la piramide sorge indisturbata.<br />
Una lastra “a scomparsa” sigillava l’accesso al sepolcro, interamente realizzato in calcestruzzo e solo ricoperto da quelli che sembrano blocchi di marmo. Un effetto davvero notevole che stupisce ancora oggi. Sul lato sinistro dell’entrata è presente un’ascia, o malimpeggio, un piccone dal manico corto, simbolo probabilmente dalla corporazione, come quelle dei muratori del medioevo, che realizzò l’opera. </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un tesoro scomparso o una tomba vuota?<br />
</strong><img class="alignleft size-full wp-image-1951" title="cestia7" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia7.jpg" alt="" width="307" height="230" />Come abbiamo già ricordato, Caio Cestio sarebbe scomparso dalla storia se non fosse stato ricordato nelle epigrafi da lui stesso volute. Perché?<br />
Quel giorno, mentre facevamo il nostro ingresso nella piramide ci facemmo spesso questa domanda.<br />
Stando alla legge suntuaria che come abbiamo detto costrinse Caio Cestio a vendere i suoi amati arazzi orientali, che data al 18 a.C., ed alla citazione del suo erede testamentario, il nobile Agrippa morto nel 12 a.C., risulta evidente che il mausoleo piramidale in questione sia da ascriversi a questo lasso di tempo.<br />
Il tesoro di Caio Cestio, ovvero tutto il corredo funebre che, su esempio degli antichi faraoni, egli avrebbe portato con sé, sparì, forse, durante il medioevo; quando una banda di ladri penetrò all’interno del sepolcro per razziarlo. Oggi gli archeologi possono solo immaginare il fasto del corredo che, pur non annoverando opere d’arte e d’antiquariato, doveva comprendere ori e suppellettili di ogni genere. Ma è davvero così?<br />
Stando alla struttura interna della sala sepolcrale, che tra poco descriveremo nel dettaglio, sembra di trovarsi in una antica tomba tarquinense. O meglio, dentro la classica tomba etrusca affrescata. Le suppellettili etrusche erano sì spesso fastose, ma preziose lo sono più per gli archeologi che le rinvengono, poiché si trattava perlopiù di vasi dipinti e brocche, l’equivalente del nostro <em>servizio buono</em>. Forse, crediamo noi, poteva trattarsi del corredo matrimoniale se pensiamo che molte delle tombe etrusche scoperte erano destinate a coppie sposate. Poi c’erano ovviamente le armi e le collane, le fibule e le granaglie offerte ai defunti dai parenti. Siamo certi che Caio Cestio abbia portato ori e argenti nella sua tomba? Perché, se così fosse, non ci è pervenuta notizia di questo fastoso e insolito corredo mortuario?<br />
Di Tutankhamon si favoleggiava come di altri e i tombaroli non ci mettevano molto a trovare le tombe dei sovrani che li avevano governati… Se si trattava di una fortuna, come spesso s’insinua, perché non ce n’è traccia nelle cronache?<br />
E’ vero che se si fosse trattato di semplici vasi, qualche coccio di infimo valore sarebbe rimasto a testimonianza, ma dobbiamo considerare che anche le tombe etrusche furono svuotate di tutto, ed ancora in tempi recenti si ha testimonianza di una vera opera di smaltimento dei rifiuti. Di quei reperti che si consideravano sacrificabili dai proprietari dei terreni sui quali le necropoli sorgevano(11). Tutto questo potrebbe essere ovviamente accaduto e non servono tesori per spingere qualcuno a <em>riutilizzare </em>un sito dopo averlo ripulito.<br />
All’interno della sala sepolcrale è possibile osservare il condotto scavato per raggiungerla. I tombaroli si calarono da questa apertura scolpendo addirittura in tutta tranquillità dei veri e propri gradini. Non devono essere certamente stati disturbati visto lo scempio sistematico operato all’interno della piramide. Inoltre, per giungere al preciso livello del pavimento, che oggi non esiste più in originale, dovevano aver fatto calcoli ben precisi capendo esattamente dove si trovava il basamento, allora completamente sepolto.<br />
<img class="alignright size-full wp-image-1952" title="cestia8" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia8.jpg" alt="" width="230" height="173" />Spesso i tombaroli erano gli stessi operai che realizzavano le tombe dei loro ricchi committenti. Erano strettamente sorvegliati ma la storia insegna che fatta la legge vien trovato l’inganno. Dunque il mercato di suppellettili e di mummie, credute, non solo nel medioevo, medicamentose,  fu sempre florido. Certamente lo era anche al tempo dei romani. Dunque nessuno toglie la possibilità che tentativi di saccheggio siano stati effettivamente operati già poco tempo dopo la costruzione del mausoleo cestio.  Forse, non sappiamo in quale periodo storico, furono dei costruttori o degli operai a svuotarla avendo le conoscenze tecniche per calcolare esattamente tutti i parametri e portare a compimento l’opera.<br />
Secondo gli archeologi, stando alle usanze del tempo, Caio Cestio dovrebbe essere stato cremato e posto all’interno di un’urna cineraria. Non sappiamo ovviamente se questo sia corretto poiché in epoca romana sono annoverate numerose opere di mummificazione, spesso realizzate da sacerdoti egizi provenienti dalla provincia appena conquistata. Vorremmo qui ricordare la splendida mummia bambina detta di <em>Grottarossa</em>, luogo del rinvenimento, che presenta uno tra i corredi più ricchi e splendidi che l’archeologia abbia mai riportato alla luce. Se su questa stessa base dobbiamo pensare alla sepoltura di Caio Cestio, allora il tesoro doveva essere magnifico. Ma come vedremo, i tombaroli non ne furono evidentemente soddisfatti continuando a scavare alla ricerca di un tesoro che davvero non c’era. Siamo certi che la tomba di Caio Cestio, non fosse completamente vuota come lo era la Grande Piramide in Egitto?<br />
Ad ogni modo, come già accennato, se Caio Cestio decise di farsi mummificare, il suo corpo non deve essere durato a lungo poiché, già nel medioevo, gli elementi costituenti le mummie, quali bendaggi, ossa o brandelli di epidermide essiccata, venivano usati correntemente nella costosa farmacopea di guaritori e medici senza scrupoli e preparazione. Sappiamo anche di mummie che, ancora in tempi recenti, seguivano sedicenti egittologi e ricercatori in tour organizzati nei teatri di tutto il mondo dove il pubblico seguiva le operazioni di sbendaggio. Famosa è rimasta un’esibizione di questo tipo nella quale il dotto professore asserì di aver scoperto dai geroglifici presenti sul sarcofago (che assolutamente non sapeva decifrare) che la sua mummia un tempo era stata una principessa. Destò chiaramente ilarità quando con grande disinvoltura togliendole le bende mise in luce un rinsecchito ma vistoso pene.<br />
Secondo gli archeologi, i tombaroli penetrando nella piramide portarono via tutte le suppellettili che costituivano il corredo funebre. Ma, stranamente, forse non trovando nulla e memori delle camere segrete interne alle piramidi egizie, che nel medioevo nessuno aveva comunque visto ma di cui forse si favoleggiava, tentarono di trovarne una in questa miniatura romana. Ma ad un certo punto dovettero desistere e restarono certamente delusi. Riuscirono soltanto a demolire i punti nei quali gli studiosi ipotizzano si trovassero le raffigurazioni del caro estinto. Magari tutto ingioiellato, tanto da indurre i ladri a cercarvi dietro la “cassaforte”. La cercarono in fondo alla sala ed anche sul soffitto dipinto con quattro figure alate o <em>nike</em>, dove si nota quanta perizia utilizzarono per puntellare la volta costruendo una sorta di ponteggio. Certo, se queste deduzioni, come sembra, fossero corrette non solo ebbero tutto il tempo che vollero per ispezionare la tomba, ma  fecero anche un lavoro del tutto inutile. Trovarono soltanto calcestruzzo e pietre. La moderna tecnologia ha poi accertato, con l’ausilio di uno strumento magnetico, che non esistono stanze segrete nella sfortunata tomba di Cestio. Altro che tesoro.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-1953" title="cestia9" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia9.jpg" alt="" width="293" height="220" />Forse, dunque, Caio Cestio era rappresentato vivo durante un banchetto in suo onore verso il quale muovevano quattro figure di sacerdotesse officianti in pose diverse(12). Questa scena, sempre se l’interpretazione è esatta, ricalca quelle visibili nelle tombe etrusche di Tarquinia dette a <em>capanna</em>. Queste raffigurazioni sono state spesso messe in relazione con l’arte pompeiana vero e proprio metro di paragone, addirittura diviso in stili e periodi, per gli studiosi del passato. Ancora oggi qualcuno utilizza questa paradossale datazione ma come giustamente osservò quel giorno la nostra guida, Fabio Astolfi, non è possibile continuare a datare un affresco prendendo come spunto una città provinciale che scomparve dal panorama storico nel 79 d.C.<br />
Tuttavia la stessa divisione geometrica dello spazio riscontrabile negli affreschi della piramide Cestia era una costante a  Pompei come a Roma. Quasi un’arte <em>minimal </em>chiaro escamotage atto a riempire, senza ostruire, ambienti piccoli o ipogei. Si usava anche nelle <em>domus</em> romane quasi come si trattasse di quadri appesi alle pareti, spesso erano dipinte vere e proprie porte false o paesaggi(13).<br />
Nel 2000 in occasione del Giubileo di Roma la piramide fu restaurata con fondi pubblici e restituita al suo antico splendore. Per l’ennesima volta fu quindi ribadita dagli archeologi l’ipotesi che la spaziosa entrata cunicolare che conduce alla camera sepolcrale, fosse stata realizzata di tali dimensioni per ospitare il passaggio di un corredo piuttosto voluminoso. Ma la tesi non convince affatto. Unica consolazione degli sfortunati tombaroli sembrano essere stati due elementi, forse in bronzo, prelevati ai lati dell’ingresso. Probabilmente si trattava di supporti per torce a fuoco, di cui sono visibili le macchie provocate dal fumo, rivenduti e riutilizzati chissà dove. A nostro avviso questa sarebbe la prova definitiva che non esistette nessun tesoro o corredo sfarzoso, considerato che i ladri “si attaccarono davvero a tutto”, come si suol dire. Perché mai avrebbero dovuto faticare ad estrarre e trasportare dei semplici supporti per la <em>luminaria</em> quando avrebbero razziato interamente <em>capre e cavoli </em>ben più preziosi? E, ammesso che il saccheggio sia stato contemporaneo in ogni sua parte, perché non ce ne è giunta notizia?<br />
La realtà è che Caio Cestio non scelse la forma piramidale per puro esotismo. Egli sapeva benissimo che correva il rischio di furto e profanazione della sua tomba, così come lo sapevano i faraoni che punivano con la morte quello che le maledizioni non riuscirono mai a tenere lontano. Certamente Cestio non agì con superficialità. Una tomba come la sua faceva notizia e gola, a Roma come ovunque nel mondo.<br />
Infine, la piramide fu sigillata e solo Caio Cestio vi fu deposto. Si pensa che fu lasciata una fiaccola ad ardere fino alla fine, per uccidere tutti i batteri presenti assieme all’ossigeno e consegnare l’eventuale mummia ad un riposo eterno ma non certo indisturbato. Certo, sempre che avesse deciso di restare intero anziché divenire cenere.<br />
C’è da dire che ad un riutilizzo della piramide effettivamente si pensò davvero. Esiste un disegno autografo del Borromini del XVII secolo nel quale il sepolcro di Caio Cestio è rappresentato a mo’ di chiesa cristiana. Le numerose visite in loco dei pellegrini, spinti più dalla curiosità che dalla fede, avevano convinto le autorità ecclesiastiche a riconvertire ad uso cultuale la struttura che spesso visitavano. Fortunatamente questo ulteriore scempio fu risparmiato al povero Caio che ormai da tempo non era più il padrone di casa.<br />
Dall’oscurità del corridoio che conduceva aldifuori della piramide comparve Marco Placidi, il presidente di Roma Sotterranea, con l’espressione tipica di chi ha molte volte incontrato la storia. Memori della visita presso l’enigmatico Emissario di Nemi, che si estende per circa un chilometro nella montagna, andammo a salutarlo con entusiasmo. Ne approfittammo anche per chiedergli d’inviarci una foto scattata in occasione della realizzazione di una puntata della trasmissione Rai <em>Ulisse</em> con Alberto Angela. Ci sorrise e cortesemente ci promise che l’avrebbe fatto. Sarebbe stata inserita, gli spiegammo noi, nell’articolo di Adriano Morabito, altro esponente dell’associazione, pubblicato sul nostro Magazine on-line e che appunto raccontava nei particolari quella splendida esperienza nei sotterranei di Roma. Lo ringraziammo e riprendemmo la nostra indagine scattando le ultime fotografie dell’interno della camera sepolcrale che, nel frattempo, si era svuotata degli altri visitatori e della guida.<br />
<img class="alignright size-full wp-image-1954" title="cestia10" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/cestia10.jpg" alt="" width="269" height="202" />Uscimmo dalla piramide con una serie di dubbi ma consci di aver realizzato una visita al più interessante e misterioso monumento archeologico di Roma.<br />
Fabio Astolfi fu sempre molto paziente sottoponendosi per tutto il pomeriggio alla tortura del nostro registratore, perennemente acceso sotto il suo naso. Ci fu permesso di sostare soli ed indisturbati nella piramide per scattare alcune delle foto riprodotte in questo articolo. Lo salutammo avviandoci verso la <em>posterula</em> che ci aveva dato accesso a quella meraviglia del passato.<br />
Tutte le incredibili incongruenze che abbiamo fino ad ora elencato sono solo alcune. Tutto l’intero complesso, che include il cimitero <em>acattolico</em>, presenta numerosi enigmi. Ma, per ora ed in attesa di ulteriori rilievi in loco, preferiamo soprassedere. Certo è che la bianca piramide romana non è stata affatto risparmiata dal tempo ma sopravvive, anche negli studi archeologici romani, come un relitto incomprensibile di un passato bistrattato e dimenticato, legato certamente ad un Rinascimento della Capitale in chiave esoterica. Ma questa è un’altra storia.<br />
La pioggia aveva smesso di cadere mentre ci trovavamo nella piramide ed ora che ne eravamo usciti l’aria umida sembrava entrarci nelle ossa. Ripensammo, mentre attendevamo il treno, alla fine che gli studiosi pensano abbia fatto la mummia di Caio Cestio e ci guardammo sorridendo. Chissà se qualcuno nel passato sminuzzò le sue ossa per guarire dai reumatismi…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note<br />
</strong><span>(1) In realtà il nome Romolo deriva da una radice etrusca. Andrea Carandini, <em>Roma, Il Primo Giorno</em>, Laterza.<br />
(2) Felice Vinci, <em>Omero nel Baltico</em>, Fratelli Palombi.<br />
(3) David H. Lawrence, <em>Itinerari Etruschi</em>, Newton &amp; Compton.<br />
(4) Massenzio, nascoste le insegne imperiali, che verranno rinvenute dagli archeologi secoli e secoli dopo, affrontò Costantino nella celebre battaglia, ma rimase ucciso. La vittoria, secondo la leggenda, sarebbe stata profetizzata al nuovo imperatore da un segno nel cielo dove egli avrebbe scorto una croce luminosa recante la frase “In Hoc Signo Vinces”.<br />
(5) Si trattava dell’elemento attorno al quale curvavano le bighe durante le corse nel circuito.<br />
(6) Alberto Angela, <em>Una Giornata nell’Antica Roma</em>, Mondadori.<br />
(7) Una connessione con l’antico Israele si può desumere dalla similitudine che scaturisce dal mito ebraico dove, come in quello Romano, anche Esaù fu esiliato dalla città fondata dal fratello secondogenito Giacobbe e morì attaccandola col proposito di conquistarla. Andrea Carandini, <em>Roma, Il Primo Giorno</em>, Laterza.<br />
(8) Gli unici rilevamenti di cui si abbia notizia sono quelli effettuati sulle misure della struttura che qui riportiamo: 29,50 m di base x 36,40 m di altezza.<br />
(9) Il territorio e gli abitanti della Roma primigenia erano divisi in tre parti dette appunto <em>tribus</em>. Andrea Carandini, <em>Roma, Il Primo Giorno</em>, Laterza.<br />
(10) Su questo aspetto non siamo propriamente d’accordo poiché le <em>tribus</em> che formavano la Roma primigenia ricordano molto da vicino l’antica suddivisione biblica.<br />
(11) David H. Lawrence, <em>Itinerari Etruschi</em>, Newton &amp; Compton.<br />
(12) Oggi tre delle teste delle sacerdotesse non esistono più e sono state misteriosamente asportate.  Inspiegabilmente le figure non furono staccate dalla parete per intero. In sequenza: la prima ancella è seduta davanti ad un vaso rituale e forse brucia degli incensi. La seconda figura porta olio in una brocca e cibo nel vassoio. La terza suona uno strumento a fiato detto tibia. La quarta legge una non meglio specificata pergamena. Forse quest’ultima completava il rituale leggendo  alcuni brani del <em>Libro dei Morti</em> egizio, anche se gli archeologi sono orientati nel dire che si potrebbe trattare del testamento del defunto o di preghiere in generale.<br />
(13) Alberto Angela, <em>Una Giornata nell’Antica Roma</em>, Mondadori.</span></p>


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		<title>Le fave di San Nicola</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jul 2010 16:24:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luoghi d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[san nicola]]></category>

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		<description><![CDATA[Un interessante approfondimento sul culto di San Nicola

di Nicoletta Travaglini]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un interessante approfondimento sul culto di San Nicola</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Nicoletta Travaglini<span id="more-1931"></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-1934" title="sanicola" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/07/sanicola.jpg" alt="" width="221" height="274" />Il culto di San Nicola è arrivato in Abruzzo attraverso il tratturo L’Aquila – Foggia. Egli è patrono di Pollutri, graziosa cittadina abruzzese sita non lontano da Vasto. Il suo territorio è attraversato dai fiumi Sinello e Osento, ed è ammantato da magnifici vigneti, uliveti e una volta anche da uno sterminato bosco, che parte viene riportata anche dalle mappe catastali risalenti all’Unità d’Italia. Di esso oggi rimane solo un piccolo pezzetto chiamato “Bosco di don Venanzio” e la “Quercia di San Nicola”, albero sacro dedicato al Santo Patrono di Pollutri.<br />
Si narra che questa immensa selva desse rifugio alle più diparte figure mitologiche e non, comprese fate, streghe, gnomi e naturalmente briganti che vi sotterrarono immensi e favolosi tesori!!<br />
Si racconta che un principe longobardo voleva fondare una città nel luogo dove avrebbe ritrovato il suo adorato puledro perduto e, a quanto pare, lo ritrovò nel posto in cui oggi sorge Pollutri, da qui forse l’etimo del nome. Secondo altri il suo nome deriva da un tempio dedicato a Polluce, altre fonti parlano di nome di derivazione greca che significa “ molta acqua”. Esso fu un possedimento dei Caldora, dei Capua ed infine dei D’Avalos.<br />
Come abbiamo detto la venerazione di San Nicola giunge a Pollutri attraverso il tratturo Magno o del Re, grazie anche a una reliquia consistente in una rappresentazione del braccio del Venerabile.<br />
La leggenda vuole che a Pollutri San Nicola durante una forte carestia che aveva investito questo paese, disponendo solo di poche fave, le moltiplicò all’infinito, riuscendo a sfamare tutti!!<br />
In ricordo di questo miracolo la prima domenica di maggio e il 6 dicembre si celebrano delle cerimonie che commemorano questo fatto prodigioso.<br />
Le donne e quelli del comitato delle feste, dopo la raccolta, attraverso la questua, del frumento con il quale si impasterà il pane di San Nicola, le piccole pagnotte verranno portate al forno dalle donne su lunghe tavole in equilibrio sulla loro testa.<br />
Il 6 dicembre, dopo la funzione religiosa, c’è la processione con il busto del santo; nel pomeriggio, il rintocco della campana della chiesa principale dedicata proprio al santo, il cui suono scongiura le tempeste, si accenderanno le pire sotto sette, o nove , grossi calderoni contenenti le fave e il paiolo che bollirà per primo farà vincere il suo proprietario. Una volta cotte le fave verranno distribuite insieme ai pani che portano l’effige del santo e che verranno consumati per devozione e tradizione, insieme al vino.<br />
Questo rito potrebbe essere un antico retaggio delle feste celebrate in onore del divinità celtica della fertilità Dagda. Secondo alcune leggende egli era il marito di Brigid o di una dea con tre nomi: Menzogna, Astuzia e Disgrazia. Egli possedeva un calderone prodigioso con il quale nutriva tutta la Terra non solo in senso materiale ma anche in quello spirituale e culturale, per questo era chiamato anche Signore del Grande Sapere. Il suo calderone, secondo alcune leggende, fu, poi, smembrato in 7 coppe più piccole.<br />
Come si è visto i calderoni sono sette, questo numero, però non è citato a caso poiché esso è … magico per antonomasia, in quanto risulta dall’unione del 3, che rappresenta la molteplicità, e del 4, che rappresenta la globalità. Questa cifra ha una rilevante importanza, perché è associata alla creazione divina del mondo; Dio, infatti, creò il mondo in sette giorni!! Esso è anche una dimensione spazio-temporale sacra per antonomasia.<br />
Il numero sette è associato ai pianeti, ai metalli, ai nani della famosa fiaba di Biancaneve, 47 erano le persone partite alla volta dell’ignoto per salvare le sacre spoglie di San Nicola; gli dei dell’antico Egitto erano divisi in gruppi di sette, gli unguenti sacri erano 7, i nodi magici usati per far passare il mal di capo erano sempre… 7, le anime di Ra erano sette etc.<br />
L’energia del Cosmo è costituita dalla dinamicità del triangolo e la fissità del quadrato, poiché la combinazione di queste due figure geometriche, riportano, sempre, al numero sette. Presso gli ebrei dire “sette volte sette” o l’elevazione a potenza di questa cifra indica un numero infinito di volte.<br />
Le fave simboleggiano, in alchimia, il sale minerale ed evocano lo zolfo rinchiuso negli elementi.<br />
Questo legume è usato presso alcuni popoli, come dolce tipico dell’Epifania, sostituito, a volte da un piccolo pesce, simbolo, presso le prime comunità cristiane, del divino.<br />
Esse sono il pasto per eccellenza della tradizione contadina, molto costumato durante i lavori nei campi e come buon auspicio per i matrimoni; in quanto rappresentano la prole maschile che verrà; in Italia, infatti, simboleggiano l’organo sessuale maschile.<br />
Gli antichi, usavano questo legume durante le cerimonie funebri, in quanto esse contenevano l’anima dei trapassati.<br />
Le fave appartengono a quei sortilegi definiti “protettori”, in quanto rappresentano la morte e la vita, intesa come prosperità. Durante i riti della Primavera, dedicati alla Magna Mater, esse sono il primo dono di questa divinità, nonché, la prima offerta dei morti ai vivi, oltre che il segno della loro rinascita attraverso la reincarnazione.<br />
In molti riti orfici e pitagorici, si evitava di mangiare fave perché equivaleva a nutrirsi della testa dei propri avi. Mangiare i defunti sottoforma di fave, era come entrare a far parte del ciclo della reincarnazione, nonché sottomettersi agli enormi poteri della materia.<br />
Durante i riti della Primavera, attraverso di esse che ci si metteva in contatto con il mondo invisibile, imperscrutabile, dell’oltretomba.<br />
Presso i greci questi legumi venivano sia mangiati che usati come palline per votare i magistrati.<br />
Nelle società rurali abruzzesi, le fave, erano molto diffuse, in quanto, rappresentava il primo e desiderato raccolto della nuova annata agricola, opportuno per superare l’esaurimento delle derrate alimentari dell’anno precedente e nell’attesa di quelle nuove che non erano ancora pronte. Questo periodo era chiamato la “Costa di Maggio” o di “Giugno”, particolarmente sentito nelle aree rurali di montagna.<br />
San Nicola è, inoltre, invocato a Pollutri, per far addormentare i bambini affinché, con il suo tocco lieve abbassi loro le palpebre permettendogli come Morfeo, divinità del mondo antico protettore dei sogni, che appariva sottoforma di persona conosciuta al dormiente, un dolce e tranquillo riposo!!<br />
L’etimo del nome Nicola deriva dall’unione di due parole greche “Nike” e “Laos”, cioè “Vincitore del Popolo”. Per gli antichi, infatti, la “Vittoria” era personifica dalla “Nike”. Questa divinità era l’immagine del potere invincibile di Zeus e di Pallade Atene, il più importante nume dopo il padre di tutti gli dei, Zeus. Atena era venerata anche con il nome di Atene Nike ed essa non era alata poiché, essendo l’alterego della divinità, non si poteva staccare da essa.<br />
Atena era, secondo la mitologia classica, la personificazione della Sapienza, dell’agilità, e della guerra. Essa era la regina del cielo ed una delle dodici divinità più importanti dell’Olimpo, nonché una delle tante facce della Grande Madre e del suo archetipo la Dea Bianca, cioè la Luna.<br />
Atena venne fuori dalla testa di Zeus, quando questi mangiò la sua prima moglie Meti, poiché era incinta.<br />
Il padre degli dei temeva, infatti, che il nascituro fosse superiore a lui e in qualche modo ne usurpasse il potere, e così appena dopo essersi nutrito della consorte, gli scoppiò un forte, mal di capo, allora, Efesto con una grossa ascia gli assestò un colpo, la testa del padre degli dei si aprì, e… come per incanto vi emerse una giovane donna bellissima vestita con una lucente armatura.<br />
Questa dea aveva dato agli uomini l’olivo e aveva inventato l’aratro e il suo uso; per questo motivo essa era venerata anche come protettrice dell’agricoltura.<br />
Per propiziarsi una buona semina e quindi un buon raccolto, ben due dei tre rituali sacri erano dedicati ad essa, come le feste in suo onore, le cosiddette Panatenee, che in principio erano semplici rituali della mietitura.<br />
La sua immagine iconografica è quella di una donna, nel vigore della giovinezza con uno scudo e una lancia. I suoi animali totemici erano: il gallo, la civetta, la cornacchia, e il serpente; la sua pianta sacra era l’olivo; presso i romani venne chiamata Minerva.<br />
Tra i suoi appellativi vi erano anche quello della già citata Nike come vittoria, per il suo tempio che dominava l’Acropoli.<br />
Con il passare del tempo la Nike, divenne il simbolo di eventi lieti, prosperi, vittoriosi, nonché di competizioni sportive ed avvenimenti musicali che coinvolgeva in generale il popolo.<br />
Presso i Sabini essa veniva chiamata Vacuna, che era anche protettrice dell’agricoltura e del desiderio carnale, inteso come piacere.<br />
Nell’aquilano presso uno dei ruderi di un tempio dedicato a questa divinità, che il sincretismo cristiano ha trasformato in Santa Maria della Neve, venivano celebrati, agli inizi di agosto, dei singolari riti propiziatori.<br />
Essi consistevano nel tracciare un solco con l’aratro, il più diritto possibile, e questo solco attraversava tutti i campi fino al sagrato della chiesa di Santa Maria della Neve. Il giorno successivo una mucca veniva fatta genuflettere sulla porta della chiesa, dopodiché un ragazzo scelto tra le migliori famiglie della zona le montava in groppa e si allontanava dal paese per tornarvi più tardi dopo che alcune persone avevano ammonticchiato dei covoni di grano. Egli dopo essersi seduto su di essi distribuiva delle ciambelle a tutti i partecipanti alle feste che culminavano con musica, canti e danze.<br />
I romani la chiamarono Dea Victoria ed era rappresentata, come la sua antesignana Nike, con le ali e un ramo di palma e una corona di alloro, ed era una divinità celeste minore.<br />
Già dal etimo del nome si evince che questo Santo, abbia a che fare con l’abbondanza e la prosperità e sia uno delle tante figure pagane che la “Trasmutazione” cristiana ha beatificato.<br />
Nicola pare sia nato a Patara in Turchia, o più in generale, in quella “regione” che durante l’Evo Medio era definita come “Saracinia” cioè terra dei Saraceni o Mori, comunque dei pagani. Egli nacque verso la fine del 200 d.C. da una famiglia cristiana agita.<br />
Tra le tante leggende che aleggino intorno a questa figura, si narra che appena nato, si sollevò, con le mani giunte, dal catino nel quale lo stavano lavando, ringraziando il Signore di essere nato; egli si nutriva solo i mercoledì e venerdì, giorni con particolari influssi negativi, secondo la tradizione popolare.<br />
Mercoledì, dal latino “dies mercuri”, cioè giorno di Mercurio, deriverebbe dal nome della divinità tedesca Odino, padre di tutti gli dei, marito di Frigga o Feya e padre di Thor. Nelle società contadine il mercoledì era considerato il giorno dedicato alla Madonna del Carmelo o del Carmine; infatti, per loro, questo giorno veniva chiamato semplicemente il “Carmine”.<br />
Venerdì dal latino “dies veneris”, cioè giorno di Venere, dea della bellezza nonché uno delle tante facce della Grande Dea Madre, divinità universale che si scindeva presso i vari popoli, religioni e società, in diversi numi come ad esempio la tedesca Freya , che per i popoli teutonici era la dea della fertilità, signora e padrona della giovinezza, della bellezza, dell’amore sia platonico che passionale e ovviamente di tutto ciò che era associato ad esso.<br />
Questa divinità bellissima, moglie di Odur, in alcune versioni del mito consorte di Od e in altre addirittura compagna del potente Odino, figlia di Njordhr , sorella di Freyr e madre di Hnossa, era una delle più potenti divinità dei Vani nonché figlia del protettore dei naviganti, veniva raffigurato come un guerriero selvaggio e crudele.<br />
Essa conosceva anche l’arte della divinazione che mise al servizio di Odino quando questi perse l’uso della vista; essa divenne, così, potente da indossare il mantello del destino, decretando la vita e la morte degli uomini, esigendo, inoltre, il tributo di metà dei guerrieri periti in battaglia. Il giorno consacratole era il venerdì da cui prende anche il nome, i suoi animali sacri erano i gatti , il falchi, le farfalle, il cuculo e cavalli.<br />
Con l’avvento del cristianesimo, si cercò di sradicare questo culto pagano demonizzandolo, e così il venerdì divenne un giorno infausto, i gatti alati che trainavano il suo cocchio si mutavano in streghe dopo sette anni e infine i cavalli neri divennero i messaggeri degli inferi. Inoltre questo già nefasto giorno divenne addirittura sfortunato per tutti i tipi di lavoro da quando il 13 ottobre 1307, che cadeva di venerdì, Filippo IV, detto il bello, emise un mandato di cattura contro tutti i templari che si trovavano sul suolo francese.<br />
Appena emesso l’ordine di cattura, alcuni templari presero il mare, dal porto de la Rochelle, e solo coloro che riuscirono a imbarcarsi nella confusione seguita agli arresti poté salvarsi, da allora in memori di questo massacro perpetrato ai danni di innocenti, questo giorno, ha preso una valenza malefica.<br />
Per tornare al personaggio storico, o perlomeno a quello che si sa di San Nicola, come persona realmente vissuta, si dice che egli presenziò, forse, con la carica di diacono, il concilio di Nicea, dove, tra le tante cose, si confermò la natura divina del Cristo, per poi recarsi a Roma, ove, per volere di Papa Silvestro, divenne vescovo di Myra in Lycia, provincia dell’Asia Minore, e grazie al suo apostolato che questa terra fu risparmiata dalle eresie.<br />
Rimasto orfano in giovane età, fu perseguitato e torturato per le sua ideologia religiosa, finché l’Editto di Costantino non pose fine alle persecuzioni Cristiane.<br />
Nicola di Patara morì intorno nel 350 a. C. a 82 anni; egli fu un forte, deciso, zelante cristiano che operò molti miracoli.<br />
Una delle sue prime biografie furono redatte nel 740 da Sant’Andrea di Creta. La venerazione del Beato, giunse in Occidente dopo che l’Imperatore bizantino Leone III l’Isaurico (680-741), proibì il culto delle sacre rappresentazioni, mettendo al bando tutto ciò che li riproduceva.<br />
Molti religiosi per perpetrare questa tradizione, fuggirono in Occidente portandosi dietro le loro usanze, compreso il culto di San Nicola.<br />
Le spoglie mortali di Nicola furono sepolte in una chiesa di Myra vicino Patara che fu sconsacrato e così si perse la memoria dell’edificio insieme a ciò che conteneva.<br />
Passarono i secoli e questa terra fu conquistata dai Selgiunchi, che nutrendo una profonda avversione per i cristiani, impedivano ai pellegrini di raggiungere la Terra Santa assalendoli e depredandoli. Probabilmente fu questo uno dei tanti motivi per cui si promossero le Crociate.<br />
Nel 1086 un vescovo ebbe un sogno premonitore nel quale il Santo di Bari gli imponeva di andare a recuperare le sue spogli mortali in Terra Saracinia. L’anno successivo tre caravelle con 47 baresi, tra i quali vi erano sacerdoti, mercanti, e soldati, partirono verso l’ignoto per recuperare i sacri resti del Vescovo di Myra.<br />
Questa chiesa, secondo la leggenda, era accudita da monaci, cosa al quanto improbabile, poiché essa era sconsacrata ed era in territorio pagano. Quando i baresi giunsero in questo luogo, prima dei veneziani, anche loro interessati alla sacre ossa, si trovarono di fronte un sarcofago bianco con dentro i resti del Santo immerso in un liquido trasparente, la cosiddetta manna, che inondava la stanza con un odore paradisiaco. Dopo aver preso le spoglie e averle posto in un barile, essi partirono alla volta di Bari. Durante il viaggio si scatenò una tremenda tempesta che fece temere più volte per l’incolumità dei marinai i quali furono salvati dal Santo che fece cessare la procella.<br />
Il 9 maggio del 1089 il corpo di Nicola giunge a Bari dove guarì circa 47 malati terminali; in quel anno si iniziò la costruzione di un tempio dedicato al Santo e nel frattempo le spoglie furono poste nella Cattedrale pugliese. Durante lo scavo delle fondamenta dell’edificio alcuni muratori furono coinvolti in un mortale incidente, ma la loro grande fede e l’ulteriore miracolo operato dal Santo, li salvò. Era il 1097 quando la nuova sede del corpo mortale di Nicola fu terminato, siccome mancava un pilastro esso arrivò fortunosamente, galleggiando per mare, dalla terra natale del Beato.<br />
In seguito alla riforma, i protestanti abolirono la festività in onore del Santo, anche se i coloni olandesi continuarono, a New Amsterdam, a venerarlo e quando questa città passò sotto il controllo inglese e fu ribattezzata con il nome di New York, il venerabile divenne Sinter Klaas: un misto tra l’iconografica classica del beato e il dio teutonico Thor e la su festa fu spostata al 25 dicembre. La festa del santo fu soppressa dalla chiesa nel 1969.<br />
Babbo Natale è l’emblema natalizio più amato dai bambini, perché dispensatore di doni. Egli arriva di notte su una slitta d’oro carica di doni trainata da delle renne che sfrecciano nel cielo buio della fredda notte di Natale. Esse si fermano sul tetto e, Babbo Natale, calandosi dal cammino, deposita i doni sotto l’abete natalizio.<br />
Ha una lunga barba bianca ed è corpulento, indossa un costume rosso, che inizialmente era verde, ma poi per ragioni d’immagine si è preferito il look attuale, ed ha un viso allegro e vivace.<br />
Vive in una casa in Lapponia o Finlandia e i suoi aiutanti sono gli gnomi e i folletti e tanti animaletti che collaborano nel trovare e incartare i regali che i bambini, e non solo, di tutto il mondo gli richiedono.<br />
L’immagini classica di questo personaggio tipicamente nordico, risponde più o meno a quella descritta poc’anzi; ma in realtà questa figura del “dispensatore di regali” è modellata sull’archetipo di San Nicola.<br />
Santa Claus è, infatti, la distorsione del nome San Nicola, che gli emigrati olandesi chiamavano “Sinte Niklaas” e gli anglosassoni trasformarono in “Santa Claus”, al quale, nel 1863, il disegnatore Thomas Nast, diede l’aspetto definitivo che abbiamo ancora oggi. Egli ha in comune con il Santo a cui si è ispirato solo, la barba bianca e il fatto di essere entrambi dispensatori di regali.<br />
Come si è affermato poc’anzi, i coloni olandesi trapiantati nel “Nuovo Mondo”, distorsero sia il nome di San Nicola che la sua immagine iconografica classica, facendone un misto fra un santo cristiano e il dio pagano Thor.<br />
Il dio Thor, il cui etimo significa “Tonante”, per i teutonici era una divinità celeste, figlio di Odino e la dea Terra, Jordh, nonché marito di Sif e signore dei tuoni e fulmini, oltre che della tempesta.<br />
Egli era signore e padrone di un regno chiamato Thrudvangnel quale sorgeva un enorme castello di oltre 500 camere, conosciuto come il “Castello del Fulmine”; egli si muoveva su un carro trainato da capre, che durante il Medioevo diventarono sinonimo del diavolo.<br />
Secondo la tradizione classica, infatti, le capre erano gli animali totemici di Era, consorte di Zeus. Questo animale era anche la personificazione della dea, che veniva, però, trafitto da lance durante le feste a lei dedicate, poiché esso aveva svelato a Zeus il nascondiglio di Era, quando questa cercava di sottrarsi alle ire del suo divin consorte.<br />
Zeus, invece, aveva trasformato, suo figlio Dionisio, nato da una relazione con Semele, in un capro nero per salvarlo dalle grinfie di sua moglie Era; per questo motivo gli adepti al culto di Dionisio, squartavano un capro selvatico per cibarsene.<br />
Molte divinità silvane venivano identificati con questo animale, quindi, diventa ovvio la loro demonizzazione da parte della cristianità, poiché essi rappresentavano un retaggio di antichi culti dedicati alla natura.<br />
Il simbolo che contraddistingue Thor, è il martello forgiato dal nano Sidri ed aveva la particolarità di tornare, a mo di boomerang, sempre nelle mani del suo padrone. Mentre il nano stava costruendo questo oggetto, venne infastidito da Locki, una divinità malefica e dispettosa che veniva chiamata anche “L’Ingannatore”, per la sua propensione a fare scherzi dannosi, che trasformatosi in mosca si divertiva a infastidire Sidri, che, a causa di questa interferenza, costruì il martello con il manico troppo corto!!<br />
Questa potente arma poteva uccide, ma poteva dare anche la vita, poiché questo nume, usava la sua arma per benedire le unioni di giovedì, giorno a lui dedicato; infatti giovedì in inglese si dice Thursday che non è altro che la corruzione delle parole Thor’s day, cioè il giorno di Thor.<br />
Egli possedeva una forza straordinaria che gli perveniva da una cinta magica, la quale gli raddoppiava il vigore. Il suo culto rimase vivo per tutto il medioevo, finché il re Olaf II lo sradicò anche con l’uso della forza, convertendo i suoi sudditi al cristianesimo.<br />
San Nicola rappresenta, come d’altronde Merlino, il punto di unione spirituale tra cristianesimo orientale ed occidentale; poiché il suo culto dall’Italia si espanso in altri paesi come: Gran Bretragna, Belgio, Olanda etc. anche la chiesa Ortodossa nutre un grande rispetto e devozione per lui che è anche il Patrono della Russia e della Grecia.<br />
Sono fiorite molte leggende sulla larghezza di mezzi di san Nicola e perciò si è ipotizzato che egli fosse il possessore del Santo Graal o che addirittura egli fosse il Graal stesso, poiché non conosciamo la reale forma del oggetto in questione tutte le ipotesi possono essere giuste.<br />
In alcune fiabe si narra che il Santo Graal fu donato a Nicola da Gesù stesso sottoforma di bambino e forse questa fu una delle ragioni per cui le sue spoglie mortali furono all’origine di dispute accese tra molti potenti, tra cui anche il Papa, che allestì una spedizione per ritrovarle in una misera chiesetta sconsacrata nella terra degli infedeli.<br />
Si racconta che tanti e tanti secoli fa in una delle tante città del mondo allora conosciuto, vivesse un nobile, che a causa di speculazioni sballate avesse perso tutti i suoi averi. Quest’uomo aveva anche tre figlie da marito, ma dato che non aveva niente non le poteva neanche maritare, e così queste erano destinate a diventare donne di malaffare. Questa famigliola, era, comunque, molto religiosa e pia e non passava giorno che essi non pregassero San Nicola. Il beato, commosso da tanta fedeltà nei suoi confronti, decise di intervenire e lo fece alla sua maniera: per due notti di seguito il Santo buttò delle monete d’oro attraverso la finestra della casa del pover’uomo; ma la terza sera Nicola, trovò le finestre sbarrate; così salito sul tetto lanciò le monete attraverso in cammino e queste finirono nelle calze delle giovani donne, appese lì ad asciugarsi. Così le ragazze poterono sposarsi e il Santo diventò protettore, anche delle fanciulle da marito.<br />
Se ammettiamo che il Santo di Bari e Pollutri aveva il Graal o Egli fosse il Graal, questo in che cosa consisteva e quali erano i suoi prodigi?<br />
La parola Graal,dal latino Gradalis, indica: una tazza, una coppa, una vasca, un calice, un catino e in generale una scodella ampia e piuttosto profonda. Questi oggetti non solo altro che una delle tante rappresentazioni fisiche del grembo fecondo della Magna Mater Terra, come dispensatrice di abbondanza.<br />
Esso è “la coppa della vita” dei Celti che Artù recuperò, secondo alcune varianti del mito, all’inferno.<br />
La tradizione cristiana parla di due contenitori divini: il calice dell’eucaristia e la Vergine, poiché nel suo grembo la divinità si manifesta nel piano fisico.<br />
In origine, secondo alcune versioni, il Graal, era la pietra, chiamata “Lapis exillis”, secondo altre versioni esso sarebbe “Lapis ex coeli”, pietra venuta dal cielo, secondo altri uno smeraldo, più preziosa e lucente del diadema di Lucifero, l’Angelo più bello del Creato. Esso cadde sulla Terra quando questi ingaggiò battaglia con gli Angeli e fu raccolto dagli uomini che lo usarono per fini non sempre nobili.<br />
Altre versioni sostengono che quando Seth, il figlio di Adamo ed Eva, cercò di salvare suo padre da una letale malattia, tornando nell’Eden, egli non trovò nessuna cura specifica per lui, ma una cura per tutti i mali del mondo, insieme a una promessa che Dio non avrebbe mai abbandonato il genere umano e pare che questo fosse il Graal.<br />
Esso è un oggetto “magico”che può far guarire le ferite, dare la vita eterna, sconfiggere la morte, dare ricchezza, abbondanza e potere, ma se usato in maniera errata, può avere conseguenze devastanti. Alcuni esoterici lo considerano il “Cuore di Gesù”; per altri è il cuore del pianeta Terra; Hitler lo considerava il potere assoluto; per altri ancora è un oggetto di origine aliena e come tale dotato di una forza primordiale e terribile!!!<br />
Questo sacro oggetto, comunque, smette di essere qualcosa di metafisico per entrare nella realtà percepibile, quando Giuseppe D’Arimatea, un ricco ebreo forse parente di Gesù, raccoglie il Sangue del Cristo proprio nella coppa che poi verrà definita Santo Graal.<br />
Dopo la crocifissione, il corpo di Gesù , fu dato in consegna a Giuseppe D’Arimtea e gli fu dato anche la coppa dell’Ultima Cena, con la quale il maestro celebrò questo rito. Secondo alcune versioni, sembra che Gesù avesse ricevuto questa coppa in Cornovaglia da un Druido convertito alla religione cristiana, molti hanno voluto vedere in questo sacerdote la figura del mago Merlino. Merlino, il cui nome significa “Sparviero”, era un grande stregone e incantatore. Pare che un certo Merlino, figura storica realmente esistita nel V sec. d. C., fosse al servizio di Ambrosio il Tiranno e Re Artù.<br />
Si narra, a proposito della nascita di Merlino, che Satana, non potendo fermare l’emorragia di anime che sfuggivano alla dannazione a causa dell’opera di conversione portata avanti dal Cristo, decise che doveva nascere un bimbo dannato, poiché frutto dell’unione di una vergine con il demonio. La donna che si scelse per questo tipo di operazione era molto pia e devota e aveva un confessore molto perspicace che, intuito i piani di Satana, non fece ammazzare la donna ma la fece rinchiudere in una torre altissima, dove dopo aver partorito, il bambino le venne tolto e battezzato con il nome di Merlino, il rito cristiano, quindi, vanificò i piani malefici del principe del male.<br />
Merlino, comunque possedeva degli enormi, strani e eccezionali poteri, che salvarono la madre dall’accusa di stregoneria.<br />
Egli divenne, in breve tempo uno dei più famosi e stimati maghi e questa sua fama giunse anche alla corte d’Inghilterra, dove il re Vortigern, cercava di costruire una immensa fortezza nella piana di Salisbury, per difendersi dai nemici a cui aveva usurpato il trono, ma… le mura veniva costruite di giorno e… per uno strano fenomeno queste crollavano di notte, e così il giorno dopo si doveva iniziare il lavoro da capo. Il re allora consultò gli astrologhi, maghi, stregoni e personalità simili, ma la soluzione tardava a venire, così si pensò di consultare un’ autorità come Merlino, il quale in breve tempo sciolse l’arcano, dicendo che sottoterra vi erano due draghi uno rosso e l’altro bianco e che combattevano tutte le notti distruggendo la fortezza. I due mitologici animali furono scoperti e il rosso fu ucciso, mentre il bianco scomparve nella foresta.<br />
Passarono anni da quella predizione e Merlino, dopo la caduta di Vortigern, per mano dei Britanni, aiutò questi ultimi contro Sassoni. Alla morte di uno dei due fratelli, re dei Britanni, egli eresse in sua memoria, Stonehenge. Merlino divenne fedele amico e servitore del re rimasto in vita. Quando Artù divenne re egli fu suo prezioso consigliere, gli forgiò l’armatura, plasmò lo specchio che mostrava tutto ciò che si voleva vedere, intarsiò una coppa, forse il graal, che mostrava la rettitudine di colui che vi bevevo, in caso contrario il liquido si rovesciava, etc…; questi sono solo alcuni dei prodigi compiuti dal potente mago, che secondo alcune leggende, fu reso inoffensivo da una delle sue innumerevoli amanti, Viviana, la Dama del Lago, che dopo avergli rubato tutte le arti magiche, fece un incantesimo che lo imprigionò in un cespuglio di biancospini, che la tradizione vuole che indichi un varco spazio temporale per accedere al mondo delle fate e del piccolo popolo.<br />
Secondo un&#8217;altra versione, pare che Merlino sia stato imprigionato da Viviana in una reggia sotterranea dove vive tuttora, ma nessuno lo può raggiungere perché non si conoscere la sua vera ubicazione.<br />
Un&#8217;altra leggenda narra, ancora a proposito della morte del mago, che dopo una battaglia divenne pazzo spezzò la spada e scomparso nella foresta, dove morì sulle rive di un fiume. Tornando alla crocifissione di Gesù, quando il cadavere fu dato al ricco ebreo, egli lo lavò, ma… mentre faceva questo dalle ferite uscì del sangue che Giuseppe raccolse nella coppa, quindi il Corpo fu avvolto in un sudario e fu messo nel sepolcro, ove dopo tre giorni Resuscitò.<br />
Dopo la Resurrezione Giuseppe fu imprigionate dai romani con l’accusa di sottrazione di cadavere e privato del cibo, fu lasciato languire in un umida cella, dove un giorno gli apparve Gesù risorto ammantato di luce che gli consegnò la coppa rivelandone, le sue virtù ; Giuseppe fu tenuto in vita grazie a una colomba che portava tutti i giorni un’ostia nella coppa.<br />
Era il 70 d. C. quando Giuseppe D’Arimatea fu scarcerato, insieme a sua sorella e a suo cognato Bros. Questi scelsero, per causa di forza maggiore, l’esilio e partirono su una nave che li portò oltreoceano , verso un’isola sconosciuta dove, perpetrarono le loro tradizioni.<br />
Qui costruirono una tavola come quella usata per l’Ultima Cena dove presero posto dodici commensali, mentre il tredicesimo fu lasciato vuoto, perché era quello che avrebbe dovuto essere occupato da Gesù o da Guida. Se questa sedia veniva inavvertitamente occupata essa eliminava all’istante il commensale, per questo esso ebbe il nome di “Seggio Periglioso” e la tavola fu chiamata “Prima Tavola del Graal”.<br />
Passarono alcuni anni in questa terra sconosciuta e Giuseppe sentì il bisogno e la voglia di andare via e durante uno dei suoi tanti pellegrinaggi per le vie del mondo, si fermò in Bretagna precisamente a Glastonbury, dove fondò la prima comunità cristiana che doveva soppiantare l’antica religione dei Druidi. Il primo tempio cristiano, qui fondato fu dedicato alla Madonna o, secondo alcune versioni a Maria Maddalena e in questo luogo che rimase il Graal che veniva utilizzato durante la funzione religiosa.<br />
Alla morte di Giuseppe il Graal fu custodito da suo cognato che grazie alla coppa riuscì a sfamare tutti i suoi seguaci. Dopo Bros il Graal passò nelle mani di un nuovo custode che conservò la sacra reliquia in un castello sulla Montagna della Salvezza di cui ignoriamo l’ubicazione.<br />
Nacque in quegli anni anche un ordine cavalleresco che, venne denominato come l’Ordine dei Cavalieri del Graal, con il compito di proteggere questa coppa; essi si nutrivano delle ostie che la reliquia dispensava e il loro capo e custode del divino recipiente ricopriva la carica di Re Sacerdote.<br />
Uno di questi custodi fu ferito, secondo alcune versioni, dalla lancia di Longino e divenne sterile come la terra nella quale era ubicato il castello che custodiva la divina coppa.<br />
Molti hanno visto un parallelo tra il Re Ferito, come venne denominato da allora in poi il custode del Graal, e la figura di San Rocco che in molte immagini viene raffigurato con una ferita alla gamba.<br />
Il Re Ferito trovava sollievo solo pescando e così fu definito anche come Re Pescatore ed egli sarebbe stato salvato da una domanda ben precisa fatta da un cavaliere puro di cuore; da qui che inizia la saga di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda.<br />
Secondo alcune versioni del mito, dopo che Giuseppe approdò sulle coste inglesi, consegnò l’oggetto nelle mani di un custode chiamato il “Ricco Pescatore” o “Re Pescatore”, in onore di Gesù che aveva compiuto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.<br />
Uno dei tanti custodi del Graal, pare sia il nonno di Prete Gianni, figura leggendaria il cui nome è legato alla leggenda della fonte dell’eterna giovinezza e di Eldorado, la città tutta d’oro!!<br />
Passarono anni e anni e a questi seguirono i secoli finché si perse la tradizione del custode del Graal, e con questi si smarrì anche la sacra coppa. Sulla Bretannia si abbatté una tremenda maledizione chiamata dai Celti “Wastland” cioè “La Terra Desolata”, uno stato di povertà, carestia e distruzione sia fisica che spirituale, provocata dal “Colpo Doloroso” scagliato da Balin il Selvaggio, con la lancia di Longino, nei genitali del Re Pescatore. Per neutralizzare questo stato di cose, era necessario trovare il Graal, come simbolo della purezza.<br />
Tornando alla lancia di Longino, essa è l’arma con cui il centurione romano trafisse il costato di Gesù crocifisso, pare che avesse, come il Graal, delle doti magiche molto forti, perciò fu custodita insieme ad altre reliquie come: ad una spada e al piatto che resse la testa di Giovanni Battista, all’interno del castello del Monte della Salvezza.<br />
Questi quattro oggetti magici hanno influenzato la nostra cultura italiano poiché sono riprodotti nei semi delle carte da gioco.<br />
Questa tradizione degli oggetti magici ha radici molto antiche e profonde presenti in culture millenarie come quelle asiatiche nelle quali si raccontano leggende secondo cui degli angeli sarebbero scesi dal cielo e si sarebbero stabiliti nel deserto dove avrebbero rivelato agli uomini la loro cultura superiore.<br />
Prima di scomparire per sempre essi avrebbero lasciato agli uomini quattro potentissimi talismani in grado di conferire poteri simili agli dei: una pietra, una spada, un calderone e una lancia. Questi oggetti sono presenti in quasi tutte le tradizioni. La pietra, ad esempio, potrebbe essere quella nera della Ka’ba, la spada potrebbe essere quella nella roccia, la coppa il Graal e la lancia forse quella di Longino.<br />
Come si è detto per sconfiggere il “Wastland” abbisogna trovare il Graal, ma che fine fece quest’oggetto dopo la morte di Gesù?<br />
Per avere una risposta bisogna seguire la strada che fece la coppa nella sua millenaria storia.<br />
Alla morte di Erode, Israele, fu divisa in un mosaico di staterelli, che solo nel 6 d. C. divennero Provincia romana, con tutti gli onori e oneri che ciò comportava.<br />
Gli ebrei insofferenti all’allora stato di cose, insorsero, dapprima con piccole sommosse culminati, poi, in vere e proprie rivolte. Mentre la Galilea bruciava, Roma, inviò un poderoso esercito per domare questi fuochi atti a spezzare il giogo degli invasori; paese dopo paese, città dopo città la zona settentrionale della Galilea si arrese e l’esercito giunse fino alle mura di Gerusalemme dove, forse corrotto dagli insorti, esso si fermò. Nonostante queste vittorie, gli ebrei continuarono a lottare e così nel 66 d. C. il generale Vespasiano, futuro imperatore, fu incaricato di riportare la pace nella provincia.<br />
Era il 68 d. C. quando le truppe del futuro imperatore si fermarono, a causa della morte di Nerone, tornando a Roma. Nei diciotto mesi di tregua, gli ebrei non riuscirono a riorganizzare una resistenza duratura e così mentre Vespasiano fu incoronato imperatore suo figlio Tito partiva alla volta di Gerusalemme per riconquistarla.<br />
L’assedio fu lungo e sanguinoso ma alla fine i romani ebbero ragione degli assediati e così entrarono trionfalmente in città dove si abbandonarono a ogni genere di violenza. Molti furono crocifissi sulle mura della città, le strade pullulavano di cadaveri appesi alle croci. Gerusalemme era un immenso pantano di sangue, dove si camminava immersi nel sangue fino alle ginocchia; il tempio fu profanato, derubato bruciato e infine raso al suolo, sulla cui terra fu buttato il sale.<br />
Alcuni gruppi di persone appartenenti alla casta degli Zeloti si arroccarono nell’antica fortezza di Masada, essi resistettero per lungo tempo, finché, come narra una leggenda, una ragazza si innamorò di un soldato; essa, per amore, rivelò all’uomo dove erano i pozzi che alimentavano la città, i romani, allora, chiusero i pozzi e gli assediati furono costretti a arrendersi, ma per non subire l’onta della sconfitta si uccisero tutti. I romani penetrarono nella cittadella e trovarono solo tanti cadaveri sparsi per la città.<br />
Dopo aver domato la rivolta Tito fece erigere delle mura intorno al monte Golgotha e vi mise della terra intorno, quindi, lo fece spianare fino a trasformarlo in un pianoro, che conteneva al suo interno il Sepolcro con le spoglie mortali del Cristo. Non contento di ciò proibì il culto del cristianesimo e gli ebrei furono costretti a disperdersi per i quattro angoli del mondo.<br />
Furono anni difficile per i cristiani e le loro tradizioni, queste infatti, furono affidate a sette segrete con a capo un vescovo di nome Marco.<br />
Con l’avvento di Costantino sul trono, le cose cambiarono radicalmente; i cristiani uscirono dalla clandestinità e quando nel 314 divenne signore anche delle terre d’oriente, lui e sua madre Elena, rimasero affascinate dalle leggende che aleggiavano intorno al Santo Sepolcro. Così in breve tempo si iniziarono gli scavi per riportare alla luce questi tesori; si narra, che durante questi lavori, Elena avesse trovato un oggetto, forse una coppa, dove si raccolse il Sangue di Gesù.<br />
A questo punto la storia del Graal si fa sempre più confusa e lacunosa; secondo alcune fonti esso finì in Bretannia, dopo che Roma fu depredata dai Visigoti nel 400 d. C. e pare che questa reliquia giaccia in fondo a un pozzo a pochi passi dalla presunta tomba di un nobile cavaliere, forse re Artù.<br />
Altre testimonianza parlano di un imperatore bizantino che nel I secolo d. C., dopo aver sottratto ai persiani alcune reliquie, forse anche il Santo Calice, esse siano state portate a Costantinopoli.<br />
Alcune leggende affermano che a Costantinopoli vi fossero confluite tantissime reliquie sacre tra cui la Sindone, i Chiodi con cui Gesù fu crocifisso, alcune spine della Corona, di cui una oggi è a Vasto e naturalmente il Graal, che pare contenesse la Sindone medesima.<br />
Sembra che questi due oggetti abbiano seguito lo stesso cammino, ma queste sono solo supposizione; comunque il Santo Sudario, nel 1204, durante il sacco di Costantinopoli, da parte dei Templari, era qui e fu portata poi a Lirey in Francia da qui a Torino.<br />
Alcuni affermano che la Coppa si troverebbe sepolta al centro della chiesa piemontese della “Gran Madre”; altre tesi sostengono che essa si trovi in una chiesa francese del paesino di Rennes Le Chateau; alcuni affermano che esso si trovi a Castel del Monte se non addirittura che questo edificio sia il Graal stesso; altre leggende dicono che il Graal si troverebbe a Lanciano; altri sostengono che la coppa magica si trovi a Bari in un posto indicato da una stilizzazione sul portale della chiesa di San Nicola, che per molti è egli il Graal medesimo, perché emana la “manna” che nutre e guarisce da ogni malattia.<br />
Riassumendo siamo partiti dal concetto della sovrapposizione di Babbo Natale a San Nicola, che è detto anche il Santo dell’abbondanza, perché probabilmente possedeva una coppa magica, cioè il Graal, l’oggetto più amato, desiderato, agognato e cercato di tutta la storia dell’umanità!!<br />
Per questo le spoglie di San Nicola furono alacremente cercate e trovate da alcuni emissari del Papa, che sperava di trovare qualcosa di più che un mucchio di ossa!!<br />
Comunque sia esse vennero portate a Bari dove riposano ancora e quando i popoli che vivevano negli Abruzzi, vennero a contatto con quelli delle Puglie, attraverso la millenaria pratica della transumanza, iniziarono a venerare questo Santo.<br />
A un certo punto le strade del Graal, di San Nicola e Babbo Natale, sembrano incrociarsi e sovrapporsi fino a quando di questa misteriosa e sacra coppa non si persero le tracce, del Santo di Bari e Pollutri non si ritrovarono le spoglie e di Babbo Natale non si fece un business!!!<br />
Ovviamente siamo nel campo delle leggende e a tutt’oggi è difficile dire dove finisce la storia e si entra nel mito, comunque la ricerca del Graal è un capitolo ancora aperto che forse non si chiuderà mai se non con l’estinzione dell’umanità, poiché esso può rappresentare l’eterna ricerca che l’uomo fin dagli albori della storia porta avanti, per trovare delle risposte ai molti quesiti che la vita e la storia gli pone davanti.</p>


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		<title>La spiritualità del curato d&#8217;Ars</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 21:40:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[curato d'ars]]></category>

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		<description><![CDATA[La vita di Giovanni Maria Vianney, meglio noto  come il curato d'Ars, proclamato santo da Pio XI nel 1925 e dichiarato protettore dei parroci

di Fabio Mancini]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>La vita di Giovanni Maria Vianney, meglio noto  come il curato d&#8217;Ars, proclamato santo da Pio XI nel 1925 e dichiarato protettore dei parroci</em></p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Fabio Mancini</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1922"></span><img class="alignleft size-full wp-image-1923" title="Johnvianney" src="http://www.terraincognitaweb.com/wp-content/uploads/2010/06/Johnvianney.jpg" alt="" width="142" height="209" />Chissà quanti si sono chiesti cosa distingue la vita di un uomo, da quella di  un santo. La risposte potrebbero essere le più diversificate, ma spesso si  immagina la vita di un santo come quella di un super eroe, dotato di super  poteri. Eppure con tutta la nostra migliore fantasia, la santità è cosa  assai diversa rispetto all&#8217;eroismo creato e celebrato dagli uomini. Se poi,  parliamo di don Giovanni Maria Vianney, per tutti il curato d&#8217;Ars, ci  accorgiamo che egli è stato più un uomo con molti limiti, piuttosto che un  eroe senza colpa e senza macchia. Stando così le cose, sembrerebbe che  esista una santità attribuita anche alle persone poco brillanti.<br />
Ma perché  proclamare santo il curato d&#8217;Ars e dichiararlo patrono di tutti i parroci del  mondo, se questi era un sacerdote con scarse risorse intellettive,  possedeva pochissima memoria, ignorava la grammatica latina e le  sue  catechesi erano copiate dalla predicabilia? Quali qualità aveva il  curato d&#8217;Ars perché la Chiesa lo proclamasse santo? Cerchiamo di capire le  motivazioni. Giovanni Maria Vianney a 19 anni inizia il cammino di formazione  per diventare prete, opponendosi per due anni alla volontà del padre che  lo reclamava nei campi, come sostegno alla famiglia.<br />
Dopo ben 10 anni e  con molti stenti, riesce ad ottenere l&#8217;ordinazione sacerdotale. Da questi  elementi comprendiamo la tenacia, la determinazione impiegata dal curato  nel voler perseguire una volontà incompatibile con le sue capacità. Ma  un&#8217;altra domanda ci affiora nella mente: che cosa spingeva la folla ad  arrivare fino ad Ars per ascoltare le prediche di un parroco poco  acculturato? Le cronache riferiscono che la gente andava volentieri  ad ascoltare le omelie del curato perché erano credibili, convincenti,  passionali.<br />
Il benedettino don Jean-Baptiste Chautard, nella sua  opera fondamentale: &#8220;L&#8217;anima di ogni apostolato&#8221; riferisce un  episodio  significativo. Un avvocato anticlericale si reca ad Ars certo di poter ridere  a spese di &#8220;quell&#8217;ignorante del parroco&#8221;. Ma torna a casa convertito. Agli  amici che gli chiedono: Ma dunque che cos&#8217;hai visto ad Ars? L&#8217;avvocato  risponde: &#8220;Ho visto Dio in un uomo&#8221;. Considerando che il curato non possedeva  una voce alta e che all&#8217;epoca ancora non esistevano i microfoni, quello  che gli astanti riuscivano a malapena ad udire era qualche frase  dell&#8217;intero sermone, per il resto potevano solo vederlo. E quello che la  gente vedeva era un sacerdote con un grande carisma, abituato a sottoporre il  corpo ad ogni sorta di penitenza: dal digiuno (due patate al giorno e  se qualcuna era ammuffita, per il curato, era ancora buona da mangiare) al  giaciglio (composto da tralci di vite ricoperti da una coperta) fino al  flagello del cilicio.<br />
In fondo la formazione cristiana di don Vianney  risentiva moltissimo del giansenismo, secondo la cui dottrina la salvezza  era predestinata e pienamente realizzata nella fede e nelle opere dell&#8217;uomo,  perseguendo una morale austera e rigorosa. Ma il curato d&#8217;Ars oltre ad  essere rigoroso, era un uomo innamorato di Dio. Molte delle sue preghiere  e omelie erano impregnate di amore per il Signore. Ecco qualche stralcio:  &#8220;Non tutti noi possiamo fare grandi elemosine ai poveri, farci religiosi,  ritirarci in una certosa, nei deserti, ma tutti possono amare il buon Dio  dal fondo del cuore. Amare Dio non consiste soltanto nel dirgli con la bocca:  mio Dio, ti amo. Amare Dio con tutto il cuore, con tutta la  mente, con tutte  le forze, è preferirlo a tutto, è essere pronto a perdere i beni, l&#8217;onore,  la vita stessa piuttosto che offenderlo. Amare Dio è amare niente al di sopra  di Lui, niente che sia incompatibile con Lui, niente che condivida con Lui  il nostro cuore&#8221; e ancora: &#8220;Ti amo, mio Dio, e il mio unico desiderio è di  amarti fino all&#8217;ultimo respiro della mia vita&#8221;. Ma è nei riguardi della, o  delle croci che il curato d&#8217;Ars esprime la massima profondità dei suoi  convincimenti. Egli suddivide due modi di soffrire: &#8220;soffrire amando  e soffrire senza amare. I santi soffrivano tutti con pazienza, gioia e  perseveranza, perché amavano. Noi soffriamo con rabbia, dispetto e noia,  perché non amiamo. Se amassimo Dio, saremmo felici di poter soffrire per  amore di Colui che ha accettato di soffrire per noi&#8221; e poi aggiunge:  &#8220;Colui che va incontro alla croce, cammina in senso inverso alle croci: egli  le incontra forse, ma è contento di incontrarle: le ama, le porta con  coraggio. Lo uniscono a Nostro Signore. Lo purificano. Lo distaccano  da questo mondo. Tolgono gli ostacoli dal suo cuore e lo aiutano ad  attraversare la vita come un ponte aiuta a passare l&#8217;acqua&#8221;. E di croci  don Giovanni Maria  ne ha portate: contestato e calunniato dai parrocchiani  contrari al suo stile austero, deriso dagli altri sacerdoti e denunciato al  vescovo per stranezze, poi il dispiacere del passaggio di proprietà della  Casa della Provvidenza (casa da lui fondata che dava aiuto alle giovani  ragazze senza istruzione e in condizioni disagiate) all&#8217;ordine delle Figlie  di san Giuseppe, il forte senso di incapacità e di non idoneità al  ministero pastorale, in forza del quale più volte tentò di fuggire da Ars  per ritirarsi in solitudine ed espiare i suoi peccati, salvo per poi  ritornare ad Ars ogni volta, infine i tormenti dei rumori strani, come i  colpi di martello e gli assalti alla porta, oppure le voci rauche, disturbi  che il curato d&#8217;Ars imputò al Demonio. Ma il meglio di sé, don Giovanni  Maria lo offre nell&#8217;esercizio della confessione, egli segue le  indicazioni di sant&#8217;Alfonso Maria d è Liguori, il quale raccomandava  ai confessori di non avere fretta, di essere pazienti, di considerare ogni  penitente come se fosse l&#8217;unica persona da ascoltare quel giorno e di  aiutarlo a vincere i suoi peccati uno per uno. Così il curato d&#8217;Ars inizia la  propria sfida contro tutti i peccati, insiste sulla pratica delle virtù,  consiglia il buon comportamento, e spesso nega le assoluzioni, specie se  dall&#8217;altra parte non percepisce la seria volontà di correggersi. E a  coloro che gli rispondevano che sarebbero andati in un&#8217;altra chiesa dove non  avrebbero avuto difficoltà a farsi assolvere, egli risponde: &#8220;Se altri preti  vi vogliono aiutare ad andare all&#8217;Inferno, che se ne prendano  la responsabilità&#8221;. Ma il curato ha anche un dono: sa scrutare le  coscienze dei penitenti, sa leggere i peccati e in qualche caso corregge i  dettagli di alcune confessioni non esposte con la dovuta precisione o in  pienezza di verità. Attraverso la confessione il curato ristabilisce  il rapporto di amicizia con Dio e a coloro che pensavano: &#8220;Ne ho combinate  troppe, il buon Dio non può perdonarmi&#8221; don Giovanni Maria assicura che  nessuno è stato dannato per aver fatto troppo del male, perché la  misericordia del &#8220;bon Dieu&#8221; è infinita. Ciò che stupisce del curato d&#8217;Ars  è atteggiamento del cuore, attraverso il quale egli supera il rigorismo  nel quale era cresciuto e che circondava il suo ambiente. La santità di don  Giovanni Maria Vianney trova giustificazione nella sua umiltà e semplicità e  nel ministero perseverante e costantemente fedele al suo &#8220;bon Dieu&#8221;.</p>


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